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László Nemes

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La palma d’oro a Cannes / Titane, sovversivo classico

“La critica non si lasciò [...] ingannare, quando Degas espose la propria Petite danseuse de quatorze ans alla Sesta mostra degli impressionisti. La facies della modella corrispondeva alle descrizioni che la «scienza» andava facendo del tipo cranico degenerato, caratterizzato da angolo facciale acuto, mascella sporgente, zigomi prominenti, fronte assente – lineamenti a cui erano associate, nella fantasia popolare, l’ignoranza e la bestialità delle classi pericolose. [...] Degas aveva apportato alla propria modella, Marie van Goethem, un cospicuo numero di modifiche, per meglio aderire allo schema lombrosiano del delinquente nato e fare di quella ballerinetta non un «topolino», come venivano chiamate le giovani allieve dell’Opéra, bensì un animale vizioso uscito dalle fogne unicamente per diffondere la peste tra la buona borghesia”.   E. Degas, “Petite danseuse de quatorze ans”, 1880-81. Così Jean Clair, nel saggio L’anatomia impossibile. La ballerina lombrosiana di Degas prende forma nel 1881: quattordici anni dopo viene inventato il cinema e nasce la psicoanalisi. Nel frattempo, in pittura, si manifestano corpi con nuove forme. Deformi, anticlassici, malati, contorti, da...

Cannes, l'America e noi

È l’edizione numero 68 ma non è certo tempo di rivoluzioni al Festival del Cinema di Cannes. Nonostante l’avvicendamento del presidente, che non è più il cinecritico Gilles Jacob ma l’ex businessman di Canal + Pierre Lescure, figura molto più marketing oriented, il programma non sembra averne risentito e si muove nella linea di una sempre più autocentrata e autocelebrata  conservazione cannoise. A essere onesti c’è da dire che la selezione presieduta come sempre da Thierry Fremaux quest’anno ci è sembrata essere persino un po’ meno paludata e conservativa dell’anno scorso, anche se molti dei nomi noti più audaci sono finiti fuori dalla mostra concorso, in Un Certain Regard e alla Quinzaine des Réalisateurs (tra questi Apichatpong Weerasethakul, Brillante Mendoza, Philippe Garrel e Miguel Gomes). Tra le poche novità ce n’è senz’altro qualcuna negativa, come la scelta del film d’apertura che al posto del classico blockbuster americano è ricaduta su un’opera francese di apparente taglio sociale – in realtà spiccatamente conservatrice –, La Tête haute di Emmanuelle Bercot che riesce senza alcun disagio apparente a fare un’apologia senza ombre del sistema giudiziario francese...