Greta Thunberg: rabbia e fallimento

Due anni fa sulla scena mediatica mondiale è comparsa in modo ultra-visibile Greta Thunberg. Era il settembre del 2019 e la pandemia non sapevamo ancora cosa fosse, e neppure il Covid 19. Forse solo i lettori di Spillover potevano immaginare – immaginare, non sapere con certezza – cosa sarebbe capitato alla popolazione mondiale per via di un virus, quello spuntato da una caverna della Cina e oggetto di studi nei laboratori di quel paese. Quello che è accaduto lo sappiamo tutti, anche se forse non l’abbiamo ancora capito fino in fondo.

Dopo che si sono spente le luci sugli ultimi incontri dedicati al clima, dopo la Conferenza mondiale di Glasgow delle Nazioni Unite, la cosiddetta COP26, e dopo che Greta Thunberg ha lasciato parzialmente il palcoscenico e ceduto la parola a una nuova generazione di attiviste come Vanessa Nakate, adesso possiamo riflettere su quale sia la molla profonda della rabbia delle giovani generazioni. Ne avevo scritto in una precedente occasione, paragonando Greta a un profeta biblico, a qualcuno che porta una notizia cattiva e che non reca con sé alcuna soluzione se non quella della parola profetica stessa: pentitevi e convertitevi.

In un recente libro, La politica della rabbia (Nottetempo), il filosofo Franco Palazzi ha discusso la questione della rabbia di Greta associandola ad altre figure del passato come Valerie Solanas e Malcom X per formulare un uso politico della rabbia al di là della vulgata che la vuole collocata nell’ambito dell’irrazionale e dell’impolitico. Il sottotitolo del libro di Palazzi è: “Per una balistica politica”. Il termine “balistica” è assai connotato. Il suo significato riguarda infatti la scienza che studia la traiettoria dei proiettili delle armi da fuoco; deriva da “balestra” e fu coniato da un teologo e scienziato, padre Marin Mersenne, nel Seicento. Dapprima avversario di atei e libertini, Mersenne si dedicò poi a studi sulla resistenza dei materiali e sulla velocità dei suoni nell’aria. La balistica è dunque una scienza della guerra.

 


 

 E fin qui niente di strano, dal momento che la rabbia precede qualcosa che si può trasformare in aperto conflitto: guerra o anche rivoluzione. Per quanto il Barnum giornalistico abbia premiato a Glasgow personaggi più accomodanti e “politici” di Greta, questo incontro ha mostrato che la base della rabbia di Greta Thunberg è il fallimento. Il profeta è destinato a essere ucciso da coloro cui predica la parola di Dio, o quanto meno scacciato dalla città e esiliato per sempre. Il suo destino è di trasformarsi, se gli va bene, in una voce clamante nel deserto, o di passare la vita assiso su una colonna, o dentro una caverna, come accadeva agli stiliti dei primi secoli dell’era cristiana. Greta non è stata messa a morte, ma le sue comparse in pubblico recano senza dubbio lo stigma del fallimento: cosa ha concluso? Nulla. La radice antica di questa parola – “fallimento” – ci dice bene quale sia il suo senso ultimo: “commettere un errore”. Greta Thunberg e le sue compagne sono persone che sbagliano. Non perché non dicono il vero, ma perché la loro voce è destinata a non essere ascoltata. Ogni volta che si apre una di queste kermesse mondiali siamo tutti presi da un doppio sentimento: da un lato un’incredibile attesa, la convinzione che qualcosa di buono succederà e finalmente chi regge le sorti del mondo si convertirà, farà tutto quello che serve per evitare la catastrofe; dall’altro il pensiero opposto: nessuno si convertirà e non c’è nulla da fare né per noi né per chi ha responsabilità molto più grandi di noi. Questo secondo stato d’animo, connotato dalla delusione e dallo scoramento, è prevalente. Questo perché noi ci prendiamo a carico una piccola parte di quello che la predica di Greta ai potenti, le sue accuse e gli anatemi lanciati, contengono. Il mondo moderno fondato sull’affermazione della libertà dei singoli individui e sulla vittoria della tecnica e della scienza, è un mondo che non conosce il fallimento, se non come stato d’animo passeggero, come limite, che si cerca sempre di valicare e superare attraverso la fede in sé stessi e nella scienza stessa, cui abbiamo affidato le nostre speranze di risolvere i problemi più difficili. La scienza non ci ha delusi, poiché ha fatto quello che doveva fare, con i dovuti correttivi introdotti da scienziati curiosi e attenti, scettici e profondamente umani, nel corso degli ultimi cent’anni. Il fallimento è una esperienza transitoria nella scienza: prova e riprova e non si perde mai d’animo anche davanti all’impossibile. Una soluzione c’è sempre, per quanto ogni scienziato sappia perfettamente che la nuova soluzione reca con sé nuovi problemi da risolvere, che sono il prodotto della soluzione stessa. Questo è uno dei caratteri propri della scienza moderna.

