Byung-Chul Han, La scomparsa dei riti

Viviamo immersi nei riti, nelle cerimonie, nelle celebrazioni d’ogni tipo, laiche o religiose che siano. Non solo i grandi riti, istituzionalmente dati e riconosciuti, come matrimoni, cambi della guardia, partite di calcio, concerti rock o funerali di stato. Ma soprattutto i piccoli rituali della vita quotidiana: immergere il biscotto nel primo caffè della giornata, farsi la barba, ascoltare “Il ruggito del coniglio” nella via per l’ufficio, sfogliare il giornale del mattino, accompagnare i figli a scuola, andare al supermercato ogni sabato pomeriggio, prepararsi un drink prima di cena… Fino alle mille ossessioni personali, di cui non mette conto – sperabilmente – discettare. Il rito ci dà sicurezza, ci culla nella bambagia dell’abitudine, ci evita figuracce, ci illude d’abitare, se non nel migliore, in un decente mondo possibile. I bambini non possono farne a meno. Gli anziani ancora di più. Gli adolescenti, rifiutandoli in blocco, sguazzano insipienti nel rito del non-rito. Come quando, nel 68 o giù di lì, erano tutti a contestarli in nome della spontaneità, della naturalezza e dell’informalità, se ne sono prodotti a decine, dal farsi allungare i capelli al passarsi la canna (pardon, lo spino), dal leggere Kerouac in spiaggia all’atteggiarsi sessualmente disinvolti. In un modo come un altro, insomma, non se ne esce. Del resto, come insegnano gli antropologi, ogni rito è la riaffermazione simbolica di un qualche mito, la messa in risalto di una credenza – collettiva oppure individuale –, la rievocazione della forza intrinseca dei simboli. “Fate questo in memoria di me” è tuttora il nostro motto.

 

Come mai, allora, un filosofo tutt’altro che sprovveduto come Byung-Chul Han – autore di testi considerevoli come La società della stanchezza (2012), Nello sciame (2015) o Filosofia del buddhismo zen (2018) – titola il suo nuovo libro proprio La scomparsa dei riti (nottetempo, pp. 138, € 15)? La risposta non è evidente. Per certi versi, l’argomentazione di Han appare, come dire, apocalittica: oggi, sostiene, domina una comunicazione senza comunità, esattamente il contrario di ciò che era un tempo (quale?), in cui si viveva in una comunità senza comunicazione. Il neoliberismo ci induce verso il consumo sfrenato non solo delle cose, delle merci tanto sfavillanti quanto sempre uguali a se stesse, ma anche delle nostre emozioni nei loro riguardi; di modo che, succubi del nostro narcisismo, finiamo per autoprodurci in continuazione, o almeno ci proviamo senza soluzione di continuità, ricadendo ciclicamente nella più cupa depressione. È in fondo l’idea, che Han ha già dispiegato in scritti precedenti, per la quale l’attuale società della prestazione ci induce a diventare imprenditori di noi stessi, finendo per coltivare con ingenua euforia il culto della nostra crescente stanchezza. Sono spossato, dunque sono, e per giunta fighissimo. 

 

Ma l’analisi di Han è assai più articolata e problematica, schivando la trita dialettica fra apocalittici e integrati. La questione del rito, difatti, ha per lui un valore tattico: il problema non è la nostalgia per un supposto passato felice ma perduto, ma riuscire a usare la tematica della ritualità come cartina al tornasole per comprendere il nostro presente. Un presente che, proprio perché tale, sfugge di continuo alla nostra coscienza. Han osserva in tal modo che lo sprezzo verso i rituali, corresponsabile proprio l’immaginario naif della cosiddetta contestazione giovanile di fine anni 60, è stato vissuto dai più come indice di emancipazione.

 

 

I riti, s’è ritenuto (e si continua a ritenere in una storia che ritorna come farsa), sono gabbie che ci costringono entro parametri sociali posti e imposti da un Potere che, nascondendosi, ci sovrasta sempre e comunque. Convinzione tanto semplicistica quanto deflagrante. “Uno dei problemi più gravi dei nostri giorni – ha scritto Mary Douglas citata più volte da Han nel corso del libro – è la sfiducia nei simboli, l’ampio ed esplicito rifiuto dei rituali in quanto tali. ‘Rituale’ è diventato una brutta parola, equivalente a conformismo vuoto: assistiamo a una rivolta contro il formalismo, anzi contro la forma”. Il rito invece, sottolinea Han a più riprese, è una forma di ripetizione del già noto che ha un valore positivo, dato che, come s’è detto, permette un rapporto solidale con il mondo e con gli altri, un riconoscimento che è anche riconoscenza, un ritrovare che è un riscoprire.

