Il festival negato di Paolo Fresu

Negli anni Sessanta, durante le prime classi delle elementari, noi ragazzini di Firenze spesso ci divertivamo in uno dei tanti giochi che ci rendevano liberi e vispi: la barauffa. Uno di noi si metteva di fronte agli altri gridando “alla barauuuffaa!” e gettava una manciata di caramelle verso il gruppo che si trasformava immediatamente in una mischia. Alla fine, le caramelle si dividevano, ma rimaneva la soddisfazione, per i “vincenti”, di essere stati più pronti, scaltri e “ganzi” degli altri. Nessuno guardava al fatto che il successo fosse in gran parte frutto del caso, perché dipendeva dalla posizione in cui ti trovavi al momento del lancio. Una volta che avevi il tuo piccolo malloppo, però, gioco forza ti sentivi “più qualcosa” rispetto agli altri. Prima che la partita di calcio tra le squadre delle vie del quartiere, o una impresa in bicicletta, mettessero qualcun altro al centro dell’attenzione.

 

Questo squarcio di infanzia mi è tornato in mente quando ho saputo del modo in cui la Regione Sardegna ha assegnato i contributi economici ad alcune tra le tante associazioni culturali di quella regione. Modo, pare, non isolato e purtroppo esemplificativo di come una certa classe dirigente e diversi nostri concittadini pensano alla cultura e ai suoi lavoratori: con noncuranza, fino ad arrivare allo spregio.

In pratica, ventidue associazioni su più di un centinaio avrebbero usufruito di 750.000 euro (le caramelle) solo in base alla velocità di un click. Un “bando a sportello”, così si chiama, analogo alla barauffa. Così, ad una determinata ora di un determinato giorno, molti operatori culturali della Sardegna, grazie a un secco dispositivo, si sono trasformati in competitors, hanno cliccato col mouse e in modo assolutamente casuale hanno potuto beneficiare, in pochissimi, dei preziosi contributi.  

 

Paolo Fresu, artista di fama internazionale e fondatore di un gioiello culturale e sociale come il Festival Time in Jazz ne ha parlato in un post dal titolo Canes da Isterzu, cani da secchio. Per qualche centesimo di secondo in più, il Festival che si svolge ogni anno in Sardegna, a Berchidda, tra le montagne e il mare, è stato escluso dai contributi, nonostante sia ormai un bene comune. Bene comune, perché si tratta di qualcosa che è di tutti e non solo di chi lo fa. Come la poesia d’amore di Neruda che Massimo Troisi, nel film Il postino, fa sua per conquistare la donna amata. Non a caso, poi, il Festival ha ottenuto nel 2020 l’Alto Patronato della Presidenza della Repubblica.

Quando avevo sei anni non ero certo in grado di immaginare che la barauffa tra ragazzini potesse avere la stessa forma della mischia tra cani per un pasto nello stesso secchio e nemmeno che avrebbe fatto carriera diventando efficiente metodo per amministrare la cosa pubblica. Efficiente: perché permette di elargire risorse con il minimo dispendio di energia. Un click è molto veloce ed economico. Permette a un assessore di risparmiare tempo, quello che ci vorrebbe per valutare i progetti con competenza e un pensiero complesso che oggi non sembrano i criteri più richiesti per la selezione dei governanti. Poi ci vogliono sensibilità ed equilibrio che dovrebbero dispiegarsi a più livelli: il rispetto per chi ha doti di valore costruite nel tempo con impegno e disciplina e che non può che farti ombra se la tua vita è colonizzata da un immaginario di successo e di superiorità; il rispetto e la capacità di tenere in disparte le logiche dell’appartenenza politica, quando si tratta di progetti attribuibili ad artisti, intellettuali, studiosi considerati di “parte avversa”, anche se a volte ostacolati semplicemente perché pensano e propongono. Governi pure il caso, allora. In fondo le regole burocratiche servono anche a questo: spersonalizzare, non fare differenze, non complicarsi la vita con assurde responsabilità. Del resto, nel meccanismo che consente a una macchina di erogare finanziamenti si trova la stessa logica per cui alcuni amministratori diventano tali: il caso e l’assenza di responsabilità. 

