La critica innamorata di Renato Palazzi

Era uno degli ultimi esponenti di una generazione di critici formatisi sui giornali quotidiani che però aveva rifiutato una certa superficialità, distanza, supponenza di giudizio di quel tipo di cronisti teatrali. Renato Palazzi non era un re-censore ma un appassionato di teatro che di teatro si nutriva, che dialogava con gli artisti, che cercava di capirne le ragioni senza rinunciare a una propria autonomia di giudizio. Forse perché nel teatro era nato, nel 1968, organizzatore per il Piccolo Teatro di Paolo Grassi degli spettacoli nelle scuole, tra i fondatori del Salone Pier Lombardo poi teatro Franco Parenti. Aveva iniziato a scrivere sull’“Avanti”, poi sul “Corriere della Sera” dove lo ricordiamo, negli anni settanta, giovane cronista attento a tutto quello che si muoveva, con un certo spirito militante. Quell’atteggiamento sarebbe rimasto una sua peculiarità, testimoniata dai messaggi di teatri e teatranti nel giorno della sua scomparsa a 74 anni, il 7 novembre 2021, e in quelli immediatamente successivi.

 

Basta scorrere le bacheche di Facebook per leggere parole di cordoglio, di affetto e stima firmate da Daria Deflorian, Mimma Gallina, Licia Lanera, Fanny & Alexander, Carullo-Minasi, Teatro Sotterraneo, Marco Martinelli e Ermanna Montanari, Emma Dante, Giuseppe Romanetti, Isabella Lagattolla e Sergio Ariotti, Ert, Metastasio, Armando Punzo, con messaggi di critici, Rodolfo Sacchettini, Lorenzo Donati, Mario Bianchi, Nicola Arrigoni, Rossella Menna e molti altri, mentre pure tutti i colleghi della carta stampata e del web ne hanno ricordato la figura. 

 

Il fatto è che il teatro lui l’aveva percorso in lungo e in largo. Come direttore della Civica scuola Paolo Grassi di Milano tra 1986 e 1995 aveva introdotto la novità di laboratori con artisti impegnati nell’innovazione accanto agli insegnamenti tradizionali, portando tra gli allievi veri maestri come Heiner Müller o Tadeusz Kantor. Quest’ultimo Palazzi l’aveva seguito con passione: si era intrufolato come attore in un suo spettacolo e sull’artista polacco aveva scritto un libro dalla lunga gestazione per non banalizzare la storia di un grande. Ne era venuto fuori Kantor. La materia e l’anima, Titivillus, 2010, con le fotografie di un altro artista con cui aveva spesso dialogato, Maurizio Buscarino. 

Il titolo già era significativo del tentativo di chi guarda il teatro come nutrimento dell’anima, il critico per esempio, di trovare un altro propellente, la materia, da toccare, provare, plasmare, trasformare, con la quale ‘sporcarsi’. Il volume rivelava, tra le righe, quello che Palazzi cercava sotto i riflettori. Scriveva: 

 

La Classe morta ha ben poco a che fare con quanto avviene abitualmente sulla scena: in essa non si rappresenta un testo, non si sviluppa la ragionevole trama di un’azione drammatica. Si tratta piuttosto di un aggregato di incalzanti situazioni visive, gestuali, sonore che funzionano come una sorta di implacabile macchina filosofica, un affilato strumento di penetrazione intellettuale che affonda senza tregua nell’interiorità di chi vi assiste, inducendolo alle più inattese e sconcertanti riflessioni su quello che rimane da millenni l’oscuro evento chiave della nostra cultura e del nostro pensiero. Ma è una strana macchina filosofica impastata di insospettabili slanci clowneschi, sospesa sul filo sottile tra strazio e divertimento, dove la pietà si colora di risvolti crudeli e il cinismo è sempre a un passo dal pianto.

