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Teatro

(754 risultati)

Il Darwin inconsolabile di Calamaro / Una lenta Apocalisse

Riccardo Goretti entra in scena trafelato, spingendo sul palco vuoto un carrello del supermercato colmo di vivande e le prime parole che pronuncia sono dedicate alla voce pre-registrata che qualche secondo prima ha annunciato Darwin inconsolabile (un pezzo per anime in pena) di Lucia Calamaro e gli altri spettacoli in programma negli spazi del Teatro di Roma: sornione e perplesso rimarca l’errore di pronuncia della voce (che effettivamente ha detto Tumas e non Thomas Bernhard), aggiungendo che un tempo le voci nei supermercati non informavano i consumatori sugli spettacoli che si svolgono al Teatro Valle ma su quale scaffale si trovano i generi alimentari, e il pubblico della sala b del Teatro India ride deliziato per quell’indecidibile eccesso di presenza che lo rintrona come un colpo di gong: è tutto improvvisato, come negli spettacoli degli stand up comedians, o al contrario è tutto programmato, è tutto scritto (persino l’errore di registrazione) da una mano invisibile e onnipotente? E a cosa prelude quel gustoso qui pro quo tra spettacoli e merci, tra cultura e alimentazione? Ma non c’è il tempo di metabolizzarlo perché dalle quinte entrano una dopo l’altra tre donne con i...

1938-2022 / Herbert Achternbusch: scantinati, bar, buie paludi

Una lettera del 2011   Caro Herbert, è passato molto tempo dalla prima lettera che ti ho scritto, ma questa, che per il momento è anche l'ultima, è una lettera particolare: accompagna infatti l'uscita italiana del tuo libro L'ora della morte. Tutto sommato abbiamo aspettato solo dieci anni, prima che arrivasse il momento. La prima volta che ho sentito parlare di te avrò avuto a malapena sedici anni. Tu eri già piuttosto conosciuto allora, avevi girato qualche film, pubblicato dei libri, fra i quali anche L'ora della morte, ma per noi ragazzi di paese eri ancora una scoperta. Non eri molto ben visto, dalle nostre parti, avevi fama di chi sputa nel piatto in cui mangia, era difficile trovare tuoi libri, lì in Bassa Baviera, dove eri cresciuto e dove io cercavo allora di trovare la mia strada. Leggere il nome di un paese come Deggendorf, Hengersberg, o anche il tuo Breitenbach, in un romanzo, mi era sembrato un miracolo, un tocco di luce: c'era dunque la possibilità di scappare da quella provincia e dalla sua lingua, per poterla osservare da fuori! L'identità bavarese ti rimane appiccicata addosso a vita e il modo in cui noialtri parliamo e ci esprimiamo rimanda continuamente al...

Firenze, 3/9 gennaio / Le amiche geniali

lunedì Guardo le prossime date che abbiamo in calendario: OZ, gennaio-febbraio, alcune matinée coi bambini. Riusciremo a farle? Amica, 8 marzo e poi, di nuovo, a metà mese. Quindi le recite di Sylvie e Bruno. A marzo, dicono, sarà tutto più tranquillo, avremo ormai scavallato il picco. Chissà. Penso che l’Amica si è fermata già al primo lockdown. Dopo due anni, ora, ricomincia a viaggiare: Milano, al Carcano, poi Bologna, all’Arena del Sole.  C’è qualcosa di violento e contro natura nella separazione così lunga da un corpo amato. La vedo proprio così: replicare uno spettacolo è tornare, con trepidazione, all’incontro col corpo di un amante, un luogo conosciuto e al contempo sconosciuto. Ho nostalgia della parte conosciuta, ma ancor più di quella sconosciuta.   martedì Sul tavolo, accanto a me, c’è la mia copia dell’Amica geniale di Elena Ferrante. Ormai è tutta piena di segni, di orecchie, gonfia di letture e immagini. All’inizio, invece, l’immagine era una sola. Si formava con insistenza ai margini delle parole, delle pagine. La ricacciavo, ma lei tornava indietro. Era l’immagine di Fiorenza. Vedevo solo lei e poi vedevo anche me stessa, ma in realtà non sopportavo di...

