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Il cancello

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Ricordo di un poeta / Scarabicchi, la miniera della interiorità

È difficile scrivere di un amico fraterno che scompare; e per questo è per me difficile parlare ora di Francesco Scarabicchi, che si è spento pochi giorni fa, dopo aver affrontato con straordinario coraggio una lunga e atroce malattia, durata anni. Forse sarebbe meglio tacere, affidandosi soltanto a due versi del suo amatissimo Antonio Machado, in una delle Galeries che Francesco aveva tradotto splendidamente: «Oggi soltanto lacrime / per piangere. Non c’è che piangere, silenzio!» (le traduzioni da Machado erano apparse dapprima, con il titolo Il seminatore di stelle, per le edizioni Sestante, di Ripatransone; poi, insieme a quelle da Garcia Lorca, nel volume Non domandarmi nulla, edito da Marcos y Marcos nel 2015).      Ma Francesco aveva una concezione sacra, quasi omerica dell’amicizia, che occupava i vertici del suo mondo; e per tentare di rimanere fedele a quell’amicizia, dirò che la prima parola che mi viene in mente, pensando a lui, è: intensità. L’intensità, tanto dei rapporti umani quanto della ricerca espressiva, era la caratteristica immediatamente ravvisabile in Francesco, nello sguardo, nella parola, nei modi, e naturalmente nella scrittura. Non c’era...

Il cancello / Francesco Scarabicchi. Versi in punta di voce

Chi ancora non conoscesse la poesia di Francesco Scarabicchi (anconetano, classe 1951), ha una nuova occasione per accostarsi alla sua opera con questa riedizione di Il cancello appena uscita per le Edizioni peQuod (con un saggio di Antonio Tricomi).  Due anni dopo la ripresa di un altro libro importante (Il prato bianco) pubblicato nel 1997 da L’Obliquo di Brescia e rieditato nel Gennaio 2017 nella “Bianca” Einaudi, Il cancello raccoglie liriche scelte da due precedenti raccolte del poeta: La porta murata (1982) e Il viale d’inverno (1989). Scoprirà, il nuovo lettore di Scarabicchi, un poeta lontanissimo da qualsiasi intonazione retorica e da qualunque volo declamatorio e invece devoto alla “piccola vita” di cose e luoghi e minimi ricordi. Questa attitudine (insieme lirica ed etica) per ciò che è apparentemente irrilevante, non deve però far pensare a una poetica degli oggetti, a un “partito preso delle cose” – per dirla con Francis Ponge – che escluda “ideologicamente” da sé l’umana presenza. Sentire e patire umano sono presentissimi in queste liriche; soltanto, si tratta, anche qui, di presenze silenziose, quasi, si direbbe, di presenze che sono tali perché segnate da una...