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Tramonto

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La palma d’oro a Cannes / Titane, sovversivo classico

“La critica non si lasciò [...] ingannare, quando Degas espose la propria Petite danseuse de quatorze ans alla Sesta mostra degli impressionisti. La facies della modella corrispondeva alle descrizioni che la «scienza» andava facendo del tipo cranico degenerato, caratterizzato da angolo facciale acuto, mascella sporgente, zigomi prominenti, fronte assente – lineamenti a cui erano associate, nella fantasia popolare, l’ignoranza e la bestialità delle classi pericolose. [...] Degas aveva apportato alla propria modella, Marie van Goethem, un cospicuo numero di modifiche, per meglio aderire allo schema lombrosiano del delinquente nato e fare di quella ballerinetta non un «topolino», come venivano chiamate le giovani allieve dell’Opéra, bensì un animale vizioso uscito dalle fogne unicamente per diffondere la peste tra la buona borghesia”.   E. Degas, “Petite danseuse de quatorze ans”, 1880-81. Così Jean Clair, nel saggio L’anatomia impossibile. La ballerina lombrosiana di Degas prende forma nel 1881: quattordici anni dopo viene inventato il cinema e nasce la psicoanalisi. Nel frattempo, in pittura, si manifestano corpi con nuove forme. Deformi, anticlassici, malati, contorti, da...

Definire gli infiniti

La siepe   Che cosa significa definire se non, letteralmente, tracciare un/una fine, un confine, delimitare, «come quando si recinta un terreno, in modo da non confonderlo con le terre confinanti appartenenti ad altri? Grazie alla definizione si rintracciano caratteristiche comuni all'insieme di cose che stanno dentro il confine, le quali permettono di non confondere la cosa definita con altre» (Giuseppe Cambiano, Sette ragioni per amare la filosofia, Bologna, il Mulino, 2019, p. 43). Benissimo. Ma come definire l'infinito, che non ha estremità – come già preconizzava Epicuro e prima di lui facevano tutta la cosmologia e la fisica presocratiche – e che sfugge a ogni limite, gioiosamente superandoli tutti nella sua smisurata immensità? Forse riusciremo a definirlo, ci perdonino fisici e matematici, grazie a... una siepe!? Ecco apparirci davanti agli occhi la siepe del secondo verso dell'Infinito di Leopardi, presentata subito dopo l'ermo colle, entrambi al poeta cari. Quella siepe che ritorna nel quinto verso con un richiamo indiretto, di là di quella, per definire nuovamente l'interminato spazio che si stende quieto e silenzioso, ampio e materno come la chora platonica, oltre...