Dall’Urss: Molière e Arianna / Bulgakov e Cvetaeva: la distanza e la passione

L’Unione Sovietica negli anni venti e trenta diventò luogo ostile a scrittori e poeti. Qualcuno, come Marina Cvetaeva, era all’estero; qualcun altro, come Michail Bulgakov, dopo i successi dei suoi primi libri, fu sottoposto a feroce censura. Majakovskij si suiciderà nel 1930: in quella decade molti finiranno nei gulag o fucilati, oppure rimarranno oscurati.  Due libri, Arianna di Marina Cvetaeva, un testo teatrale uscito in autunno per Mimesis, e Vita del signor de Molière di Michail Bulgakov, in libreria il 10 gennaio per Feltrinelli, riportano all’attenzione la questione. In più ci ricordano quante possibilità abbia il teatro, oltre il momento della rappresentazione. Il primo, un testo drammatico, potremmo rubricarlo sotto la voce teatro di poesia, arduo da rappresentare, una sfida di parola poetica alle convenzioni della scena normale. L’altra, una biografia, respira di teatro da tutti i pori, e rappresenta la frustrazione di un autore emarginato di fatto dalla scena reale, ‘congelato’ da Stalin in un ruolo di aiuto regista in quel Teatro dell’Arte di Stanislavskij che disegnerà con tratti espressionistici, grotteschi, in quell’altro acre capolavoro che è Romanzo teatrale...

Ravenna 28/31 dicembre, 1 gennaio / Giorni felici

martedì   Ieri è finita la mia quarantena. Oggi è il primo giorno di libertà. «Un altro giorno divino. (Pausa. A bassa voce) Comincia, Winnie (Pausa). Comincia la tua giornata (Pausa)».  Rodolfo mi ha regalato Giorni felici, il nuovo fumetto di Zuzu da poco uscito per Coconino. «L’ho sfogliato e ho pensato che ti sarebbe piaciuto» ha detto. «La protagonista vuol fare l’attrice e sta preparando un provino, il monologo di Winnie da Giorni felici di Beckett».  Claudia è un personaggio sconcertante. Nella prima sequenza, in topless e mutandine, si staglia contro un mare di trattini celesti e strane scogliere e balza spericolata di pietra in pietra. Poi le capita qualcosa. «Claudia… ma sei tutta sporca di sangue… Hai le mestruazioni. Non te ne sei accorta?», le grida Guido, il suo compagno. «Non ti pulisci?» Claudia non risponde. Sulla bocca le si disegna una specie di ghigno. È allora che vediamo due piccoli canini appuntiti. Non è una cosa straordinaria, almeno non per lei. Gli artigli, i denti aguzzi, addirittura le zanne, saranno di qui in poi segni occulti e transitori di una sua progressiva rivelazione.     Anche nel fumetto che stiamo facendo Mara e io...

Auguri per un nuovo anno / Visione del teatro futuro

Su un’alta duna in mezzo al deserto un uomo cammina –  Si vedono le sue tracce – ma il vento presto le cancella.   Ed ecco che arriva la barca carro del Sole – coi quattro cavalli e le vele bianche immense a perdita di cielo.   L’uomo sale sul carro, prende le redini e guida su e giù per le dune.   Quando viene la notte ed è il momento di tornare in volo l’uomo dice:   Il teatro del futuro sarà (è) andare su e giù nelle anime –  barche teatri a cui stando al timone (alle vele) si va a illuminare l’oscuro capire le voci ascoltare la metamorfosi – il sorgere, il tramontare: le barche sono l’orecchio di Dioniso – e riderne.   Entrano nella notte, luminosi.   [Giuliano Scabia è scomparso nel maggio del 2021, lasciando visioni sfolgoranti e un grande archivio di materiali editi e inediti. Dal Ciclo del Teatro vagante, copioni, schemi vuoti, commedie, lampi poetici, composto da 102 titoli, ultimo dei quali Canto del monaco Silvano, pubblicato su doppiozero il 31 dicembre 2020, estraiamo come augurio per il teatro del 2022 questo breve testo, il numero 80 del 2007, scena unica.]   Nella fotografia di Maurizio Conca: Giuliano Scabia legge...

