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Amore e morte

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Da dove veniamo? / I’m Neanderthal man

Nei pressi di Düsseldorf c’è una valle, thal in tedesco, che deve il suo nome a un certo Johachim Neumann – uomo nuovo, cognome fatidico! – un musicista seicentesco che, seguendo la moda dell’epoca, aveva scelto di grecizzare il proprio nome in Neander. In quella valle nel 1856 ebbe luogo il primo ritrovamento di un fossile umano sconosciuto al quale fu dato il nome di Homo neanderthalensis, uomo di Neanderthal. Le ipotesi su chi potesse essere furono le più varie e fantasiose: un uomo deforme, un cosacco congelato o un nostro predecessore nella scala (che non è una scala ma un complesso e vigoroso cespuglio, la fronda di un gigantesco albero) dell’evoluzione, forse addirittura l’anello mancante (che oggi sappiamo non esistere) tra l’uomo e la scimmia. Certo è che quell’uomo ha abitato il nostro immaginario, prima come una sorta di bruto primitivo e scimmiesco, poi come una specie di buon selvaggio rimasto vittima del feroce e astuto Homo sapiens. Alla fine degli anni Sessanta è diventato quasi un’icona hippy, grazie al successo mondiale di una canzone degli Hotlegs che ripeteva, al suono ritmico di percussioni tribali: I’m Neanderthal man, you’re a Neanderthal girl; let’s make...

La mente fragile / Cosa (non) sappiamo di demenza e linguaggio

Maria è diventata una storia. E, attraverso di essa, nuovamente parla. In verità di parlare ancora non ha del tutto smesso, è dire a risultarle complesso: esprimersi è una parola. Spesso ha difficoltà a condire: pure il condimento è linguaggio, comunicazione, sapere di sapore. Dire ha significato dalla sua radice, dalla radice indoeuropea “dic”: “dire” vuole dire “mostrare, indicare”. Difatti quando Maria parla ma non dice, indica. Se sbaglia a condire, ci pensa il suo sposo a correggere: in principio non la riconosceva: ha imparato a riportare in pari la comunicazione che fa acqua, a riempire i vasi comunicanti dei nervi ora spezzati. Maria se non dice almeno parla perché “parlare” ci fa parabolani, persone che costruiscono un linguaggio di similitudini, di immagini. “Il linguaggio, prima di significare qualcosa, significa per qualcuno”: secondo Lacan la parola si realizza nell’incontro con l’altro. Maria ogni giorno rivede l’altro, l’altro da sé, lo sposo rimasto intatto che raccoglie i suoi pezzi e riaccorda, acconcia la parte rotta del pensiero. Quest’altro che le è rimasto accanto la sostiene senza fronzoli, soltanto restando: insieme è dirsi senza parlare.   «Le varie...

Amore e terrore / Romeo brucia (per) Giulietta

D’amore si brucia, s’impazzisce, come testimonia già Saffo. Un romanzo di Gabriele D’Annunzio pubblicato nel 1900 si intitola Il fuoco: non riscuote particolare fortuna, ma è noto per aver trattato la storia appassionata dello stesso vate con Eleonora Duse. Il protagonista si chiama Stelio Effreni, da “Ex frenis”, “senza freni”; e lei, Foscarina, ne «era attratta da un amore e da un terrore senza limiti». Amore e terrore? Dopo 10 anni D’Annunzio scrive Forse che sì forse che no, dove le commare si raccontano una tragedia che ha per protagonista il fuoco. Novella chiede: «Non conosci il fatto di Fondi, Vana?».   – Il pastore feroce aveva ventidue anni – disse Novella. – La vittima ne aveva ventuno. Si chiamava Driade. – Che nome strano! – Era bellissima e intrepida. Immagina che, dopo il primo tentativo di ratto, si provvide d’una rivoltella, e si esercitava contro i tronchi delle roveri. Non passava giorno ch’egli non la perseguitasse e non la minacciasse. – Era un ossesso d’amore. (…) Allora il pastore nella notte chiamò a gran voce l’amata. “Driade, svegliati! Sono io. Fuoco per fuoco!” – E appiccò il fuoco ai quattro lati della capanna. – Fu un attimo, tutto arse, tutto fu...