DadaDams: una storia dimezzata

Sono passati cinquant’anni da quando il grecista Benedetto Marzullo a Bologna inventò il Dams, Corso di laurea in discipline delle arti, della musica e dello spettacolo, cui si aggiunsero in seguito indirizzi di comunicazione e cinema. Chiamò a insegnare figure allora fuori dall’accademia, protagonisti dell’industria culturale, del disegno industriale, dell’urbanistica, delle nascenti scienze semiotiche e dello spettacolo, delle arti, della musica, registi e protagonisti dell’avanguardia, ossia, citando in modo incompleto: Umberto Eco, Franco Donatoni, Luigi Squarzina, Renzo Tian, Giuliano Scabia, Ferruccio Marotti, Fabrizio Cruciani, Tomás Maldonado, Pier Luigi Cervellati, Lamberto Pignotti, Furio Colombo, Anna Ottani Cavina, Renato Barilli, Gianni Celati, Guido Neri, Guido Guglielmi, Alfredo Giuliani, Lamberto Trezzini.

Il Dams oggi celebra quell’anniversario con una rassegna (online) con incontri con ex studenti e laureati ad honorem, con la laurea honoris causa a Mimmo Paladino e una mostra a lui dedicata, con un convegno e alcuni appuntamenti teatrali, musicali e d’arte e con una festa finale, dal 18 al 20 giugno nel centro di Bologna. 

 

Uno dei punti nodali dovrebbe essere la mostra NoDams, inaugurata il 7 maggio scorso presso il Museo della Musica di Strada Maggiore (tra l’altro la prima sede del corso di laurea), uno sguardo ai cinquant’anni trascorsi. E proprio da questa esci completamente deluso. La retorica della celebrazione dell’impresa accademica insieme al bisogno di spettacolarizzare e di rendere “evento” un’esposizione piccina, in spazi angusti, fanno un cattivo servizio alla memoria e alla necessità di tracciare un bilancio per capire dove sono andati a parare lo spettacolo e la società dello spettacolo in questo affluente mezzo secolo in Italia. Entri in uno stanzone e, dopo una nicchia dedicata ad Andrea Pazienza, studente Dams illustre, ti ritrovi in due ambienti di cartongesso, ricoperti sulle pareti esterne con foto e documenti. All’interno vengono proiettati filmati, senza audio, con una colonna sonora fatta di Skiantos e di altri motivi degli anni attraversati. Vedi volti, lunghe interviste, guardi sfilare striscioni, preparare volantini e fanzine e capisci poco. L’idea che viene trasmessa è di un un’università “nuova”, di un luogo “creativo”, con tutte le ambiguità che questa parola può suscitare, essendo diventata sinonimo di spettacolare, arrangiato, vacuo, privo di vero spessore. Non viene spiegato come il Dams è stato incunabolo del ’77; non sono approfondite esperienze successive come Damsterdamned e Lo specchio di Dioniso, che hanno generato realtà impegnate nei linguaggi contemporanei come il Link e Xing; ti passa davanti il movimento anni Novanta della Pantera, senza che tu riesca bene a coglierne i frutti. E poco si spiegano i momenti di crisi, di stagnazione.

 

Poi ti sposti in un’altra sala e vedi un documentario che ripercorre mezzo secolo in una trentina di minuti, omettendo molto, dando anch’esso false immagini e suoni parziali (tornerò sull’argomento, ricordando alcuni brani di una lettera di Marco De Marinis, uno dei docenti di teatro protagonista di questi anni).

La cosa più azzeccata, l’unica che sembra evocare in modo chiaro il rapporto tra questa “scuola” e la città di Bologna, che l’ha sentita sempre come un corpo estraneo, è il cartello che ha dato il nome alla mostra: No Dams. C’è scritto: “Affitto Studenti - No Dams - No cani”.

Non va molto meglio con il catalogo, pubblicato da Pendragon: una raccolta abbastanza trionfalistica di scritti di docenti, e una cronologia con pochissimo senso critico dei fatti trascorsi, pochissima capacità di inquadrare il corso di laurea nella vita della città e del Paese.

 

La mostra NoDams.