Ravenna, 21/25 dicembre / La piccola fuggitiva

martedì   In questi giorni sono chiusa in casa, in quarantena, come un milione e mezzo di italiani. Per ora negativa, ma chissà. Intanto Him, questa sera, va in scena e io non lo vedrò.  Sono le nove e un quarto, Marco Cavalcoli a quest’ora è appena salito sul palco, al buio, agile come una pantera e si inginocchia davanti al pubblico. È identico a Him, la scultura di Cattelan, mi pare di vederlo anche qui, nel mio salotto: stessi baffetti, stesso vestito. Avrà da poco iniziato il suo doppiaggio forsennato. Ora sarà Dorothy, mentre canta al di là dell’arcobaleno. Adesso starà ridendo, sguaiatamente e orrendamente, come la Strega dell’Ovest. Tra poco sarà un maiale che grufola. Presto sarà soltanto il vento.   C’è un passo bellissimo nei Libri di Oz sulla metamorfosi del Mago. È un dialogo tra Dorothy e il guardiano dei cancelli. La bambina chiede come sia fatto Oz e il guardiano le risponde che non lo sa, nessun vivente può saperlo. Quando la bambina e i suoi amici strampalati vanno a incontrare il Mago, ciascuno per conto suo, ognuno vede quel che è capace di vedere: sono tutte immagini diverse. Ripenso al momento in cui Luigi e io abbiamo parlato di Him per la...

Nuove drammaturgie: Simona Semenič / Il corpo femminile tra testo e performance

“Per me i miei spettacoli non sono quelli che vengono messi in scena. La mia scrittura è già lo spettacolo. Il mio testo è la performance”. Lo afferma Simona Semenič, drammaturga nata nel 1975 che ormai da una decina d'anni si distingue come “la più innovativa, penetrante e visibile tra gli scrittori teatrali sloveni (uomini e donne)”, vincitrice, tra i numerosi premi e riconoscimenti, della più alta onorificenza nazionale nel campo delle arti: il Prešeren Fund Award 2018. Sorprendentemente ancora sconosciuta in Italia, negli ultimi anni Simona Semenič ha riscosso ampio successo anche a livello internazionale, e i suoi testi, tradotti in più di dodici lingue, sono stati rappresentati in diversi paesi, arrivando a calcare i palcoscenici di America, Asia e Medio Oriente.   Formatasi presso l'accademia AGRFT di Lubiana, Simona Semenič è una figura poliedrica, tanto che è quasi impossibile collocare la sua opera creativa sotto un'etichetta precisa. Il suo percorso formativo artistico si è sviluppato all'insegna di interdisciplinarietà e sperimentazione: nonostante sia principalmente nota come autrice teatrale, Semenič è anche performer, regista, scrittrice di romanzi, produttrice...

Artificerie Almagià, 16/20 dicembre / Credi alle fate?

giovedì   Sono passati sei mesi dall’ultima recita di Sylvie e Bruno. Domani sera torniamo in scena a Ravenna, per quattro giorni. Quando riprendi uno spettacolo, al principio ti sembra di non saperne più nulla: non ricordi i gesti, le traiettorie, non sai come prendere le luci. Poi succede qualcosa di strano. Sulla scena ti accorgi che il tuo corpo ne sa molto più di te, c’è una specie di memoria fantasma che ti guida. Mentre Luigi ci indica i punti da segnare con piccole croci fotoluminose sul pavimento bianco, mi torna in mente una scena bellissima del romanzo di Lewis Carroll da cui abbiamo tratto lo spettacolo. C’è Arthur, innamorato di Muriel. E c’è Muriel, innamorata di Arthur. I loro corpi, però, non sanno trovare la strada dell’incontro. Sono in riva al mare, il cielo è coperto da un ammasso di nuvole. Sylvie e Bruno, piccole fate invisibili, guidano delicatamente i piedi e le mani dei due amanti. Sylvie afferra il bastone da passeggio di Arthur e lo sospinge verso un gruppo di fiori bianchi, sulla battigia, là dove passeggia Muriel, tanto che Arthur, che non sapeva bene come comportarsi, crede che quella sia la sua volontà. «L’uomo era totalmente inconsapevole che...