 

 

Non me ne voglia chi si occupa di management con serietà e preparazione e chi altrettanto rigorosamente di amministrare la cosa pubblica, ma l’efficienza di questo click è il segno caratteristico dello scimmiottamento superficiale di certa filosofia manageriale assorbita, e poi generalizzata, laddove azienda non c’è o non ci dovrebbe essere, se per azienda si intende, sbagliando, solo un’organizzazione dedita al profitto: lo Stato e le sue istituzioni, il sistema scolastico, quello sanitario, la cultura, tanto per fare esempi di ambiti dei quali facciamo costante esperienza come cittadini indipendentemente dalla tifoseria alla quale apparteniamo. Filosofia che, giungendo dalla pluridecennale supremazia culturale e politica di quella parte del mondo economico che ha visto nel profitto non solo la sua ragione d’essere, ma la ragion d’essere del mondo, trascina con sé l’indifferenza verso il bene comune e l’efficienza come valore supremo, a prescindere dall’oggetto del lavoro e dal suo impatto sociale e ambientale. Approcci che implicano la distanza, spesso incolmabile, ma artatamente celata di chi governa da coloro che si pretende governati. Logiche apparentemente sensate nel loro ordinarsi che hanno facilitato l’organizzazione di un mondo che fa acqua da tutte le parti, con conseguenti individualismo, competizione e solitudine tra le persone e che svalutano, in nome dell’efficienza e della tecnica, il valore della cultura e dello studio, cioè del confronto, della competenza e dell’autorevolezza. 

 

Ricordo una decina di anni fa, durante un convegno, una frase pungente di Pier Luigi Celli, all’epoca Direttore Generale della Luiss, l’Università di Confindustria. Mentre citava una poesia per spiegare un concetto organizzativo, tra il pubblico si levò una risatina. Allora si fermò per qualche secondo e poi spiegò il motivo per cui utilizzava una poesia per parlare di questioni organizzative. Cioè del modo in cui, aggiungo, organizziamo la nostra socialità, il modo in cui decidiamo come stare insieme: “Prima di tutto ci sono i poeti che comprendono i fenomeni. Poi arrivano gli scienziati che cercano di capire e dare una spiegazione logica a ciò che i poeti hanno compreso. Poi arrivano i manager che banalizzano tutto”. 

Time in jazz non è cosa banale, è una impresa sociale, rigorosa e creativa anche nella sua componente manageriale. Bisogna fare esperienza dello staff che ci lavora, protagonista con Paolo Fresu della realizzazione di questa bellezza, per comprenderlo. Ma prima vediamo di cosa si tratta. 

Berchidda, meno di 3000 abitanti, si trova più o meno a metà strada tra Olbia e Sassari, in Gallura, ai piedi del monte Limbara, che da pineta si trasforma in macchia e granito, in una campagna di pastorizia e viticoltura. Per conoscere il paese conviene camminare tra le sue chiese campestri, ascoltando i cani che abbaiano in lontananza, guardando i falchi che osservano dall’alto cosa si muove là sotto e, se si è fortunati, respirando il profumo della terra dopo una pioggia estiva. Trentaquattro anni fa, dopo una prima iniziativa musicale realizzata nel campo parrocchiale, il sindaco chiese a un giovanissimo Paolo Fresu un progetto per il paese. Pochi giorni, qualche appunto, ed ecco l’idea. Un festival concepito per durare a lungo e avvicinare persone che altrimenti mai avrebbero conosciuto questo territorio. Un festival di valore culturale ed economico. 