 

Nel mondo secolarizzato in cui viviamo, dopo la fine del sacro, tutto quello che si lega al fallimento viene visto, se va bene, come un aspetto d’ordine morale. Certe culture e paesi reputano poi il fallimento disdicevole, cosa da fuggire. L’uomo americano, prototipo dell’uomo universale – con l’eccezione di qualche cantone svizzero e forse della Cina, per dirla con Woody Allen, ma forse neppure lì – deve praticare il successo.

Il mondo premoderno conosce invece un’altra idea di fallimento, che la scienza moderna ignora, quello che deriva dall’ambito religioso; meglio: dal sacro. Così ha sintetizzato con altri scopi e in altre forme in un suo piccolo ma acuto libro Emanuele Trevi (Viaggi iniziatici, Utet): “proprio come accadeva nelle vite dei santi e dei profeti, tutto ciò che agli occhi dei profani del mondo può apparire come un segno di debolezza e sconfitta, assume un significato eccezionale e paradossale, rivelando l’esatto contrario delle apparenze”. Greta appartiene a questo ambito, pur non essendo in senso proprio una santa, ma solo una giovane ragazza svedese afflitta dalla sindrome di Asperger. Greta testimonia di come i profeti stiano tutti dalla parte del fallimento, ne siano l’esempio più eclatante: chiamati da Dio a predicare la Verità saranno mal compensati anche se fossero ascoltati. La storia di Giona, che s’adira perché Ninive si è convertita e perciò Jahvè non l’ha distrutta come da lui promesso, è esplicativa del destino di questi annunciatori. Il mondo del sacro, quello che precede lo stesso Cristianesimo e le altre religioni del Libro, fondava l’appartenenza alla comunità sui riti d’iniziazione, quelli in cui ogni membro del gruppo sperimenta due cose: che occorre morire per rinascere, che l’io non è nulla rispetto al Noi. Scomparso il sacro, per ragioni che non sto a ripercorrere, l’unico luogo dove il fallimento staziona in forma stabile e duratura è la letteratura. Nel suo libro Trevi ci ricorda, riprendendo Mircea Eliade, che l’ultima metamorfosi dell’homo religiosus è lo scrittore, che dal suo fallimento “fa scaturire la luce della visione suprema”. La letteratura, quella vera, non certo quella di intrattenimento, che è la più diffusa e letta, nasconde “la sua dialettica di morte e rinascita dentro i generi della letteratura, a costo di lederne l’efficacia ed eventualmente farli deflagrare”.

 

Cosa c’entra tutto questo con Greta Thunberg e con la sua protesta profetica? Greta è una sorta di scrittore-a-voce, forse bisognerebbe dire un’artista, così come lo sono i profeti dell’Antico Testamento e tutti gli altri profeti che l’umanità ha conosciuto, uomini o donne indifferentemente (Palazzi sottolinea giustamente come la tradizione ebraico-cristiana abbia puntato sugli uomini e non sulle donne). La rabbia nasce dalla coscienza del fallimento che ogni profeta reca con sé e di cui è più o meno consapevole. Non nasce solo dall’irritazione provocata dalla delusione o contrarietà seguita alle sue parole, o che nelle parole è presupposta. Scaturisce dalla convinzione che il fallimento è garantito. Greta ci ricorda che la partita che stiamo giocando si gioca su una scala più grande.

Oggi in società mediamente civili, per quanto attraversate, come vediamo in questi giorni e mesi con i No Vax, da correnti distruttive o autodistruttive, il profeta non viene lapidato; non deve affrontare, come ricorda Palazzi, il linciaggio fisico, ma solo quello mediatico dei social, che fa male all’anima, ma non distrugge il corpo; vorrebbe farlo, ma per un principio generale di conservazione del sistema c’è un forte divieto, che tuttavia il terrorismo, in particolare islamico, valica di continuo.

Il fallimento come l’impotenza, di cui parla in modo molto convincente Paolo Virno in Dell’impotenza. La vita nell’epoca della sua paralisi frenetica (Bollati Boringhieri), sono le due esperienze fondamentali che ognuno di noi deve necessariamente affrontare nell’epoca del turbocapitalismo, la società di massa edificata non da temibili dittatori ma da noi stessi, come aveva intuito Pier Paolo Pasolini.  Greta Thunberg è la voce che l’annuncia. Non ascoltata.

 

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