Alfabeto Pasolini

In due diverse presentazioni del libro di Carlo Greppi Il buon tedesco, Laterza 2021, a cui abbiamo partecipato, sono emerse due differenti osservazioni da parte di chi introduceva l'incontro. In un contesto di storici specialisti di storia della Seconda guerra mondiale e di Resistenza, un moderatore si diceva colpito dalla leggibilità del testo e della sua qualità narrativa; in una libreria “di qualità”, di fronte a un pubblico generalista di grandi lettori, viceversa chi presentava si premurava di sottolineare la straordinaria ricchezza di fonti, citazioni e note che arricchisce questo lavoro. È sintomatico dunque che entrambi i rilievi, da punti di vista differenti, convergessero sulla natura ibrida – almeno per le categorie merceologie e critiche di maggior diffusione – del libro. Greppi ha scritto un saggio di storia che, attraverso l'approfondimento di più biografie esemplari e con l'utilizzo di tecniche narrative e di uno stile capace di emozionare, mette a tema la questione della diserzione nell'esercito tedesco e del passaggio di soldati della Wehrmacht alla Resistenza. A questo si aggiunge una duplice, ulteriore profondità del libro, che deriva da un lato dalla complessità e dalla densità della ricerca che lo sorregge, e dall’altro dalla sensibilità con cui il suo racconto è sviluppato. 

 

Il libro ricostruisce la storia di Rudolf Jacobs, un caporal maggiore del genio della marina da guerra tedesca, trentenne, che nel settembre del 1944, trovatosi con il suo reparto nel golfo di La Spezia per eseguire lavori di fortificazione sulla costa – i comandi tedeschi in quella fase temono uno sbarco alleato sulle coste liguri – decide di disertare insieme con il suo attendente. Jacobs non si limita a questa decisione già di per sé dura e pericolosa e sceglie di passare al “nemico”, cioè di unirsi ai partigiani italiani. Entra a fare parte della Brigata Garibaldi Muccini, una formazione che nell’autunno del 1944 arriva a sfiorare il migliaio di effettivi e che è attiva nella zona in cui si incontrano Toscana, Liguria ed Emilia, un’area densamente innervata dall'attività di Resistenza, che si estende tra le alpi Apuane, le propaggini del parmense, Sarzana, Lerici.

 

La ricerca che ha prodotto Il buon tedesco è minuziosa e si affida a una pluralità di fonti. Attinge alla bibliografia internazionale, dai lavori di sintesi generale sulla storia della seconda guerra mondiale e della Resistenza a quella sedimentata (e vastissima) degli studi locali; si muove attraverso una gamma di materiali che vanno dai romanzi ai documentari ai documenti d’archivio. L’autore ha saputo costruire una fitta rete di contatti con gli Istituti storici della Resistenza – un contesto all'interno del quale è cresciuto come storico – che gli ha consentito di setacciare l'intera penisola per rintracciare storie di altri disertori. Sono diversi infatti i percorsi di ricerca che da tempo cercano di far emergere dagli archivi le tracce di questa presenza – il tedesco “buono” che combatte contro altri tedeschi “cattivi” – poco documentata quanto ampiamente ricordata per via del suo significato. È facile immaginare le ragioni della vaghezza delle fonti, che vanno dalla segretezza imposta dalle circostanze, alle difficoltà di linguaggio, al riserbo che i sopravvissuti, tornati in Germania, nel dopoguerra hanno ritenuto di dover mantenere. Eppure sono tanti i vari “Fritz” o gli “Hans”, tedeschi e austriaci, o sovietici incorporati nelle file dell'esercito tedesco che compaiono nelle memorie e nell'immaginario legato alle bande partigiane.

 

Sebbene la vicenda di Jacobs, tra quelle dei disertori tedeschi nella Resistenza, sia tra le più note, nel suo percorso rimangono comunque dei “vuoti” e Greppi, per riempirli, ricorre alle esperienze di altri soldati tedeschi che compiono scelte analoghe, allo scopo di definire il contesto in cui il disertore/partigiano agisce, la condizione nella quale viene a trovarsi, e in modo da chiarire – anche per ipotesi o per contrasto – il ventaglio di decisioni e pericoli che si trova a dover valutare. In realtà, il rapporto tra i “pieni” e i “vuoti” è esattamente l’inverso: la vicenda di Jacobs e del suo attendente Paul/Kurt (anche lui al centro di un’indagine complessa) è un robusto filo rosso che serve a tenere insieme qualcosa di più ampio. Diventa lo sfondo su cui si stagliano problemi storiografici che si allargano per cerchi concentrici: innanzi tutto quello del dissenso all’interno delle forze armate tedesche; in termini più generali quello della Resistenza tedesca e, guardando ancora più in là, della Resistenza come esperienza internazionale e transnazionale.