A che punto è la scena? / Premi Ubu, politiche e mondi possibili

Fine dell’anno. Tempo di bilanci. Anche nel periodo che stiamo vivendo, stretto fra l’impossibilità della rimozione di quanto accaduto e l’altrettanto comprensibile esigenza di andare avanti; nel permanere di uno schiacciamento sul presente che impedisce di affrontare un passato ancora in fase di elaborazione e però, perciò, pure di costruire un domani possibile.  Sarà rischioso, tendenzioso, vano, ma è un esercizio di analisi dell’accaduto – e, perciò, anche un po’ di immaginazione del futuro – quanto mai necessario. Anche perché a fine anno si affastellano occasioni di questo tipo, fuori e dentro casa, in teatro come altrove: dall’orizzonte imminente della domanda ministeriale per il nuovo triennio Fus, all’ormai fittissima moltiplicazione di premi che in Italia costella la chiusura dell’anno solare. Fra questi, il più storico e forse celebre: il Premio Ubu voluto da Franco Quadri, la cui 43a edizione, doppia stagione 2020-21, si è svolta il 13 dicembre al Cocoricò di Riccione e in diretta su Radio3.    La squadra di Politico poetico del Teatro dell’Argine di S. Lazzaro di Savena (BO). Che senso ha, dopo anni come questi – trafitti da difficoltà...

Conversazione su “Tavola tavola, chiodo chiodo” / Lino Musella e Eduardo: una lezione

“Io ho dovuto pagare un prezzo molto alto durante la mia vita, ho dovuto pagare sempre, sempre. E a furia di pagare, certe cose, oggi, non mi riescono più. Per esempio non mi riesce più di avere molta fiducia nella gente, non mi riesce di farmi degli amici veri, talvolta non mi riesce neppure di credere negli affetti. Non sono una vittima, beninteso: mi sono sempre difeso bene”.  (Da un’intervista di Eduardo De Filippo a Grazia Livi su “Epoca” del 4 febbraio 1962).   Sul palco del San Ferdinando, legata a delle funi, è sospesa una sottile piattaforma di legno a mezz’aria. Sopra c’è un modellino in miniatura di una struttura in costruzione. Lino Musella, pantaloni neri e camicia bianca, ha un barattolo di colla e un pennello tra le mani. Si rivolge a “Vittò”, immaginario aspirante attore – e al pubblico – mentre incolla pezzi. Sembra il primo atto di Natale in casa Cupiello, ma le parole sono altre: Lino Musella/Eduardo racconta del San Ferdinando: di quando acquistò quel mucchio di pietre bombardate, dei milioni cacciati di tasca sua per tirarlo su, di quanto sarebbe diventato bello e moderno, questo teatro, pensato prima di tutto per il popolo e per gli artisti, con l’...

Milano, 29 novembre/4 dicembre / Se cercavi aiuto, sta per arrivare

lunedì   Sono i miei ultimi giorni alla Paolo Grassi. Questi mesi sono volati: è da settembre che faccio lezione qui, ogni settimana, agli studenti del terzo corso autore. La materia si chiama “tecniche di scritture drammaturgiche”. In sostanza devo accompagnare i ragazzi alla prova di diploma, che consiste nella composizione di un testo teatrale che verrà messo in scena dai compagni attori e registi. La scuola ci offre questo tesoro: centoventi ore tutte nostre e, visto che gli studenti sono solo due (Elena e Giuseppe), il tesoro non è nemmeno piccolo, mi pare.  Penso che questo è il primo corso lungo che tengo dopo le chiusure: è stato molto bello ritrovarsi in presenza, tornare a stringere relazioni con persone più giovani ed è anche stata un’occasione, in fondo, per interrogarsi in un altro modo su cosa stia cambiando e come. La prima cosa che Elena mi ha detto, il giorno che ci siamo conosciute, è che provava una grande rabbia. La seconda è che il suo testo non avrebbe avuto nulla a che fare col Covid. Anche Giuseppe era d’accordo. «Basta, non se ne può più».     Penso che, dalla riapertura in poi, noi teatranti abbiamo preso a interrogarci ossessivamente...

