Il tuo due per mille a doppiozero

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George Simmel

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1932 - 1940 / Benjamin e Scholem: lettere di un'amicizia

“In tempi antichi tutte le strade portavano in qualche modo a Dio e al suo Nome. Noi non siam devoti. Restiamo nel profano E dov’era Dio ora c’è: Malinconia”   Sono i versi conclusivi di una poesia di Gershom Scholem che leggiamo in calce a una lettera a Benjamin. La data: 19 settembre 1933, l’anno della presa di potere di Hitler.  La malinconia di cui parla Scholem non è uno stato d’animo passeggero ma una condizione dello spirito, l’esito di un’intelligenza del mondo che ha perso la fede in Dio, la conseguenza fatale della Entzauberung der Welt, il disincantamento del mondo di cui aveva parlato Max Weber.  Scholem, lo studioso di mistica ebraica, figlio di un tipografo ebreo, cresciuto nella Berlino di inizio Novecento, militante sionista fin dagli anni giovanili, emigrato nel 1923 a Gerusalemme, osserva dalla distanza la svolta politica in Germania: la progressiva ‘perdita di Dio’ aveva generato un nuovo idolo, nuove ritualità collettive caratterizzate dall’odio verso gli avversari politici – i comunisti in primo luogo – e poi gli ebrei, l’eterno emblema del male, e in generale gli Untermenschen, la variegata moltitudine di coloro che non sono degni di vivere....

Differenze e identità / Lo Straniero e l’ospite

L’incipit dei Miserabili di Victor Hugo racconta l’incontro tra un miserabile avanzo di galera di nome Jean Valjean e Monsignor Myriel. Dopo l’uscita dal campo di lavori forzati, Jean Valjean, ripudiato da tutti per via del suo passaporto giallo, indice di infamia, trova rifugio presso l’abitazione di Myriel. La mattina fugge, rubando l’argenteria. Catturato dalle guardie, viene riportato presso Myriel. Il sacerdote, suo ospite tradito, risponde che l’argenteria non è refurtiva, ma dono e, al dono, aggiunge i candelieri. Il salto iperbolico è salto che dice di un’idiozia, ma quale idiozia? Non, seguendo la diagnosi, il “grave ritardo mentale”, né idiozia è qui da intendersi come insulto che usiamo per squalificare l’altrui persona. L’idiozia è quella della cecità della fiducia.   Michel Agier, nella prima parte del suo bel saggio Lo straniero che viene: ripensare l’ospitalità, uscito di recente per Cortina, discute da una prospettiva antropologica e con ammirevole competenza, il programma filosofico di Jacques Derrida sull’ospitalità. I testi di Derrida, in buona parte anch’essi comparsi presso Raffaello Cortina (Politiche dell’amicizia e ...

Per così dire / Quadri, cornici e altre strategie

Niente di più banale di una cornice, buona cosa di pessimo gusto, come una tovaglietta mal ricamata o un souvenir polveroso. Niente di più importante della cornice, oggetto semiotico e dispositivo strategico che supera spesso i suoi compiti istituzionali – servire il quadro – per farsi metafora di situazioni e fenomeni ben più grandi di lei. La cornice, in linea di principio, è un semplice congegno che delimita uno spazio – rettangolare, quadrato, rotondo o chissà come altro –, segnalando che cosa è semplice parete e che cosa invece può chiamarsi quadro, dunque immagine, dunque opera d’arte. Grazie a essa, gli spazi in gioco divengono due, anzi tre: il primo è l’immagine, su cui si concentra lo sguardo dello spettatore; il secondo è tutto il resto, ossia tutto ciò che non possiamo dire immagine, non interessante e quotidiano; il terzo è la cornice stessa che, in senso stretto, non sta né nel primo né nel secondo spazio, garantendo surrettiziamente l’esistenza di ambedue.    La cornice è una componente artistica? Assolutamente no, almeno in prima istanza. È faccenda d’ogni giorno? Nemmeno, ovviamente. Essa è piuttosto quell’artificio che, separando il mondo della...

Dispositivi digitali oltre la rete

Giovedì 23 maggio alle 19.00 presentazione del volume di Adam Arvidsson e Alessandro Delfanti, Introduzione ai media digitali (il Mulino) presso il Piano Terra a Milano in via Confalonieri 3 con Nicola Bruno e Paolo Ferri     La manualistica universitaria sui media non gode in generale di grande fama. Aprendo un libro intitolato “Introduzione ai media digitali”, ci si aspetterebbe di leggere spiegazioni su cosa sia un blog o un social network, e l'ennesima, ammirata analisi del fenomeno nuovissimo del web-due-punto-zero. Stiracchiate abbastanza da riuscire a riempirci centocinquanta pagine.     Il libro di Arvidsson e Delfanti appena pubblicato dal il Mulino, invece, è di tutt'altra specie. I “media digitali” del titolo sono presi sul serio, proprio come mezzi che trasmettono informazione in formato digitale. Dispositivi che fanno questo lavoro non si trovano solo in rete o nell'iPhone: praticamente ogni macchina con cui interagiamo contiene sensori e processori che producono, elaborano e scambiano dati, dalla lavatrice al treno dei pendolari. Perciò, la trasformazione che ci ha...