 

Berchidda, all’epoca, non era solo duro lavoro per produrre vino e formaggio, ma, come tutti i paesi, era ed è anche società. Istruzione e cultura, in tutta Italia, erano un valore e un’ipotesi di riscatto e superamento di antiche povertà, non solo economiche. Ma queste società non erano culturalmente povere. Contadini e operai, dotati di saperi e saggezza tecnica e naturalistica che stiamo perdendo, sin dal secolo prima, si erano organizzati per il proprio sviluppo producendo cultura. Nella banda musicale, ad esempio, si imparava a suonare e si stava insieme. Il paese era, come molti, terra di poesia e tradizioni culturali incarnate da uomini e donne dalle mani ruvide e dai volti segnati. Il padre di Paolo, Lillino, contadino e pastore era anche un poeta e uno studioso del linguaggio e dedicò molto tempo a trascrivere parole e modi di dire della sua terra per non farle svanire nell’aria come accade a qualsiasi lingua sotto la spinta dei cambiamenti. Il figlio racconta di aver raccolto insieme a lui più di 20.000 lemmi che prima o poi pubblicherà in un dizionario. 

 

Il paese, quindi, sembrava predisposto ad accogliere l’immaginazione di uno dei suoi figli che stava diventando sempre più famoso e che, oltre che musicalmente e umanamente con la sua comunità, dialogava anche con i più grandi nomi musicali del mondo. E via via, con sempre maggiore intensità nel corso del tempo, con registi, scrittori, poeti, fotografi, pittori, scultori, tecnici, scienziati, semplici cittadini, ma non meno importanti, come con il pubblico: cresciuto negli anni numericamente e culturalmente grazie anche a questa frequentazione, e senza il quale gli artisti non esisterebbero.

Trentaquattro anni sono un pezzo di storia individuale e collettiva durante i quali accadono molte cose. In questo caso anche nelle biografie incrociate di chi lavora per un progetto che si concentra, per noi spettatori, nei dieci giorni a cavallo di Ferragosto, ma che dura tutto l’anno, per decine di anni, segnando la propria esistenza. Una cosa che dà forma alla tua vita, la riempie. Un ritmo che diventa storia collettiva: frutto di una buona e reciproca dipendenza. Il contrario dell’individualismo becero e anti-biologico che abbiamo imparato dai Reagan e dalle Thatcher, a dispetto dei dati di realtà.

 

 

Un tempo fatto di idee, collaborazioni, invenzioni, conflitti, professionalità emergenti, multiple e ibride, delusioni, soddisfazioni, nuove alleanze. Si possono immaginare amicizie, amori che nascono o finiscono, figli che vengono al mondo. Qualcuno che ci lascia, da ricordare con nostalgia. Una trama di vita che si arricchisce e che finisce per rendere Berchidda uno dei luoghi più importanti della scena jazz internazionale. Un esempio virtuoso di globalizzazione. Qualcosa che rende questo paese unico. Dove si tocca con mano l’orgoglio per essere diventati importanti, ben oltre l’immaginazione: parte di una storia, quella del Jazz, che è storia d’America e del mondo. Nel nostro immaginario New Orleans, New York, Chicago. Le strade larghe con auto enormi tra grattacieli giganti. Proibizionismo e gangster. E poi neri e bianchi sul palco, ma divisi quando si tratta di dormire nello stesso albergo, dove il colore della pelle fa straccio della fama e dell’autorevolezza musicale che vanno a sbattere contro un cartello di divieto di ingresso ai niggers. E che oggi è diventato I can’t breathe

 

E poi Miles e Chet, Charlie e Dizzy. Louis ed Ella, Duke e Billie, whisky ed eroina. Una musica carsica che sconfina nel mondo sfidando la follia normativa di tutti i totalitarismi, prima di diventare culto e segno di libertà anche in Italia, che a sua volta si fa scuola. Anche qui, in Sardegna, dove il silenzio fa parte del paesaggio sonoro come le pause segnate in uno spartito. Terra aspra e dolce, pascolo e vermentino. Zuppa berchiddese: una meravigliosa tragedia per chi va al Festival e in vacanza anche con l’idea di perdere qualche chilo, ma poi non può resistere al secondo giro, nonostante si stia sotto un tendone al sole, ospiti per dieci euro di un gruppo di volontari che con soddisfazione ti riempiono il piatto anche di formaggio, pecora, insalata, tra vino bianco e rosso e dolci sardi. 

Berchidda, uno dei Centri mondiali del Jazz e delle arti. 