Alla Scala di Milano / Macbeth: un capolavoro di frontiera

Il primo incontro di Verdi con Shakespeare ha una storia singolare, per molti aspetti unica. L’idea del Macbeth, l’opera che il 7 dicembre inaugura la stagione della Scala, nacque durante l’estate del 1846, dopo il debutto primaverile di Attila alla Fenice di Venezia. In laguna Verdi si era ammalato di una “febbre gastrica” durata varie settimane e il medico gli aveva prescritto sei mesi di riposo, esortandolo a trascorrere un periodo alle Terme di Recoaro, per “passare le acque”. Nel pieno dei cosiddetti “anni di galera” – contrassegnati da un attivismo frenetico e da condizioni produttive sempre al limite – il musicista decise di seguire scrupolosamente la prescrizione, anche se una simile pausa rischiava di avere conseguenze sulla sua carriera. Con il senno di poi, una scelta vincente.   Trovatosi nelle condizioni di pensare a un’opera con calma e in profondità, come fino a quel momento non gli era mai accaduto, Verdi avrebbe realizzato un “unicum” non solo rispetto alla sua produzione precedente, ma nell’intero suo catalogo. Un dramma musicale sempre prediletto e difeso dai detrattori. E infatti, diciott’anni dopo il debutto (Firenze, Teatro della Pergola, 14 marzo 1847...

Luci sulla Togliatti / Al capolinea del realismo

C’è chi dice che in ogni autobus ci sia un microcosmo. In ogni persona, un mondo. Nelle biografie di ciascuno, anche “banali” e prosaiche, si riflettano traiettorie collettive, che la storia o finanche il mito, insomma, si trovino quasi più nelle pieghe del quotidiano che negli eventi esplosivi, nei fatti e negli “uomini eccezionali”. È, in fondo, la grande scommessa del realismo, non solo letterario. O meglio, di un certo “realismo osservazionale”, spesso condito da vaghezza flâneuristica, che cerca nella realtà più diretta il senso della propria narrazione, e talvolta anche un significato “morale” in ciò che si vede. Ma la realtà è qualcosa che sfugge a sé stessa, in diverse diramazioni. Come ricorda Walter Siti nel suo saggio sul realismo, “i dettagli conducono all’Assoluto, le trame conducono al Mito”.   Anche nei pressi del Teatro-Biblioteca Quarticciolo, che sorge nell’omonima borgata romana (una delle dodici borgate “storiche”, progettata da Roberto Nicolini e uno degli “epicentri” della resistenza contro il nazifascismo nonché luogo di ambientazione de Il gobbo di Carlo Lizzani in cui si narra appunto delle gesta del partigiano locale Giuseppe Albano), le strade...

Oggi la lettura al Circolo dei Lettori di Torino / La pesca del giorno

Isola di Lesbo, un misterioso viaggiatore incontra un pescatore scoprendo che sul suo bancone sono in vendita corpi umani. Il mercato è fiorente, ne nasce un dialogo scabroso e surreale. Il testo di Éric Fottorino, inedito in Italia, è parte di una pièce che verrà letta a Circolo dei lettori di Torino, venerdì 3 dicembre alle ore 21. Seguirà l’incontro dell’autore con Mario Calabresi e con Cesare Martinetti, autore della traduzione.   ***   È l’ultimo arrivo?   La pesca del mattino   Lontano?   Davanti a Lesbo. Proprio di fronte alle coste della Turchia. Bastava sporgersi per acchiapparli.   Cosa c’è?   Di tutto.   Di più?   Il migliore, di ogni provenienza. Venga con me, sotto la tenda. Vedrà ancora di meglio.   Cos’ha?   Maliani. Ben conservati. La pelle nera protegge la carne.    E là?   Guineani.   Non tanto in buon stato, no?   Troppo tempo a languire nei campi della Libia. Calci, frustate, bastonate, coltellate. Senza contare le false partenze e le false speranze. La tortura, talvolta. Le finte esecuzioni. E poi il viaggio, troppo lungo.   Come diventano?   Lo vede...

