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All’incirca trenta anni fa, quando lo spopolamento dei paesi interni italiani emergeva in tutta la sua gravità, qualcuno – magari mosso da buone intenzioni – lanciò lo slogan “un paese in vendita”: alienare, ad un costo simbolico, interi aggregati urbani disabitati a forestieri, artisti, turisti che volevano trasferirsi da città e metropoli in piccoli centri in abbandono, dove la vita sarebbe stata – secondo una visione neoromantica – più semplice, lenta, autentica, a dimensione umana.

 

“Un paese in vendita” ci sembrava una formula ingenerosa, inefficace, irrispettosa del paese che si sarebbe dovuto “salvare” o “ripopolare”. Un paese infatti non è un’accozzaglia casuale di abitazioni, una sommatoria informe, fredda, di manufatti senza un filo che li connette; al contrario, un paese è un artefatto complesso di architetture, di strade, vicoli, case; una trama di memorie, relazioni, vissuti e pratiche sociali interrelate; un luogo antropologico per eccellenza, con una sua dimensione orizzontale e verticale, dove gli abitanti convivono con defunti, santi, lapidi.

 

 

A distanza di decenni, a desertificazione demografica delle aree interne ormai avvenuta, con centinaia di paesi vuoti e spopolati, qualcun altro, nella speranza di attrarre residenti, propone la vendita “a un euro” delle case malmesse e fatiscenti abbandonate da tempo dai proprietari. Un’idea, anche questa, devastante perché capovolge la concezione del costruire e dell’abitare, che isola la casa dal resto, dal contesto, dal campanile, dalla piazza, dal cimitero, dalla chiesa, dalla farmacia, dall’orto. Una casa non sta in mezzo al nulla, come l’abitazione-roulotte della famiglia Yi nel film Minari di Lee Isaac Chung in proiezione in questi giorni nei cinema riaperti. Nel paese, lo spazio abitato, vissuto, frequentato, era un tutt’uno senza fratture. Si apparteneva allo stesso modo ad una casa, a una terra, a una località, a una parrocchia, a una contrada, a un acquedotto. Quando la casa si svuotava era la fine di tutto. Anche per questo, la paura che la casa potesse crollare, scomparire, essere travolta – a seguito di devastanti terremoti, di alluvioni e frane periodiche – accompagnava l’intera vita dei “paesani”, spiegando anche il tratto d’incompiutezza, provvisorietà e precarietà che spesso connotava le loro case. Le case di paese quasi mai sono costruzioni banali, seriali. Ogni casa ha una sua personalità, un carattere distintivo, una somiglianza spiccata con il contesto e con il suo proprietario, tanto più nei centri arroccati e appesi, veri e propri miracoli di equilibrio e di abilità costruttiva, frutto di genialità, di storie ripetute di abbandoni e di ricostruzione. 

 

Fotografia di Vito Teti.


Dalla fine dell’Ottocento, per poter costruire una casa decente, abitabile, dignitosa, con almeno due stanze e il bagno, i contadini e i braccianti emigravano. E nel caso in cui ritornavano, costruivano tipologie di case con risonanze “americane”, “svizzere”, “canadesi”, rimodellando il paesaggio urbano, la morfologia del paese, l’organizzazione dello spazio. La casa diventa così un segno di distinzione e di affermazione sociale anche per i poveri.

 

Vendere la casa “a un euro” significa dimenticare tutta la storia del costruire e dell’abitare, umiliare il lavoro “morto” cristallizzato nelle mura e nei pavimenti, i sacrifici dei tanti che per la casa sono andati all’estero, subito privazioni materiali e sentimentali per decenni lontani dalle famiglie e dalle comunità di origine. Vendere una casa “a un euro” è sotto il profilo simbolico svendere memoria comunitaria, svalorizzare il costrutto familiare e sociale incorporato in ogni singola casa, svalutare le case dei “restanti”, dei residenti che hanno continuato a vivere nel paese, a curare e manutenere le loro abitazioni e il vicolo, gli infissi e gli alberi, le facciate e gli affetti, il tetto e le relazioni di vicinato. Vendere una casa “a un euro” sembra uno slogan rivolto più alla vita degli immobili che a quella delle persone, più ad attivare micro-circuiti edilizi che a riabitare, più a vagheggiare fughe-singhiozzo da città invivibili che a costruire nuovi legami comunitari. D’altro canto, nella maggior parte dei paesi, le case vuote e abbandonate, pur avendo già costi risibili, non trovano “domanda”, a testimonianza che la soluzione di mercato è del tutto fallimentare.

 

 

I paesi non si ripopolano con gli slogan, con proposte estemporanee e apparentemente accattivanti, semplificanti. Non basta ristrutturare qualche casa per invertire dinamiche di infragilimento umano e di rarefazione dei servizi di prossimità spesso oltre la soglia dell’irrimediabilità. Le soluzioni “facili” aiutano poco mentre oscurano la complessità del riabitare possibile dei paesi. Riabitare significa ricostruire comunità, creare le condizioni essenziali per consentire di rimanere a chi vuol restare, di favorire il ritorno di chi vuole tornare, di accogliere chi ha maturato piani la vita da paese. Ristrutturare e recuperare immobili è solo un tassello della rigenerazione. Senza un’offerta adeguata di servizi di cittadinanza essenziali – la scuola, la farmacia, i trasporti locali, la connessione a internet, un presidio sanitario di prossimità – il ritorno in “vita” di qualche casa non sarà sufficiente per consentire una vita dignitosa ai residenti e a contrastare il declino. Il possibile ripopolamento presuppone progetti e cura molecolari, luogo per luogo, paese per paese, di persone e immobili, di case e servizi, di bambini e asili, di manufatti e lavoro “vivo”, di nuove abitazioni e nuove giovani coppie, di spazi pubblici e botteghe. C’è bisogno di altre visioni, di ribaltare gli sguardi, di un vigoroso impegno civile, di politiche pubbliche radicali per l’epoca nuova insorgente. Guardare il resto dai luoghi marginalizzati e lottare perché i paesi in abbandono diventino una formidabile occasione per accogliere immigrati e per riabitare, come ammonisce Roberto Saviano, “un Paese demograficamente morto come l’Italia”.

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Fotografia di Vito Teti.