HA: un podcast di soundart

HA è un podcast di soundart creato da Roberto Paci Dalò, a partire da una sollecitazione del 2018 dello storico Adriaan Eeckels, e dedicato al pensiero e alla voce di Hannah Arendt. Dalla collaborazione coi centri di ricerca del Joint Research Centre della Commissione europea, e dal confronto con la filosofa Nicole Dewandre, è nata “una foresta sonora creata dalla voce reale di Hannah Arendt intrecciata con suoni strumentali ed elettronici” – secondo le parole dello stesso compositore. Un viaggio nella fonetica della filosofa e storica tedesca, dove le parole hanno la funzione di materiale sonoro, di vettori che costruiscono una sorta di architettura acustica (che è anche ritratto immaginario): la materializzazione di un pensiero come in un campo di battaglia, in cui la voce si confronta con suoni composti e registrati, voci e rumori. Un viaggio dispiegatosi in formati diversi: opera radiofonica prima (prodotta da ORF Kunstradio, Vienna), poi installazione interattiva audio-video (prodotta da Trieste Contemporanea), quindi podcast (ascoltabile qui); infine un’opera che sarà anche performance, libro, CD. 

 

Non stupisce il carattere polimorfo del lavoro, se si pensa al percorso del riminese Paci Dalò: clarinettista, disegnatore (si veda, ad esempio, il recente Ombre, per Quodlibet, 2019), attivo nel teatro italiano di sperimentazione degli anni Ottanta, esploratore di mondi musicali tradizionali, studioso dei linguaggi digitali e radiofonici, di filosofia e musica elettronica (a lui ed Emanuele Quinz si deve Millesuoni. Deleuze, Guattari e la musica elettronica?, Cronopio, 2006), co-fondatore della compagnia Giardini Pensili (sotto il cui marchio ha firmato la maggior parte dei suoi lavori), Premio Napoli per la lingua e la cultura italiana nel 2015, membro di Internationale Heiner Müller Gesellschaft. Ma Paci Dalò è stato soprattutto uno sperimentatore del suono, capace di confrontarsi con la scena musicale internazionale, e autore prolifico in campo radiofonico, sin dalle prime collaborazioni con la ORF Kunstradio austriaca tra la fine degli anni Ottanta e gli inizi dei Novanta. Attraverso ricerche e progetti, Paci Dalò ha sviluppato una visione del teatro radiofonico come spazio mentale di incontro tra le arti, luogo di gran forza immaginifica fondato sulla relazione tra tecnologie analogiche e digitali, territorio drammaturgico di scambio dialettico tra testo, voce e suoni.  

 

 

Su questa scia si inserisce HA, che propone il pensiero non allineato, spesso sconcertante, di Hannah Arendt, a partire The Human Condition (Vita activa nell’edizione italiana), testo pubblicato nel 1958, che ancora sorprende per la lucida proposta analitica (a questo si aggiungono testi di Elias Canetti e di Adriana Cavarero). La riflessione della Arendt parte da un fatto di cronaca: il lancio del primo satellite in orbita, lo Sputnik, il 4 ottobre del 1957. Tralasciando la rivalità spaziale tra le superpotenze americana e russa, la Arendt riflette sul radicale mutamento di prospettiva che il satellite rende non solo immaginabile ma anche praticabile: la terra vista dallo spazio. Un mutamento di prospettiva che riguarda la stessa scienza moderna, col suo sguardo sul mondo e sulla natura non più terrestre ma universale, e il suo progressivo distanziamento dall’esperienza condivisa; una distanza che coincide – per la filosofa – con un’intraducibilità delle verità della scienza nel linguaggio comune. La scienza e la tecnica contribuiscono, così, ad allontanare l’uomo dalla sua posizione di bipede terrestre per proiettarlo in un altrove, oltre la terra, nello spazio, sia concretamente sia metaforicamente. Alla luce della complessa situazione del mondo contemporaneo, in cui scienza e automazione paiono modificare in modo radicale la vita umana sulla terra, la Arendt si propone di riconsiderare la condizione umana dal punto di vista privilegiato che ci concedono le nostre più avanzate esperienze e le nostre più recenti paure. L’attività del pensare consiste perciò nell’abbracciare, con uno sguardo interrogativo e critico, ciò che ci circonda per “riconsiderare” ciò che diamo per scontato, ciò che abbiamo smesso di interrogare. 

 

Frase, quest’ultima, che si potrebbe utilizzare per l’opera di Paci Dalò, che pur non affrontando il pensiero della Arendt attraverso il significato delle parole, ma con la sua voce, la sua fonetica, ne riflette le istanze interrogative, in un lavoro di montaggio che rinvia alla relazione e all’equilibrio tra i diversi materiali della “messa in scena”, che non bada a rendere comprensibile il testo, ma alla sua struttura portante, che costruisce una scena acustica dall’impatto percettivo e corporeo maggiore di qualsiasi spiegazione verbale. 

 

 

La struttura di Ha segue la tripartizione data dalla Arendt al suo testo – che analizza le sfere del lavoro (inteso provocatoriamente come la vita stessa, nella sua accezione biologica), dell’agire fabbricativo (con cui si costruiscono gli oggetti), e dell’azione (l’attività attraverso cui possiamo esperire la nostra radicale unicità e insostituibilità). La parte iniziale del podcast è quella più sperimentale, di grande impatto emotivo, perché basata su frammenti della voce della Arendt trasformati e montati fino a diventare puro suono, e accompagnati da un’elettronica minimale che sembra provenire da un lontano mondo oscuro: come all’inizio di un percorso, l’ascoltatore fa subito la conoscenza della voce grave della filosofa, che si intreccia con quel che resta di un paesaggio sonoro registrato al Muro del pianto di Gerusalemme, prima di sfumare nella seconda parte.

 

Questa, distesa, caratterizzata da fiati, riverberi di chitarra e percussioni, trasporta in una dimensione immersiva e riflessiva, a tratti sognante. Un intenso corale (per il quale Dalò si avvale delle voci di Luisa Cottifogli e Caterina Pilati) conduce alla parte conclusiva del podcast: l’aspra voce di Hannah Arendt si staglia su un finale melodico e lirico, che raccoglie, come in un abbraccio, l’ascoltatore. 

 

La struttura multistrato della composizione, sempre in movimento, è impreziosita da un uso sapiente dei parametri dinamici (volume, spazializzazione del suono, riverbero, delay) che conferisce un’aura sempre nuova alle riapparizioni della voce. Voce che può così essere il filo conduttore che unisce i diversi materiali impiegati: la voce li attraversa, nel tempo, come fosse un ricordo che riemerge, fungendo da legante, guida e al contempo elemento scompaginatore.  

HA è un lavoro importante, un incanto radiofonico, un’occasione per fare un’esperienza “altra” del pensiero spesso dimenticato di Hannah Arendt, ma soprattutto un atto d’amore verso una voce profonda e grave che ci invita a ricordare l’unicità dell’umano, che né la scienza né la filosofia riescono a cogliere: l’unicità di ciascuno di noi che diviene, in comune, una pluralità.

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