Dijon, 22/27 novembre / Imparare ad aprire le ombre

lunedì   Mi trovo a Dijon da due giorni per l’allestimento di un’opera di Haydn, L’isola disabitata, che debutterà sabato prossimo. Luigi è qui da poco meno di un mese a provare coi cantanti. Al mio arrivo trovo Madame Devret ad accogliermi nell’appartamento di rue Berbisey che l’Opéra mi ha destinato. Da quando siamo stati chiusi, ogni volta che mi trovo ad alloggiare in una casa non mia, molto spesso in realtà, non riesco a non pensare come sarebbe trascorrerci un intero lockdown. Questa casa è calda e confortevole, ha il soffitto e i pavimenti in legno e una bella vetrata che divide la zona giorno dalla zona notte. Solo che ha punti luce decentrati e soffusi, di quelli che mandano morbidi aloni ocra tutto intorno e sembra fatta solo per trascorrerci serate infinite a chiacchierare con gli amici, magari con un bicchiere tra le mani (questa casa, infatti, è piena di bicchieri, tutti bellissimi).   Io però dovrò scriverci e studiare, almeno per il tempo che non trascorrerò in teatro. La prima cosa che faccio rimasta sola, dunque, è svitare e riavvitare freneticamente le lampadine e spostare ogni lampada possibile per concentrare la luce in un punto che coincida quanto...

Un libro di Ermanna Montanari e Enrico Pitozzi / “Cellula”, sopravvivenze della scena

La cellula, l’anatomia, la scena e il cosmo. Un istantaneo, fulmineo salto di piani dall’infinitamente piccolo all’infinitamente grande che svela, già a un primo sguardo, tra titolo, sottotitolo e immagine di copertina, l’incommensurabilità dell’intreccio che il volume di Enrico Pitozzi ed Ermanna Montanari – uscito lo scorso giugno per i tipi di Quodlibet – intende evocare e proporre. Cellula è elemento primo, nucleo di possibilità, promessa di forma, corpo in potenza. L’anatomia, invece, è già indagine sul corpo formato, aggregato di cellule, perlustrazione del realizzarsi e dell’imporsi di una possibilità su tutte le altre. Ma la specificazione ci dice che quel corpo di cui si tenta l’anatomia è spazio scenico, l’intera scena come corpo, insomma, il luogo in cui ogni possibilità è rimessa in gioco, richiamata in causa per mettere in discussione e in crisi il già costituito, il mondo per come lo conosciamo. Per smentirne le apparenze e manifestarne origini ed essenze. Ed ecco che, ancora in copertina, dalle parole del titolo e del sottotitolo che abbiamo osservato fin qui, si genera l’immagine: non quella che ci si aspetterebbe – nessun diretto riferimento allo specifico...

Larsen C di Christos Papadopoulos / Danza come esperienza estetica

Lo spettacolo – ipnotico, caustico, avvolgente – inizia con una luce che fende lo spazio della scena. Così facendo, il nero perfetto della scatola teatrale che giace nelle retine del pubblico appare ferito da quel fascio luminoso. Non siamo più di fronte a uno spazio-tempo a scorrimento immobile, ma a un ambiente esperienziale vero e proprio in cui si innesta un ticchettio cronografico. C’è uno stato di sommessa, sottile agitazione che permea l’inizio e che trova liberazione solo nel superamento di quell’immagine iniziale e scura, un’immagine tanto conchiusa e definitiva quanto semplice ed enigmatica. Da quella apertura disegnata dalla luce, che sì apre un varco ma in realtà non preannuncia nulla di ciò che segue, a una a una iniziano ad apparire immagini plastiche e misteriose. Questo primo segmento di luce è, dunque, uno spazio laterale. È una zona che si estende quasi discretamente verso il fondo della scena. Una sagoma emerge da una penombra in cui si staglia in maniera via via più chiara un preludio di corporeità: così la danza si annuncia. Si intuisce la natura umana di questa prima forma, da essa emana un calore. L’immagine è quella di una superficie liscia, mobile, duttile...