 

Forse il contesto non lo permette per la forza dei suoi legami, ma poteva anche succedere: poteva succedere che proiettato ai massimi livelli sul palcoscenico dell’arte e dello spettacolo, un artista decidesse la sua vita in un altrove di successo. Che se ne andasse per tornare ogni tanto con l’aria figa di chi ce l’ha fatta. Invece Paolo Fresu è ancorato. Esce con il suo bagaglio e poi ritorna con altri amici, mettendoli a disposizione. Crea connessioni generative in ambito artistico e nella sua comunità. Non separa il proprio successo personale da quello degli altri. Racconta di inclusione, collaborazione e cooperazione. Certo, Berchidda non sarà un’oasi dove tutti si vogliono bene. Fare società è ostinata fatica, ma è proprio questo: mettere a disposizione il proprio sapere, condividere il proprio lavoro, creare progetti comuni, contesti in cui possano emergere talenti, facilitare la nascita di nuove professioni, favorire la crescita di giovani musicisti. Catalizzare e rendere vivo e nuovo ciò che c’è, consapevoli di un debito di gratitudine verso chi ti ha cresciuto. Ingredienti di una vita, di una politica e di una conseguente economia gentile che non sappiamo più riconoscere, offuscati dalle parole di sempre e dai limitati interessi di sempre.

Così il Festival porta a Berchidda e nei comuni che lo sostengono persone (turisti, curiosi, amanti della musica, musicisti, artisti vari) che reciprocamente si arricchiscono e che si trovano qui anche per stare bene insieme nella settimana più caotica del mondo e dell’anno, Ferragosto, in uno spazio che accoglie tutti e mai ti fa sentire stretto. Alla fine, l’indotto di tre milioni di euro certifica che la cultura serve anche a mangiare e a vivere meglio. 

 

Economia: trentaquattro anni fa, quando nessuno ne parlava, in Sardegna un giovane musicista e altri avventurosi danno vita a una cosa che sembra un festival, ma è soprattutto un’impresa sociale che oggi conosciamo come economia civile. Scuola di pensiero settecentesca nata a Napoli con la prima cattedra di economia del mondo. Oscurata poi dal successo planetario dell’economia anglosassone, sopravvive anch’essa, in forma carsica, in tutte quelle storie di imprenditori e cooperatori grandi e piccoli che non pensano a un mondo il cui scopo sia solo il profitto. Pensano che imprenditore sia chi ha un progetto e non chi vuole fare soldi e che gli utili siano un vincolo per fare bene le cose; che economia sia produrre ricchezza e condividerla; che il lavoro sia uno dei modi per rendere la propria vita viva e che la vita buona sia anche cultura; che il benessere si costruisca con e non contro gli altri; che business is business sia un modo nefasto di concepire l’esistenza, perché non si è mai vista, a parte nelle fantasie e pratiche horror di alcuni economisti, imprenditori, manager e politici un’economia senza persone; che economia è ciò che si fa per migliorare la vita delle persone nei luoghi in cui vivono.

 

Il Festival dura nove giorni. I concerti in piazza sono a pagamento, ma a un prezzo accettabile. Gli altri eventi, più di trenta concerti e poi cinema, libri, spazi per i più piccoli, si svolgono gratuitamente anche in comuni diversi che hanno la possibilità di farsi conoscere. Così possiamo raggiungere luoghi che non sono sulle guide turistiche e da cui rischiamo di slittare via inconsapevoli, passando in auto per andare dove i tracciati predefiniti ti portano. Luoghi bellissimi, magari curati dalla proloco che si prodiga per ripristinare un patrimonio storico, culturale e architettonico diffuso che le amministrazioni spesso non sanno, non possono o non vogliono salvaguardare. Luoghi che diventano anche più belli in quelle ore: senza bisogno di una struttura pesante si mettono strumenti e microfoni in un prato, su una piccola spiaggia, accanto a una chiesetta romanica che spunta alla fine di una stradella sterrata. Si porta l’elettricità con un furgone che accumula e restituisce energia con i pannelli solari. Dove noi pubblico siamo seduti per terra ad ascoltare, tra seggioline da spiaggia, asciugamani e stuoie, qualche ombrello quando il sole decide di raggiungerti senza sconti. Seduti insieme ad ascoltare musicisti che sono lì e che semplicemente mettono a tua disposizione la loro arte. Con i quali puoi parlare, puoi scherzare anche durante il concerto e che poi ti ritrovi accanto al concerto successivo, perché vengono ad ascoltare i loro colleghi. Per poi magari dare vita ad un progetto musicale inedito: nuova linfa e innovazione che emergono dalle connessioni senza essere sbandierate.