Più nel centro di quello che avvenne alle origini del corso di laurea ci porta un libello anonimo di una cinquantina di pagine, firmato da una fantomatica Matricola 13, Sulla guerra incivile del DAMS.1971/1979. Pubblicato da Modo Infoshop nella collana “Fotocopie”, costa tre euro e si può comprare presso la stessa libreria bolognese di via Mascarella. 

Il taglio è rapido, fatto di citazioni, di ricordi di frasi (forse) pronunciate in quegli anni cruciali, con folgoranti analisi non sulle intenzioni degli inventori del corso di laurea, ma sugli esiti che ebbe nel raccogliere una popolazione di studenti che non volevano stare nei ranghi, capelloni, sballati, teatranti d’avanguardia, cineasti sperimentali, guerriglieri semiologici, cultori di altre musiche, artisti situazionisti, boccaloni, falsificatori, postpolitici... 

La quarta di copertina rivela: “Breve manuale dadadams”, perché nel ’77 si scandiva nei cortei “da-da-da-dams”, e si scriveva sui muri “dadadams”, portando il movimento di Tzara e compagni, con il suo gusto della provocazione, per le strade porticate di Bologna, con cortei aperti da sputafuoco e da draghi cinesi composti con pezze di variopinti colori cucite come un lungo corpo, indossato da decine di studenti. 

Continua, la quarta di copertina: “Scritto al presente. Resuscita gli artefici caduti nell’oblio. Qui vi sono inedite falsità e dimenticate verità”. Dimenticate verità e inedite falsità, come si usava intorno a quel 1977, quando per la cattedra di Paolo Fabbri alcuni studenti tennero un corso sulla falsificazione: fu mandato in pappa il Settimo Celere, venuto a proteggere Andreotti, intervenendo, con riproduzioni di chiavi, sulle cassette di comando dei semafori; si fornirono ai partecipanti al convegno contro la repressione del settembre 1977 i biglietti (falsificati) per tornare nei luoghi di provenienza (erano molto diversi dagli odierni, talloncini su cartoncino).

 

Umberto Eco, al fianco di Luigi Squarzina, interviene a un’assemblea del ’77, ph. Enrico Scuro.


Falsità vere e verità dimenticate: il taglio è veloce, sembra scritto da Freak Antoni (se solo fosse ancora vivo), ricorda i protagonisti, i professori rivoluzionari come Giuliano Scabia e Gianni Celati e alcuni studenti, Calabrò, Ruggeri, Barbi, Furlò, Palandri, Piersanti e molti altri, con una dedica a Luciano Capelli, uno dei fondatori di Radio Alice, che poco dopo il ’77 andò via da Bologna, come molti altri, e visse e morì in Centro America, sempre dalla parte degli ultimi.

Ci sono spunti divertenti, come questo, che racconta tempi labirintici: “Scabia e Celati sono degli stradisti, vai da uno e ti dice di andare in mezzo alla strada, vai dall’altro e ti dice che hai sbagliato strada (attribuita a Marino, o a Quaranta, probabilmente Melquiades)”. Ci sono quelli folgoranti come: “Qual è la materia che si insegna al Dams? Oculistica, impari a vedere (attribuita a Tondelli o a Marinelli, probabilmente Grignaffini)”.

 

Si legge: “I damsiani sono di varie specie, ma tutte sconosciute ai bolognesi, popolo che sa tutto del maiale ma nulla di Majakovskij (attribuita a Capelli, o a Saviotti, probabilmente Evola)”. Molte raccontano il Dams come un corpo estraneo alla città, che evade dai miti bolognesi, che prova a sovvertire lo status quo di una città chiusa su sé stessa, su un Pci che cerca di controllare tutto. Si ricorda lo slogan del ’77: “Seee vuoi l’indirizzo di una spiaaa vai al 4 di via Barberiaaa”, allora sede della federazione Pci più grande d’Europa, poi per ironia della sorte, quando il partito si è venduto i suoi gioielli, sede del Dams. 