Alla Triennale di Milano / Cleopatràs di Giovanni Testori

L’ultima regia di Valter Malosti è di rara potenza. Porta in scena Cleopatrás, un testo di Giovanni Testori di cui ricordiamo altre due riuscite versioni di qualche anno fa: quella del 1996 con Sandro Lombardi, che vinse il premio Ubu come miglior attore per l’interpretazione, produzione i Magazzini e regia di Federico Tiezzi; e quella del 2014 Atir con Arianna Scommegna, con la regia di Gigi Dall’Aglio. Questo ultima versione del suo lavoro teatrale sulla regina testoriana aveva debuttato nel settembre 2020 al Teatro Carignano di Torino; ora in tournée, lo abbiamo rivisto al teatro della Triennale di Milano. Una Cleopatrás, quella di Malosti, interpretata magistralmente da Anna Della Rosa, che si riconferma una delle più interessanti attrici del nostro teatro di ricerca per fortuna ricco di personalità femminili di grandi qualità.   Foto Tommaso Le Pera. Far rivivere il linguaggio di questo vulcanico scrittore, drammaturgo e critico d’arte, imbevuto di retrogusti padani, non era semplice. In quanto è tutto un susseguirsi di intrecci dialettali con tinte espressionistiche, colme di neologismi, deformazioni e recuperi linguistici che da sempre caratterizzano la prosa neo...

Addii / La critica innamorata di Renato Palazzi

Era uno degli ultimi esponenti di una generazione di critici formatisi sui giornali quotidiani che però aveva rifiutato una certa superficialità, distanza, supponenza di giudizio di quel tipo di cronisti teatrali. Renato Palazzi non era un re-censore ma un appassionato di teatro che di teatro si nutriva, che dialogava con gli artisti, che cercava di capirne le ragioni senza rinunciare a una propria autonomia di giudizio. Forse perché nel teatro era nato, nel 1968, organizzatore per il Piccolo Teatro di Paolo Grassi degli spettacoli nelle scuole, tra i fondatori del Salone Pier Lombardo poi teatro Franco Parenti. Aveva iniziato a scrivere sull’“Avanti”, poi sul “Corriere della Sera” dove lo ricordiamo, negli anni settanta, giovane cronista attento a tutto quello che si muoveva, con un certo spirito militante. Quell’atteggiamento sarebbe rimasto una sua peculiarità, testimoniata dai messaggi di teatri e teatranti nel giorno della sua scomparsa a 74 anni, il 7 novembre 2021, e in quelli immediatamente successivi.   Basta scorrere le bacheche di Facebook per leggere parole di cordoglio, di affetto e stima firmate da Daria Deflorian, Mimma Gallina, Licia Lanera, Fanny &...

Beckett allo specchio / L’ultimo nastro di Krapp di Tonino Taiuti

È un sapiente gioco di sovrapposizioni, riconoscimenti e sdoppiamenti la messa in scena di L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett diretta e interpretata da Tonino Taiuti al Ridotto del Mercadante di Napoli dal 14 al 24 ottobre, in prima nazionale. In oltre quaranta anni di carriera come esponente di quella generazione, post-eduardiana e già parte della tradizione teatrale partenopea, definita della nuova drammaturgia napoletana (con lui Enzo Moscato, Annibale Ruccello, Antonio Neiwiller e Silvio Orlando, tra gli altri), Taiuti Beckett lo ha sempre e solo accarezzato, sfiorato da lontano (provava Aspettando Godot quando il terremoto dell’80 colpì Napoli), introiettato e assorbito, ci si è più volte riconosciuto ma non lo ha mai affrontato a viso aperto, sulle tavole delle salette off che da sempre preferisce ai grandi palcoscenici, per inclinazione personale e per la libertà di movimento creativo e di immaginazione che permettono. Per la sua prima incursione nel mondo della drammaturgia beckettiana, l’attore napoletano sceglie allora l’intima sala del Ridotto – circa ottanta posti disposti su una decina di panche, senza distanza alcuna tra scena e platea – e un testo tra i più...

