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Yayoi Kusama

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New York, l’anima nella fotografia

Se vi è capitato, come al sottoscritto, di raccontare a chi incontravate che presto avreste visitato New York, o magari di essere rientrati da un viaggio recente nella città che non dorme mai, avrete una misura della frequenza straordinaria con cui le conversazioni in merito attingano al contenitore marchiato dall’etichetta “Cinema”. Non occorre una riflessione granché eccezionale per asserire che, del resto, il mondo cinematografico (e, negli ultimi anni, quello delle serie tv che, in molti casi, al cinema stanno rubando il mestiere) si sia dedicato con tanta dedizione a New York City da formare il nostro immaginario a essa relativo, in altre parole: quando andiamo a New York – leggi: Manhattan – ci aspettiamo di riscoprirci al centro del centro del mondo per come ce l’hanno raccontato i grandi film. Eppure, gli esempi del fatto che New York sia probabilmente la città più fotografata sul pianeta sono innumerevoli e privi di soluzione di continuità, come raccontano la raccolta, curata da Marla Hamburg Kennedy, New York: a photographer’s city (Rizzoli USA 2011) o il recente lavoro di Gabriele Croppi...

L’immaginario androgino

Leggendo il libro di Franca Franchi, L’immaginario androgino. Migrazioni di genere nella contemporaneità (Sestante Edizioni, 2012) verrebbe da dire: non esiste solo il mito di Narciso. È vero che Philippe Dubois nel suo saggio L’acte photographique (1983), fa riferimento al De Pictura di Leon Battista Alberti e pone il volto del fanciullo che guarda se stesso nella fonte come mito all’origine della pittura. Ed è sicuramente innegabile che il volto di Narciso compaia anche nelle moltitudini degli autoritratti contemporanei – i neonati selfie, sospesi, scrive Tiziano Bonini, tra il “desiderio di sondare se stessi” e “la nuova consapevolezza della propria immagine digitale”.   Persino nel ritratto sembra che il mito del fanciullo ovidiano non rinunci a svolgere il ruolo di archetipo, come suggerisce Lina Bolzoni nel suo saggio Poesia e ritratto nel rinascimento (2008). Tuttavia Franca Franchi compie un deciso cambio di rotta: distoglie lo sguardo dal mito onnipresente di coloro che non riescono ad abbracciare la propria immagine e lo rivolge verso un altro mito: l’androgino. Perché? Cosa rappresenta?   Un sogno, l’illusione dell’autosufficienza divina che si materializza...

Yayoi Kusama. Infinity Net

Due parole: Infinity Net. Un titolo icastico con cui l’artista Yayoi Kusama firma la sua autobiografia, ora tradotta e pubblicata anche in Italia (Infinity Net. La mia autobiografia, Johan & Levi Editore). Non si tratta solo del racconto di particolari che ricordano gli eventi della sua esistenza: il paese in cui nasce nel 1929, un Giappone chiuso e arretrato da cui vuole fuggire, a cui fa ritorno nel 1975, o la sua famiglia appartenente all’alta società, con una madre tradizionalista e un padre libertino, o la scuola in cui non riesce a trovare il proprio spazio, o ancora le allucinazioni visive e auditive di cui è afflitta, conseguenza della sua condizione tormentata.        Vi è dell'altro. Si comprende da subito che ogni dettaglio su cui Yayoi Kusama si sofferma, è un passo verso il delinearsi della sua folgorante carriera che coincide con la parte più oscura di se stessa. Tutto ha inizio con un libro scoperto in un negozio di Matsumoto, la città in cui vive, un testo con i dipinti di Georgia O’Keeffe, la moglie del fotografo americano Alfred Stieglitz, che in quegli anni...