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Marlene Dietrich

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Un peculiaretravestito nella Berlino del XX secolo / Charlotte von Mahlsdorf: “Sono la moglie di me stesso"

Lothar Berfelde, aka Charlotte von Mahlsdorf. Avete presente quelle stanze un po’ soffocanti, colme di mobili massicci, riccamente intarsiati, di divani dai braccioli scolpiti con rivestimenti in tessuto damascato che pare sempre polveroso, di credenze, tavoli e sedie con gambe a torciglione, colonnine, pinnacoli? Stanze in cui, se anche si aprono le finestre, l’aria resta pesante, in cui applique e lampadari ridondanti mandano una luce tutto sommato fioca che rischiara a stento i ninnoli ammassati nelle vetrinette e sui ripiani? Ecco. Tutto comincia da lì. Dalla mobilia che i borghesi tedeschi e austriaci avevano scelto per arredare i propri appartamenti in case che, nella struttura architettonica e nelle facciate, riprendevano gli stessi principi degli intérieur: sovrabbondanza di stili, ostentazione, opulenza, gusto discutibile.   Stanza in stile Gründerzeit al Gründerzeitmuseum di Berlino. Mi riferisco al periodo storico detto Gründerzeit, convenzionalmente collocato nei decenni che stanno a metà del XIX secolo, tra gli anni Quaranta e la crisi della borsa del 1873. Anche se secondo alcune scuole si protrae fino all’inizio del Novecento. Anni che videro lo sviluppo...

A vent’anni dalla morte / Bufalino e l’uomo invaso

Vent’anni dalla morte di Gesualdo Bufalino: sembrano tanti, se pensiamo a una civiltà così diversa da allora, e dal mondo tutto novecentesco di un uomo che, dal suo estremo lembo di provincia, non aveva fatto in tempo a emozionarsi per le “Tristezze di San Luigi” (così racconta che veniva ipercorrettivamente tradotto St. Louis Blues dai giovani siciliani che furtivamente e golosamente scoprivano quei neri ritmi d’America banditi dall’autarchia fascista) e già veniva folgorato dagli abissi di Charlie Parker; o, se preferite, s’era appena innamorato d’una madeleine inzuppata nei ricordi e già doveva fare rapidamente i conti con le più algide vertigini bibliotecarie d’un argentino cieco.  E cos’avrebbe pensato degli anni Doppiozero – o, meglio, 2.0 – quest’uomo del Novecento che s’ingegnava a far funzionare un videoregistratore con le istruzioni ben in vista sul tavolino, e solo perché ritornassero ad agitarsi, nelle sue notturne visioni d’insonne, i fantasmi di Marlene Dietrich o di Fred Astaire, i fumi del Rick’s Cafè o le brume di un quai parigino?    Domanda inutile: lo scacchista Bufalino (un Antonius Block in borsalino e giacca di tweed) s’arrese al Matto della...

L’immaginario androgino

Leggendo il libro di Franca Franchi, L’immaginario androgino. Migrazioni di genere nella contemporaneità (Sestante Edizioni, 2012) verrebbe da dire: non esiste solo il mito di Narciso. È vero che Philippe Dubois nel suo saggio L’acte photographique (1983), fa riferimento al De Pictura di Leon Battista Alberti e pone il volto del fanciullo che guarda se stesso nella fonte come mito all’origine della pittura. Ed è sicuramente innegabile che il volto di Narciso compaia anche nelle moltitudini degli autoritratti contemporanei – i neonati selfie, sospesi, scrive Tiziano Bonini, tra il “desiderio di sondare se stessi” e “la nuova consapevolezza della propria immagine digitale”.   Persino nel ritratto sembra che il mito del fanciullo ovidiano non rinunci a svolgere il ruolo di archetipo, come suggerisce Lina Bolzoni nel suo saggio Poesia e ritratto nel rinascimento (2008). Tuttavia Franca Franchi compie un deciso cambio di rotta: distoglie lo sguardo dal mito onnipresente di coloro che non riescono ad abbracciare la propria immagine e lo rivolge verso un altro mito: l’androgino. Perché? Cosa rappresenta?   Un sogno, l’illusione dell’autosufficienza divina che si materializza...

Pop Camp 1 e 2

Riga, una collana che avvicina ai grandi innovatori del Novecento   Riga è nata nel luglio del 1991 senza nessun particolare programma. Volevamo piuttosto fare la rivista «che ci sarebbe piaciuto leggere». Una rivista dedicata al contemporaneo, ad autori e temi che ci sembravano rilevanti nel corso dell’ultimo secolo, ma non solo. Una rivista che conservasse la memoria del passato, e insieme che si protendesse sul futuro.   Marco Belpoliti, Elio Grazioli     «In qualcuno dei tuoi voyages au bout de la nuit ti è mai capitato di imbatterti nella parola camp?». Si era nel 1954, e così Christopher Ishwerwood introduceva il narratore di Il mondo di sera alla sfera del camp, dandone la prima discussione a stampa. Non nella dimensione «totalmente degradata» dei «circoli equivoci» – in cui il termine indicava, ad esempio, «un giovincello svenevole, con capelli ossigenati, cappello e boa di struzzo, che finge di essere Marlene Dietrich» – bensì in quella estetica ed emotiva in cui si esprime «ciò che è fondamentalmente serio in termini di...

Glamour

C’era una volta il glamour come mistero, irraggiungibile perfezione della couture più perfetta, della più mirabile rifinitura di dettagli. Adrian vestiva Greta Garbo in un tripudio di bianchi ne La signora delle Camelie e inventava un impossibile look da commissaria politica chic in Ninotchka di Ernst Lubitsch, mentre Travis Banton moltiplicava i pizzi e i lazzi per le sue strepitose creazioni per Marlene Dietrich.   Gli anni ottanta fanno piazza pulita della allure e la sostituiscono con la citazione, il gioco dei contrari, la giustapposizione di modelli e materiali in una definizione sempre più decisamente pret-à-porter delle produzioni. Le grandi star diventano immagini su una tshirt, secondo il modello lanciato a metà anni settanta da Elio Fiorucci, che mette sulle sue magliette le prosperose pin ups dai beehives altissimi, che negli stessi anni erano tornate in auge grazie al planetario successo di Grease.     Il nuovo decennio si inizia con il successo planetario di una canzone che celebra un fascino ormai perento: Kim Carnes, magnifica bionda dalla voce roca, in abito maschile e dalle mani guantate di...

Che cos’è un grand’uomo?

Sebbene abbia scritto molto, il primo Libro segreto spetta di diritto a un gigante del Novecento il cui nome non è legato tanto alla parola quanto alle immagini: Orson Welles. Il libro, It’s all true. Interviste sull’arte del cinema, nell’edizione italiana di Serafino Murri era già uscito cinque anni fa da minimum fax, che ha provveduto a riproporlo impreziosito da un dvd con un documentario di Gianfranco Giagni e Ciro Giorgini, sul rapporto di Welles con l’Italia – paese nel quale ha vissuto vent’anni, ha avuto una moglie e girato diversi film. Il titolo, Rosabella, rinvia appunto alla traduzione della parola sulla quale si conclude la sua opera prima, Citizen Kane ovvero Quarto potere, e cioè Rosebud. E il documentario fa pensare proprio a quell’indagine multiprospettica su una figura colossale e insieme sfuggente.   Quanto al libro, di esso molto semplicemente dirò che è il modo migliore per fare la conoscenza con uno dei quattro o cinque assoluti genî del Novecento. Il che non vuole certo dire che si conoscerà, così, la sua “verità”. Da temperamento...