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Jean-Claude Romand

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Ottant'anni / Bossi: la solitudine del vitellone

Nel 1991 Umberto Bossi è stato eletto da quattro anni senatore della Repubblica quando oltre Manica, forse memori dell’indipendentismo irlandese, s’accorgono di questo cinquantenne che si è già fatto notare per i suoi modi inusuali e per le sue espressioni verbali accese in comizi vari. Così un giornale inglese chiede al fotografo della Magnum Ferdinando Scianna di realizzare un servizio sul Senatùr di Varese. Scianna va nella città lombarda per incontrarlo nella sede del movimento autonomista. È nato a Bagheria e da anni vive in Lombardia, a Milano. Niente di più lontano dalla sua cultura di questo esagitato politico dai toni irriguardosi e provocatori: “Roma ladrona”, “Forza Etna” scrivono i militanti leghisti sui viadotti e sui piloni delle autostrade e superstrade. Allora la Lega, che poi cambierà più volte nome, ma non pelle, non è ancora ricca come diventerà in seguito e si fa pubblicità con pennelli intinti di vernice bianca e manifesti dalla grafica inconsueta, che ricorda quella degli anni Quaranta e Cinquanta della Democrazia Cristiana anticomunista. Bossi si dichiara all’epoca un antifascista; non è ancora nata l’alleanza governativa con gli ex-fascisti del Movimento...

Una conversazione con l'autore de "Il regno" / Emmanuel Carrère: "Una questione di responsabilità"

«Perché scrivo? Esiste un testo di George Orwell che consiglio di leggere, intitolato appunto così, Why I write. È semplice, diretto e profondamente vero. Secondo Orwell esistono almeno quattro motivazioni per cui si decide di scrivere. Prima fra tutte è l'egoismo: il desiderio di sembrare intelligenti, di lasciare una traccia, una testimonianza del proprio passaggio. Poi c'è il piacere estetico, quello che si ricava dalla fabbricazione di un oggetto letterario. Si può anche scrivere per saperne di più sul mondo, per esplorare la realtà. E infine (e queste erano le ragioni di Orwell, del suo costante impegno a favore della verità e della libertà degli individui) si scrive con un obiettivo “politico”, per spingere il mondo in una direzione precisa».   Emmanuel Carrère non ha rivelato quali siano le ragioni del suo scrivere, così come ha brillantemente eluso qualsiasi domanda riguardante i “trucchi del mestiere”. Ma era era necessario, in fondo? Come ben sanno i suoi lettori (molti, anche qui in Italia), non esiste scrittore che ami, come lui, mettere in scena il “farsi” della propria scrittura, i tentennamenti, le difficoltà, gli entusiasmi. Al centro c'è sempre Emmanuel...

Emmanuel Carrère. Il coraggio di fronteggiare il dolore

Pubblichiamo un estratto dal libro di Francesca Borrelli, Maestri di finzione (Quodlibet, 2014), Incontri con Anna Maria Ortese, Wilson Harris, José Saramago, Alain Robbe-Grillet, Kurt Vonnegut, Álvaro Mutis, Günter Grass, Derek Walcott, Toni Morrison, V. S. Naipaul, Susan Sontag, Wole Soyinka, Ōe Kenzaburō, Ágota Kristóf, Lars Gustafsson, Antonia S. Byatt, Don DeLillo, Abraham B. Yehoshua, Tobias Wolff, John Banville, Julian Barnes, Paul Auster, Ian McEwan, Jamaica Kincaid, Javier Marías, Orhan Pamuk, Michael Cunningham, Kazuo Ishiguro, Antonio Muñoz Molina, Emmanuel Carrère, George Saunders, Jonathan Franzen, Peter Cameron, Jeffrey Eugenides, A. M. Homes, David Foster Wallace, Javier Cercas, Jennifer Egan, Amélie Nothomb, Paul Harding, Junot Diaz, Adam Haslett, Stefan Merrill Block.     Forse perché si sente – come ha scritto – «determinato dalla infelicità psichica», e in qualche modo condannato a restare catturato dal copione che lo vuole autore di «storie di follia, di gelo, di prigionia», Emmanuel Carrère ha cercato di dirottare la sua scrittura su...