 

In altre parole, la storia di Jacobs funge da collettore per mettere al centro dell’attenzione un bacino di esperienze poco conosciute, benché non ignorate. Sui partigiani stranieri esiste una bibliografia vasta, che ha carattere prevalentemente locale, citata ampiamente e con puntualità (per una sintesi vedi qui). Inoltre la questione della presenza di tedeschi, e più in generale di stranieri nel partigianato italiano, rappresenta uno dei campi di ricerca più nuovi degli studi sulla Resistenza. Nel solo 2021 sono infatti usciti il volume curato da Mirko Carrattieri e Iara Meloni, Partigiani della Wehrmacht e quello curato da Federico Trocini, Tedeschi contro Hitler? La società tedesca tra nazionalsocialismo e Wiederstand. Quanto alla Resistenza transnazionale va ricordato almeno il lavoro di Eric Gobetti che ha ricostruito la storia della Brigata Garibaldi attiva nella Resistenza iugoslava in Montenegro, dove i soldati italiani dell’ex-esercito regio attivo nell'occupazione dei Balcani, dopo l'8 settembre combattono a fianco dei partigiani jugoslavi contro le truppe tedesche.

 

Il buon tedesco parte da una considerazione quantitativa: la presenza di partigiani stranieri e in particolare tedeschi o austriaci è marginale, ma meno di quanto si sia soliti pensare: è infatti un fenomeno che, secondo l’analisi di Greppi, in Italia si può collocare nell’ordine di alcune migliaia (2-3 mila combattenti). Dunque è un fenomeno residuale in rapporto al totale delle forze armate tedesche (1 milione i combattenti), ma di portata meno limitata in relazione ai numeri della Resistenza armata italiana (ai 70-80.000 combattenti stimati per la “grande estate partigiana” del 1944 o ai 250.000 dei giorni dell’insurrezione).

 

 

Ma non è l'apporto numerico, né quello specificamente militare – benché si tratti certo di un aspetto interessante e da approfondire – il fattore che rende speciale e degna di attenzione la condizione del partigiano/disertore. Greppi inserisce il fenomeno specifico all’interno di una lettura storiografica di vasto respiro il cui riferimento essenziale è la categoria della guerra dei trent’anni del Novecento (che per inciso coincide con gli estremi cronologici della vita del protagonista). Una categoria che tiene insieme la prima e la seconda guerra mondiale e che vede nel nazionalismo e nelle sue successive degenerazioni razziste e totalitarie una delle principali radici della politica della violenza e della brutalizzazione del conflitto, che conducono i fascismi europei a scatenare una guerra devastante che culmina in una carneficina di militari e civili.

 

L’autore sceglie di riconsiderare la guerra dei trent’anni e il nazionalismo a partire da una prospettiva marginale, evidenziando appunto la questione del dissenso all’interno delle forze armate tedesche. Raccoglie le esperienze dei tedeschi “buoni” evocati dal titolo che, se sono eccezioni, invitano a guardare criticamente l'immagine del “cattivo tedesco” che tanto è risultata funzionale alla definizione di quella speculare del “bravo italiano”, utile per ripulire l'immagine dell'Italia uscita dal fascismo, e tale da contribuire alla rimozione dei crimini italiani sullo scenario coloniale e in generale nella guerra fascista.

Il tema dei disertori che passano alla Resistenza – paradigmatico per la sua significatività e per la sua condizione di scelta estrema, dalle conseguenze irrevocabili e senza ritorno – induce l'autore ad avanzare, tra le pieghe di un racconto di ricerca e di indagine “microstorica”, una ipotesi di nuova lettura storiografica. Date per acquisite le tre guerre individuate da Claudio Pavone trent’anni fa per restituire la complessità della Resistenza, descrivendola come un intreccio tra guerra di liberazione nazionale, guerra civile e guerra di classe, Greppi si chiede se non sia possibile, e più precisamente se non sia opportuno, aggiungere una quarta guerra, una guerra internazionale che prescinde e si scontra con le questioni dell’identità nazionale e della nazione.