 

La ripetizione, dice Han con Kierkergaard, “è un vestito indistruttibile che calza giusto e dolcemente, senza stringere né ballare addosso”; la novità, l’originalità, la stranezza – veri miti d’oggi – costituiscono, alla fin fine, una “coercizione permanente”. Così, scrive Han, “il vecchio, ciò che è stato che permette una ripetizione appagante, viene rimosso in quanto si contrappone alla logica proliferante della produzione. Le ripetizioni tuttavia stabilizzano la vita, il loro tratto essenziale è l’accasamento”. Non a caso, potremmo chiosare abbassando il livello del discorso, non è un caso che le destre oggi vanno alla ricerca dell’innovazione mentre certa sinistra frena la corsa al nuovo a tutti i costi, invocando la decrescita. 

Come la mettiamo allora? i riti sono scomparsi o no? E adesso la risposta si fa più chiara: quel che è scomparso, per Han, non è tanto il rito nel suo complesso (che anzi, appunto, si moltiplica) ma il suo valore sociale, la sua consistenza simbolica, la sua efficacia. Più si moltiplicano le espressioni del rito, più si perdono i suoi contenuti significativi. O anche, invertendo la prospettiva, più le cose, le situazioni, le istituzioni, l’esperienza vissuta tendono a smarrire la propria importanza, ad appiattirsi, facendosi prendere dalla frenesia della produzione e del consumo, meno i riti funzionano, meno, cioè, assolvono al loro compito di ricompattare la (o le) comunità. 

 

Prendiamo un esempio banale, un dettaglio forse, ma esemplificativo, credo, dell’argomentazione di Han, e che in qualche modo mi compete. Da diversi anni a questa parte si sono moltiplicati e amplificati i festeggiamenti per le lauree, sia quelli immediatamente successivi, con finte corone d’alloro, spumante spruzzato dovunque e foto di gruppo (stavo per scrivere ‘di rito’) nei corridoi, sia quelli organizzati con settimane d’anticipo, come feste danzanti e bevute pantagrueliche. Alle sedute di tesi le laureande e i laureandi arrivano con abiti da cerimonia visibilmente tirati a lucido, cravatte inamidate i maschietti, tacco dodici le femminucce. Tutto, dall’inizio alla fine, viene filmato dalle decine di smartphone svettanti in mano a familiari, amici e colleghi, manco si trattasse di un incontro fra Biden e Putin.

 

C’è una generale atmosfera di festa, tutti sono felici, commossi i genitori, appagati i ragazzi, rumorosi gli astanti. Una cerimonia con tutti i crismi. Mi sono spesso chiesto la ragione di questa patente, fortissima, spasmodica ritualizzazione delle lauree. In un momento storico, fra l’altro, in cui il famigerato pezzo di carta perde sempre più di importanza per l’accesso al mondo del lavoro. E a poco a poco ho capito: le lauree divengono riti all’ennesima potenza proprio perché non hanno più valore sociale; meno la laurea ha rilevanza, più la si festeggia. Sembra un paradosso, probabilmente lo è, e va proprio nella direzione del discorso di Han. Fino a quando la laurea era un mezzo per trovare un lavoro, non era così necessario festeggiarla. Adesso che non è più un mezzo, è diventata un fine, un fine per se stesso. Un risultato, e non il primo passo verso l’inserimento nella società. Dunque, dato che si tratta di un risultato, va onorata nel migliore dei modi, con tutta l’enfasi, la determinazione, l’incauta felicità che si concede a una bella (non utile) conclusione. 

È triste, tristissimo, ma è bene, direbbe Han, averne consapevolezza. Pensiamoci quando ci facciamo la barba, sorseggiamo l’aperitivo o portiamo i bimbi a scuola. Che tipo di rito stiamo vivendo, che significato ha? Se ce l’ha. 

 

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