 

Con una distanza giusta, tra le persone. Con Paolo Fresu che, nonostante le fatiche organizzative e musicali, non manca un concerto. Lui, il “dirigente” più famoso del luogo, seduto per terra insieme al figlio, con gli altri e insieme a noi, testimone e garante del fatto che quei musicisti, quei cittadini, quel pubblico non sono comparse, ma protagonisti degni di essere ascoltati.

Un modo di stare insieme diverso dall’immagine patinata e pesante di altri festival che sanno molto di enclave. Come la prima della Scala: bella, certo, ma un mondo a parte. Time in jazz letteralmente e metaforicamente segno di un modo altro di concepire la società. Con uno staff, e qui si ritorna al management di qualità, costantemente in apprendimento, che non separa mai la curiosità culturale dalla competenza tecnica. Perché qui non c’è solo un grande nome. Due tra tutti: il vulcanico Luca Devito, assistente personale di Paolo Fresu, con diploma in flauto traverso in conservatorio e Laurea in antropologia etnomusicale e un passato anche da tour manager e persino da tecnico delle luci. Insomma, uno che nella stessa giornata può occuparsi di aspetti tecnici organizzativi e presentare un libro o preparare una nuova rassegna, come è successo a Berchidda nell’agosto scorso: un festival bar per dare spazio a giovani talenti e per dimostrare scherzosamente a Paolo Fresu che “in un festival jazz si possono riempire le piazze anche con il rock!”.

 

Oppure Mattea Lissia, affascinante e determinata Direttrice Generale del Festival che si occupa di tutto: organizzazione, finanziamenti, gestione amministrativa, fornitori, comunicazione, programma, contatti con artisti, aspetti normativi e legali, organizzazione di volontari, nuovi progetti. Attività a cui si aggiungono quelle di Presidente e fondatrice di un’associazione culturale al femminile, “Luna Scarlatta”, e di Direttrice artistica di un prezioso festival letterario, Pazza Idea, che si svolge a novembre a Cagliari, da ormai dieci anni, con presenze e attenzioni sempre crescenti sulla stampa nazionale. 

Manager, artisti, tecnici, intellettuali ad un tempo che possono interloquire con un fornitore per i pasti e dialogare con uno scrittore di fama internazionale: un modo di concepire il management senza separare la tecnica dal pensiero, come Tullio De Mauro ci ha stimolati a pensare con la sua idea di cultura ampia, non divisiva, rispettosa. 

 

Una bella storia, dunque, che va oltre lo specifico musicale e da cui abbiamo molto da imparare. Una bella storia insieme ai tantissimi luoghi e progetti che in tutta la nostra Italia testimoniano di un modo di lavorare cooperativo, senza fanfare, in grado di cambiare la realtà e di creare qui e ora alternative al presente. Anche a questo presente. Perché l’anno scorso il Festival si è tenuto malgrado tutto. “Non si poteva dare il messaggio che si può fare a meno della cultura” dice Paolo Fresu. E poi, aggiungo io, queste sono le condizioni ottimali per garantire un reddito ai lavoratori dello spettacolo: a Berchidda, in quei dieci giorni di Festival, come sempre tutti seduti per terra all’aperto con indosso sgarrupati abiti estivi e vacanzieri, non c’è stato nemmeno un caso di contagio.

 

Enrico Parsi è autore del volume Tanto per cambiare dedicato alle storie di economia civile con prefazione di Paolo Fresu.

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