“In questa città dedita alla precisione metalmeccanica si sgrana una metalinguistica dedita alla confusione. Imprecisione nel regno della precisione. Disordine contro ordine”. “Bologna era arida e zombica, un posto di vecchi circoli culturali, di intellettuali bolsi e perlopiù anziani, che si tenevano strette le loro polverose accademie. […] Noi eravamo il letame, il fertilizzante che si posò sulla crosta secca bolognista e ne fece una selva spinosa. Miracolo! Miracolo! GRRRRRRRR”.

 

ll Drago del Dams, 1977.


All’inizio Matricola 13 racconta la condizione, la sensazione degli studenti, dei giovani dei primi anni Settanta, con il refrain: “Contiamo un cazzo”, nell’Italia di piombo e di compromessi storici, di disoccupazione e crisi, delle sacche d’aria delle prime radio libere… E allora: “Ci siano iscritti a questa Facoltà nuova che poi non è una facoltà, ma qualcosa di facoltativo […]. Lo spreco di Dams: una gioventù accattona che non gli frega di diventare commercialista. Arte, solo arte di corpi confusi, ad arte”.

E questi, si dice a un certo punto, sono solo i ricordi di una parte degli studenti, inizialmente con matricola a due cifre, poi a tre, quindi a quattro, poi ancora migliaia con la diffusione dei Dams in tutta Italia. E Matricola 13 lascia alla fine un paio di pagine vuote perché la Matricola XYZ segni, consegni, i propri di ricordi.

 

La polemica contro le celebrazioni anestetizzanti è evidente: “Quando si è in decadenza iniziano le celebrazioni: un’apparecchiata accondiscendente tra accademia e istituzioni bolognesi, condita da biografie di tardi testimonial alla rinfusa. Una specie di revival innocuo di commoventi testimonianze postbelliche per la rianimazione di un Dams finito ridicolo (attribuito a Rocky, o a Bimbo Roger, probabilmente copisteria Belle Arti)”. 

Dopo gli addii dei protagonisti di quei primi anni, che dopo gli scontri del ’77, con l’appesantimento del clima, partono (Celati verso Brighton, Palandri a Londra eccetera), concluderà i discorsi una frase nello spirito di “A/Traverso”, rivista nata nel giro di Radio Alice, attribuita a Matteo Guerrino: “La Rivoluzione è Finita. Abbiamo Vinto!”, tutto con le maiuscole.

 

Il corteo del Drago del Dams, 1977.


Contro la mostra si scaglia con uno scritto a caldo il professor De Marinis, criticandone vari aspetti. Inizia così (si può leggere integralmente nella sezione online della rivista accademica “Culture Teatrali”, qui):

 

Sono appena uscito dalla saletta del Museo della Musica di Strada Maggiore, dove si proietta il film NoDams nell'ambito della mostra omonima sui cinquant'anni del celebre corso di laurea. Confesso il mio stupore, per non dire di peggio, di fronte a una ricostruzione talmente parziale e riduttiva da diventare irriconoscibile, almeno per uno che, come il sottoscritto, nel Dams bolognese ci ha lavorato una vita […]. Capisco che in trenta minuti non si può dire tutto, mi rendo conto che i materiali d'archivio sono quelli che sono (per chi non ha voglia di perdere tempo), immagino la comprensibile tentazione di confezionare qualcosa di accattivante, ma niente giustifica una operazione così superficiale e fuorviante.

 

Dopo aver annotato varie altre pecche del documentario, per esempio il citare le lauree ad honorem più spettacolari, a Lucio Dalla e non a Luca Ronconi o a Pina Bausch, conclude: 

 

E poi, anche volendo privilegiare la dimensione operativa, perché limitarsi a “Suoni dal Mondo” (della cui importanza non discuto, sia chiaro) e non menzionare mai, dico mai, quello che è stato invece, senza alcun dubbio, il fiore all'occhiello del Dams per oltre trent'anni, dalla fine degli Ottanta a oggi, e cioè il Centro di Promozione Teatrale La Soffitta? Dalla Soffitta sono passati gli artisti più rappresentativi della ricerca teatrale italiana e internazionale (danza compresa): talmente tanti che manca lo spazio per citarne anche soltanto il nome. La Soffitta è stato uno degli spazi teatrali e musicali di punta della nostra città e della Regione per decenni, ma non ha meritato nemmeno una fugace menzione nel video. […]

Alla fine, la cosa migliore mi sembra il titolo: NoDams. Che però diventa un boomerang: no, non è stato e non è questo il Dams”.