 

Il libro domanda perché queste esperienze così radicali e così importanti siano rimaste a lungo sottotraccia; si interroga sia sul processo di costruzione della memoria pubblica (in Italia, in Germania e in Austria) sia sull’attenzione degli storici che, dopo una iniziale apertura attestata dal lavoro di Roberto Battaglia (Storia della Resistenza italiana, Einaudi 1953), pur non ignorando del tutto la presenza di partigiani stranieri e specificamente tedeschi nella Resistenza italiana, l’hanno lasciata sostanzialmente fuori fuoco, con significative eccezioni come il Nuto Revelli di Il disperso di Marburg e il già citato Focardi. Riprendendo la vicenda dell’“armadio della vergogna”, nel quale sono rimaste sepolte per decenni le storie di crimini e criminali di guerra tedeschi e di collaborazionisti (i cui processi vennero insabbiati per questioni di politica internazionale nel clima della guerra fredda e nell'ottica dell'inserimento della Germania federale nella Nato), Greppi suggerisce che le storie di Jacobs e dei suoi compagni siano restate chiuse in un «armadio dell’utopia» e ritiene maturo il tempo per fare luce su una esperienza dal profondo significato umano, che permette di vedere l’appartenenza all’umanità come dato prioritario rispetto a quello delle appartenenze nazionali. All’origine di Il buon tedesco, un libro che ha avuto una lunghissima gestazione, c’è infatti – come in tutti i libri di Greppi – un progetto culturale chiaro di impegno civile, a partire dal quale riconfigurare le domande di fondo e i quadri generali con cui leggiamo e insegniamo le vicende belliche della storia del Novecento.

 

Studiare la Resistenza pone una domanda centrale, ineludibile (e ovviamente senza risposte): “che cosa avresti fatto tu? che cosa avrei fatto io?”. Nel libro la stessa questione viene declinata sulla più radicale delle scelte, quella della diserzione dalla guerra nazionalsocialista. Maturando una scelta libera e non opportunistica, Jacobs entra in contatto con i partigiani e sceglie di passare dall'altra parte, forse reagendo ai ripetuti casi di strage compiuti nell'estate del 1944 dalle forze armate tedesche in risalita verso il Nord lungo gli Appennini. E Jacobs cambia il nemico in amico e si mette al suo servizio a partire dal ruolo e dalla posizione che ha ricoperto – con equilibrio e autorevolezza riconosciuti dalla popolazione – nelle sue funzioni di occupante. Non è chiaro quale sia il detonatore della scelta, davanti a che cosa l'abbia maturata, ma sono note le conseguenze. Mandando in cortocircuito le appartenenze nazionali, Jacobs muore in azione, con altri compagni, guidando una missione estrema con un gruppo di fuoco composto da partigiani stranieri e biondi, “travestiti” da “tedeschi”, contro le milizie fasciste italiane.

 

Se molti combattenti alla fine del conflitto si sono giustificati con l'affermazione di aver compiuto “il proprio dovere”, obbedendo “agli ordini”, Il buon tedesco guarda altrove e pone altre domande: “c’è la possibilità di una scelta in cui sono i valori universali dell’umanità – oppure la coscienza – a fare da guida?”. E ancora: “esiste la situazione in cui per restare fedeli a se stessi si deve tradire?”. Le esperienze dei “tedeschi buoni” dicono che il destino non è segnato, tanto meno dall’appartenenza nazionale; che le scelte di ciascuno possono plasmare la direzione della vita degli esseri umani; che gli esseri umani hanno sempre la possibilità di decidere da che parte stare. Che alcune scelte di minoranza brillano maggiormente proprio per la loro rarità in mezzo alla profonda oscurità di quelle maggioritarie.

 

Nell' Educazione europea di Romain Gary, un romanzo ambientato nella Polonia occupata dai nazisti, uno dei personaggi, Dobranski, racconta con dolore di quando il suo gruppo di resistenti in clandestinità fu raggiunto da un giovane soldato tedesco, disertore, intenzionato a unirsi a loro: il ragazzo era «un puro», che «aveva sentito il richiamo di ciò che in lui vi era di più semplicemente umano, aveva voluto togliersi di dosso l'etichetta di soldato tedesco. Ma noi avevamo occhi soltanto per questo, per l'etichetta. [...] Quel ragazzo era uno dei nostri. Ma aveva l'etichetta». Non fu creduto e venne fucilato: «perché aveva addosso l'etichetta: tedesco. Perché noi ne avevamo un'altra: polacchi. E perché l'odio era nei nostri cuori... Qualcuno, a mo' di spiegazione, o di scusa, non so, gli aveva detto: “È troppo tardi”. Ma sbagliava. Non era affatto troppo tardi. Era troppo presto...».

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