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narratore

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La seconda spada / La vendetta perfetta di Peter Handke

Un uomo esce di casa e si mette in cammino; ed è fatta. Siamo già in una storia. Chiusa la porta di casa, attraversato il giardino, accostato il cancello, inizia l’avventura. È forse, questa, la principale situazione di partenza delle narrazioni, anche se non sempre viene raccontata esplicitamente, come fa spesso invece Peter Handke, in particolare negli ultimi due libri, simili anche per molti altri elementi, tanto che credo che il più recente, La seconda spada (2020; da cui sono tratte tutte le citazioni senza ulteriore indicazione), sia una specie di costola uscita dal precedente di cui riprende alla lettera anche un paio di passaggi, il ponderoso e bellissimo La ladra di frutta (2017, ed. it. 2019; d’ora in poi LLF), tradotti per Guanda in modo come sempre eccellente da Alessandra Iadicicco. Entrambi raccontano un viaggio alla ricerca di qualcuno e in entrambi il viaggio, più che un andare verso una meta, si trasforma presto in vagabondaggio, sul modello di quelli romantici, costellato di interruzioni e di soste più che di spostamenti, e di incontri casuali più che di ritrovamenti mirati.   In entrambi i casi a partire, e raccontare, è un vecchio signore un po’ eccentrico...

Biografie / Coccioli, Kafka, Grossman: si può raccontare il narratore?

Cosa cerchiamo nelle biografie di autori (o personaggi) che amiamo? Me lo chiedo da tempo e non ho mai trovato una risposta adeguata, pur avendone lette parecchie: di musicisti, pittori, filosofi, scienziati, e naturalmente dei miei letterati di riferimento. Credo ne siano state scritte migliaia e se ne continueranno a scrivere ancora, quindi esisteranno sicuramente esperti molto più esperti di me. Non credo sia possibile enumerarle e classificarle ma, dopo un’ovvia scrematura e separando le buone dalle mediocri o pessime, possiamo cercare di raggrupparle in sottogeneri distinti, secondo la formazione dell’autore (uno storico, un filologo, un narratore, un critico letterario, un divulgatore…) e secondo lo scopo (agiografico, analitico, accusatorio, neutro…). Escludo da questa modesta riflessione le autobiografie, che in un certo senso sono le dirette antagoniste delle biografie: nascono spesso per correggere interpretazioni di terzi, e ai miei occhi hanno lo stesso spessore delle dichiarazioni di poetica degli autori. Personalmente preferisco l’approccio degli storici, di quelli capaci di diventare anche un po’ filologi. Soltanto la biografia scritta da chi ha conosciuto e...

Insperati incontri / Silvio Perrella. Un'idea visiva sul mondo

Insperati incontri di Silvio Perrella (Gaffi, 2017) contiene, secondo indice alfabetico, brevi recensioni, lunghe interviste, conversazioni ricostruite o fissate in radio; tale elastico sillabario si presta ad essere riaggregato lungo diverse direttrici: le poetesse per esempio (Rosselli, Merini, Cavalli), Napoli (su cui bisognerà tornare), i maestri. Partendo da questi ultimi – che stanno tra l'altro in massima parte negli anni ottanta, magari con ulteriori riprese – è possibile tracciare un percorso trentennale dell'autore ed anche, forse, di una generazione critica. Perrella si fa le ossa su Alfabeta e Autografo grazie a Maria Corti, che diceva di considerarlo suo allievo a distanza, quando però il fulgore dello strutturalismo e della semiologia andava velandosi, pur mantenendo ancora grande prestigio accademico. Silvio D'Arco Avalle, filologo romanzo nato nel 1920, nell'intervista datata '87, rivendica la primazia in quel genere di critica, ma pure segnala il proprio allontanamento dovuto a ripetitività e talvolta illeggibilità. Perrella, a proposito di Corti, scrive: “Poi venne un periodo in cui provai meno interesse per la sua figura d'interprete e di scrittrice. Non so...

Primo Levi come prisma

Anche per la mia insegnante di scienze naturali la chimica era un testo di chimica, e basta. Era le pagine di un libro. Non aveva mai toccato in vita sua un cristallo o una soluzione. Era un sapere trasmesso da insegnante a insegnante, senza mai un collaudo pratico. C’erano le esperienze in aula, ma erano sempre le stesse. Mancava assolutamente tutto quello che è inventivo in queste cose […]. [Mio padre] il cannocchiale non me l’aveva comprato, ma un microscopio da 250 ingrandimenti sì, con il quale organizzavo spettacoli «classici», una soluzione di allume per vedere i cristalli... Avevo una macchinetta da proiezione del Pathé Baby, a passo ridottissimo: invitavo i miei amici, e mettevo il vetrino al posto della pellicola, si vedevano crescere i cristalli.   Primo Levi racconta così, dialogando con Tullio Regge, le sue prime esperienze scientifiche. In opposizione a un ambiente scolastico chiuso alla prassi e all’invenzione, un microscopio regalatogli dal padre, una macchinetta da proiezione del Pathé Baby adoperata, per dire così, in maniera creativa, amici cui mostrare vetrini sui quali...

Michele Mari. Roderick Duddle

Ce lo ripete ormai da anni che l'ossessione è il nucleo dell'ispirazione dello scrittore e che la letteratura non può essere considerata un tentativo di addomesticare i demoni, essendo al contrario una resa incondizionata, il lasciarsi assediare e possedere fino a diventare lo stesso corpo inerme dei mostri che ci seguono fin dall'infanzia come i più fedeli animali da compagnia.   Ci eravamo abituati a pensare che in Michele Mari il veleno scorresse come linfa vitale nella scrittura e che le sue ossessioni dovessero necessariamente incarnarsi nelle affettazioni di una maniera intrisa di aurei arcaismi e rabbiosi anatemi, di altissimi lemmi inusitati e infime espressioni gergali, di gelidi spasmi e furenti sintassi – insomma di quella lingua e di quella prosa che avevano reso memorabili racconti come I giornalini o L'orrore dei giardinetti.   E invece Roderick Duddle (Einaudi, 2014) romanzo d'avventura e d'intrigo stilisticamente piuttosto piano, sembra voler far credere tutt'altro, almeno in prima battuta: che a quelle ossessioni – imbrigliate, ammansite e costrette a recitare un'antica parte saputa a...

Speciale Gianni Celati | Narratori in città

A Bologna avevo amici, no: amiche, che frequentavano assiduamente le lezioni di Gianni su Bartleby. Io avevo già dato l’esame, in un inglesuccio vergognoso che si rivelò bastevole sia a prendere il voto pieno sia ad aiutarle nella traduzione dei brani loro assegnati. Mi veniva inspiegabilmente facile. Tradurre letteratura, scoprivo lì, non era molto diverso da comporre enigmi. Discorso lungo.   La soggezione per il soave e focoso non-professore non mi era invece per nulla passata. Questo neppure dopo che un coetaneo che incontravo in treno pendolando tra Ferrara e Bologna, una di quelle conoscenze che a quell’età sono così facili, mi aveva raccontato che Gianni era un amico di suo padre, che suo padre compariva nel Lunario del paradiso e che una volta, quando il mio coetaneo era poco più che bambino, si erano anche presi una divertentissima mezza ciucca assieme, lui e l’amico del padre.   Penso di avere acquistato da Montroni, sotto le Torri, una delle prime copie dei Narratori delle pianure. Un evento, Gianni non pubblicava libri da molti anni. Non mi era piaciuto: mi aveva incantato, è una...