Categorie

Elenco articoli con tag:

Spike Jonze

(6 risultati)

La rivoluzione digitale tra memoria e oblio / Ricordati di me

Il passato è solo una storia che raccontiamo ai nostri follower   Il passato è solo una storia che raccontiamo a noi stessi. Con queste parole Samantha, il sistema operativo OS 1 protagonista del film Her di Spike Jonze, cerca di consolare Theodore Twombly. L’uomo, infatti, immagina continuamente di parlare con l’ex moglie Catherine. Riprende vecchie conversazioni, mai dimenticate, e si costruisce con la mente – a posteriori – le giustificazioni che non è stato capace di dare quando la donna, prima di lasciarlo, evidenziava le sue ripetute mancanze. Il passato non esiste realmente. Lo sottolinea, senza mezzi termini, Jonathan Gottschall ne L’istinto di narrare: sebbene realmente accaduto, tuttavia, per come ce lo rappresentiamo, non sembra altro che «una simulazione prodotta dalla mente». I nostri ricordi sono ricostruzioni, non certo registrazioni esatte, di ciò che è davvero avvenuto e la maggior parte dei loro dettagli non è affidabile. È probabilmente questa la ragione che spinge Desmond Morris, all’indomani della morte della donna con cui ha vissuto sessantasei anni, a compiere una scelta radicale: cancellare i ricordi materiali che rendono insopportabile il lutto appena...

La condizione post-umana

Se è vero che ci sono alcune buone ragioni per essere stufi di una retorica del post-qualsiasi-cosa che ha abusato del prefisso per risolvere problemi di definizione, è altrettanto vero che ci sono ambiti in cui il termine richiede di essere usato per la problematicità viva e aperta, che significa: un'urgenza che chiede di essere pensata e non può essere pacificata nella sua lingua.   Le idee e le immagini che vanno sotto il nome di post-umano rientrano pienamente in questa categoria, nella misura in cui quello che va sotto il nome di umanesimo non pare in grado di soddisfare la complessità epistemologica del pensiero contemporaneo e risulta connesso a modalità novecentesche di pensiero i cui esiti ­– la violenza genocidaria su scala industriale e l'ingiustizia consapevole su scala planetaria ­– non possono essere definiti felici.   Abbiamo ancora negli occhi le immagini (e soprattutto nelle orecchie le voci e i suoni) di Her di Spike Jonze, film che è riuscito in salsa pop a mettere a fuoco alcuni nodi del nostro rapporto con la tecnologia che va, appunto, nella direzione di superare l'...

I bikini che uccidono

Lo scorso 12 aprile ha compiuto 20 anni Live Through This delle Hole. L'album uscì appena pochi giorni dopo la scomparsa di Kurt Cobain, giusto per inquadrare il momento storico. Non mi sembra siano in corso grandi festeggiamenti per questa ricorrenza nel music system, soprattutto da parte di molta critica maschile ferocemente, quasi istericamente detrattrice della band. Non fa una piega, non stiamo parlando di mostri sacri della storia del rock, ma una lancia a favore della questione vorrei spezzarla.   Le Hole sono state un fenomeno in quanto interpreti del loro tempo. Quando sono spuntate fuori nel 1989 la scena internazionale dei gruppi femminili “alternativi” era dominata dal ciclone riot gggrls capitanato dalle Babes in Toyland: urlatrici professioniste, queste tre ragazze di Minneapolis erano un'associazione a delinquere per il bene comune. Sono state delle capostipiti e sapevano fare il loro mestiere. Courtney Love veniva da lì, dato che inizialmente e brevemente era stata bassista proprio delle Babes. A quel punto, cosa poteva fare una figliola come Courtney, giovane, corredata di avvenenza fisica, una certa fascinazione per...

Spike Jonze. Lei

Se fossimo ancora in tempo di cinema mitopoietico, Lei – Her di Spike Jonze potrebbe essere il nostro Casablanca, o Via col vento: una storia d'amore assoluta, talmente paradigmatica da comprendere tutti gli elementi del tempo che viviamo. Allora era il rapporto tra uomo e donna, mediato o ostacolato dalla Storia, oggi è il rapporto tra un uomo e un software, un'autentica storia d'amore fatta di gioie e dolori, mediati dalla tecnologia.   Lui, Theodore (Joaquin Phoenix), è una variante bizzarra di quei lavoratori prodotti dalla società dell'informazione fondata sulla tecnologia e sulle retoriche della creatività: detta lettere private a un computer che le trascrive secondo diverse calligrafie per conto dei clienti della sua azienda. Il servizio offerto è quello di simulare la grafia e le parole del mittente, il quale manda una lettera “scritta a mano” al destinatario, solitamente una persona cara, usando come tramite degli operatori come il protagonista. Lei, Samantha, è un sistema operativo complesso, una possibile evoluzione futura di Siri, che ha abbandonato la voce pre-registrata a favore di...

Gus Van Sant. L'amore che resta

C’è un aspetto dell’ultimo film di Van Sant che affascina nel momento in cui irrita o se volete, al contrario, irrita nel momento in cui affascina. È un aspetto indefinito e molto americano che riguarda l’estetica indie, qualcosa che si vede nei corpi dei giovani interpreti, nel loro taglio di capelli e nei loro vestiti vintage, che si ascolta nelle scelte calcolate della colonna sonora (i Beatles, Nico, Sufjan Stevens), che si respira come aria di carineria e abbandono, una cedevolezza che incarna lo sguardo dislocato di che afferma la propria ritrosia e al tempo stesso si mette in posa. È una patina, insomma, una serie di riferimenti iconografici e musicali che se oggi rimanda all’indie rock e all’ambiente hipster degli occupy più che degli indignados, all’origine ha proprio il cinema di Van Sant, la sua gioventù tradita ma pur sempre affascinata dalla vita. L’universo indie e underground è da sempre per il regista il filtro di una visione intima della realtà, un attestato di esistenza che si riconosce in due parole fondamentali per la cultura contemporanea, sinonime ma affiancate per...

Videoclip

Rivendicarne la paternità italiana sarebbe scorretto, eppure quando si parla di video musicale è difficile non pensare alla cosiddetta Musica cromatica del futurista Bruno Corra. Anno 1912, così Corra definiva il suo disegno diretto su pellicola, ispirato alla musica di Mendelssohn e Chopin. È trascorso un secolo e il minimo che si posa affermare è che il videoclip è divenuto una forma d’arte ormai a sé stante. L’idea di sviluppare un filmato accoppiato a una musica è in pratica coeva del cinema sonoro. Cosicché il jazz, che alla fine degli anni 20 nel secolo passato andava per la maggiore, cominciò a essere accompagnato dalle immagini. Da Minnie the Moocher di Cab Calloway (il primo vero clip della storia, secondo gli storiografi) a Duke Ellington, dai Beatles a Bohemian Rhapsody dei Queen (il primo videoclip della storia, sostiene a torto la massa di appassionati di musica rock), l’evoluzione di questa “ristretta” forma di linguaggio ha trovato proprio negli anni ’80 il suo massimo amplificatore.     Con lo sviluppo della discografia su scala industriale...