Un’esperienza dal Festival “Tuttestorie” / Il corpo libro: teatro per bambini da 0 a 18 mesi

I veri privilegiati, almeno da due anni a questa parte, sono loro: i bambini. Sono gli unici a toccare senza la paura di farlo, a respirare i luoghi senza il timore (né alcun presentimento) del contagio, a muoversi negli spazi senza anteporre la mancanza di coraggio. Nelle chiacchiere da bar qualcuno ancora si chiede come ci vedano loro, adesso che indossiamo il più delle volte una mascherina. Fuori dal teatro Massimo di Cagliari ho provato a usare la celebre tecnica del “cucù” con uno di loro, abbassando il velo azzurro davanti alla bocca e buttando fuori una linguaccia: il piccolo, di appena sedici mesi, non ha battuto ciglio. Era in attesa di vedere uno spettacolo. Un’opera teatrale che dovrei dire “per” l’infanzia e che invece mi ostinerò a definire “dall’“infanzia, secondo una mia personalissima concezione di ciò che riguarda questo territorio tanto aperto e sfrangiato: un territorio dall’infanzia prima che dell’infanzia.    Sono approdato in terra sarda il giorno dopo la chiusura del Festival “Tuttestorie”, dall’omonima libreria cagliaritana che da sedici anni organizza questa kermesse esplicitamente dedicata “ai ragazzi”. Per un’altra settimana, però, hanno...

Dal cinema alla scena / L’armata Brancaleone di Roberto Latini

Un’epidemia devastante, una crociata contro gli infedeli, un farsi magnifici eroici quando si è solo magniloquenti poveracci, un attaccamento quasi amoroso al denaro, all’interesse personale, la ricerca di un Altrove: tutto in una terra desolata, con tratti metafisici e con bagliori elettronici di wargame.  Non è l’Italia di oggi postpandemia, anche se lo potrebbe sembrare: è quella campagna immensa e ‘ignorante’, disseminata ogni tanto di castella o borghi infetti, di quel meraviglioso fumetto del nostro carattere nazionale che fu L’armata Brancaleone, film del 1966 diretto da Mario Monicelli, da lui scritto con Age & Scarpelli. Ne ha ripercorso la sceneggiatura facendola rassomigliare ancora di più all’Italia di oggi Roberto Latini, trasformandola in uno spettacolo teatrale. Ha aperto la stagione del Metastasio di Prato, suggellando gli anni di direzione di Franco D’Ippolito, che dal primo novembre passa la guida dello stabile toscano al regista Massimiliano Civica. È una coproduzione con Emilia Romagna Teatro Fondazione e si potrà vedere ancora all’Arena del Sole di Bologna dall’11 al 14 novembre: per ora non sono previste altre repliche, in un sistema malato di...

Sorveglianti e sorvegliati / Ariaferma: l’inferno svuotato del carcere

Le sentenze non hanno la stessa potenza delle immagini e richiedono una fiducia che potremmo coerentemente definire cieca. Le immagini della rivolta e poi delle violenze avvenute nel carcere di Santa Maria Capua Vetere nell'aprile del 2020, diffuse a un anno di distanza, hanno permesso a tutti di venire al corrente di avvenimenti a cui sarebbe difficile credere senza l'ausilio dei video. Per i fatti di vent'anni prima all'interno del carcere di San Sebastiano di Sassari, riportati alla mente proprio da quanto accaduto nell'istituto campano, dobbiamo limitarci alle parole delle sentenze. Ci fu sicuramente un violento pestaggio ai danni di alcuni detenuti: la vicenda giudiziaria contro i responsabili è stata lunga e ci furono alcune condanne, molte assoluzioni, una sanzione da parte della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo per aver sottoposto a un trattamento inumano una delle vittime, Valentino Saba – sanzione resa ancora più pesante da una critica esplicita alle indagini svolte dalle autorità italiane. Meno di 15 anni dopo, quel carcere ormai in condizioni fatiscenti, in pieno centro storico, era stato dismesso e oggi è utilizzabile come set cinematografico.    Ma non è...