 

Gianni Celati al Carnevale del Pilastro con la Compagnia del Gorilla Quadrumàno, 1976.


In un lemma per il catalogo della mostra sugli anni Settanta alla Triennale di Milano (2007), così caratterizzavo l’esperienza del Dams delle origini, il periodo “eroico” e quello più studiato (rimangono da esaminare in modo analitico gli anni più vicini a noi):

 

Il corso di laurea privilegiava i rischi dell’esperienza rispetto alle sicurezze dell’accademia, pronto a smontare la tradizione e il predominio della cultura letteraria, ad addentarsi nei nuovi territori delle arti, dei mass media, della visione cinematografica, a sondare l’immaginario archetipico e i miti della società postindustriale. La moltiplicazione dei “testi” considerati ne fu la cifra distintiva: lo studio del teatro, per esempio, cessava di analizzare solo il dramma letterario e diventava indagine nelle pratiche degli artisti e delle compagnie, disciplina che si metteva in discussione dialogando con Grotowski e Stanislavskij, Artaud e il Living, Mejerchol’d, il teatro politico e quello popolare. Una spinta decisiva in questa direzione la diede, oltre a Ferruccio Marotti, principalmente Fabrizio Cruciani, storico finissimo che nella sua appassionata militanza accanto a esperienze totali come quella dell’Odin Teatret forgiava strumenti metodologici per ricostruire la concretezza dello spettacolo del passato.

 

Passavo quindi a esaminare tre libri fondamentali prodotti nei primi anni in quegli ambiti. Il primo era Il libro dei vagabondi del 1973, in cui Piero Camporesi raccontava una controsocietà di reietti non inquadrati negli ordini sociali e nei sistemi linguistici dominanti, somiglianti, per certi aspetti, ai freaks e a tanti altri che negli anni della contestazione evadono dagli ambiti borghesi. In seguito studierà il rovesciamento carnevalesco, i paradossi di Bertoldo, le arti del corpo, la scienza della cucina, le tradizioni della fame, tutti temi capaci di incontrare l’interesse di giovani in cerca di saperi alternativi. 

Il secondo libro era Il Gorilla Quadrumàno scritto da Giuliano Scabia con i suoi studenti: trasformava il teatro da esibizione in ricerca dentro di sé e nel mondo, andando a percorrere paesini di montagna e periferie industriali. 

L’ultimo era Alice disambientata, del 1977, frutto di un seminario di Gianni Celati. Scrivevo: “L’attenzione è rivolta alla dinamicità in metamorfosi delle figure, contro l’univocità di senso contenuta nei simboli. Il gruppo rivendica l’apertura, il desiderio, la rete, il rifiuto della prestazione e dell’ideologia, anche di sinistra. Nel libro si descrivono le nuove tribù che in quegli anni circolano oltre i circuiti di senso del potere, identificandosi in comportamenti e storie personali più che in valori predefiniti”.

Questi testi si proietteranno nelle inquietudini del ’77: “Il DAMS in tutto questo è stato un laboratorio di sperimentazione, di utopia, di cultura critica. Ha provato a rompere la separazione dell’università dalla società. Ha influenzato, tra l’altro, le visioni di studenti come Enrico Palandri, Andrea Pazienza, Pier Vittorio Tondelli” e altri, si può aggiungere. E concludevo con una clausola che mi sembra un argomento di discussione anche per il seguito della storia del corso di laurea e per l’oggi: “[Il Dams] è stato anche luogo di illusioni, sede di un carnevale che tendeva a dilatarsi oltre ogni limite, preparando, nel suo piccolo, la vittoria della società dello spettacolo globale, dello scambio generalizzato di segni come nuova frontiera di un marketing onnipresente e invasivo, della riduzione di tutto a comunicazione e semplificazione di ogni complessità”.

 

Azione di strada del Gorilla Quadrumàno con Giuliano Scabia.


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L’ultima immagine documenta alcune scritte sui muri del Dams nel 1977 .

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