 

Contrasti leggo in quel brano, che si snoda per rivelazioni successive, con una prosa limpidissima, come sempre è stata la sua, cartesiana, nel senso che cerca di dipanare i grumi oscuri senza la pretesa di arrivare a farlo, ma fidando nelle virtù di avvicinamento all’illuminazione del pensiero e della passione. 

 

 

Nel 1988 assume l’incarico di critico principale del “Sole 24 Ore”, con uno spazio proprio sul Domenicale. E da quell’osservatorio segue, naturalmente, i più grandi nomi della scena, le importanti prime, ma non si nega mai lo spazio della scoperta, della ricerca, dell’ascolto dei più giovani, delle esperienze allo stato nascente, né si sottrae a piacevoli escursioni tra le marionette, il teatro ragazzi e altri generi considerati ‘minori’. Specie negli ultimi anni, a rileggere i suoi articoli, è evidente il gusto della scoperta e sempre di più la consapevolezza che il teatro che vale la pena seguire sia quello che rifugge l’intrattenimento, che per virtù di ricerca o di impegno intellettuale e artistico apra strade. Allora lo vediamo girovago, sempre con la cara moglie Rossella Tansini, tra i festival più ‘sperimentali’, a Santarcangelo a Castiglioncello a Volterrateatro a Primavera dei Teatri alle Colline Torinesi a Fies a Monticchiello, alle Biennali di Venezia più eterodosse, di recente con grande passione al Fit Festival di Lugano, e nello stesso tempo pronto alle prime di Ronconi e di altri mostri sacri, sempre in cerca delle scintille, del fuoco che il teatro sa accendere, sia il teatro ‘grande’ sia quello ‘piccolo’, che poi spesso – nota – la dimensione dipende dal finanziamento.

 

Lo vediamo così seguire una propria strada originale sui sentieri segnati da due critici che potremmo dire suo fratello e sorella maggiori, Franco Quadri, animatore e suscitatore di novità, editore e instancabile organizzatore, e Maria Grazia Gregori, scomparsa anche lei di recente, come lui curiosa di nuove frontiere ma più ancorata forse alla grande tradizione. Con lei e con altri sperimenta l’avventura della critica sul web e con interventi video (I consigli di Palazzi) sul sito “Delteatro.it”, prima con l’editore Baldini & Castoldi, dal 2013 in modo indipendente con Enzo Fragassi.

 

Hanno scritto di Palazzi i Fanny & Alexander su Facebook, a testimonianza della sua curiosità e della sua necessità di ascoltare il nuovo: 

 

Una delle primissime volte che abbiamo visto Renato Palazzi fu a Ravenna, circa trent’anni fa, nell’aula metalmeccanica di un centro professionale sperso tra le fabbriche dove avevamo montato il teatrino di Ponti in core. Renato era venuto in auto, da solo, da Milano, fino a quella sperduta zona industriale, a vedere una giovane compagnia sconosciuta. Era fatto così: sempre in movimento, curiosissimo, sempre in cerca di novità che potessero destabilizzare il suo pensiero. Dopo lo spettacolo, ci disse cose molto forti, poi, forse attratto dalla stravaganza di quella sala teatrale così inconsueta, ci chiese, con molto pudore: “posso vedere i vostri camerini?” Il “camerino” era una specie di tenda tesa tra i macchinari, un antro buio in cui tra oggetti di metallo e strani arnesi si reggeva in un equilibrio un po’ precario un tavolino improvvisato con un piccolo specchio e alcuni oggetti-amuleto. “Questi sono i vostri cimeli?” -Sorrise. E aggiunse: “è bellissimo: ricordatevelo, perché non so se ne troverete di più belli”.

Se ne va una persona grande e ‘gentile’, questo è l’aggettivo che da ieri si sente più spesso pronunciare e scrivere per ricordarlo. Sì, la sua era una vera gentilezza d’animo, piena di riserbo e nobiltà. Se ne va un altro pezzo di storia, uno sguardo fondamentale e prezioso. Come li colmeremo questi vuoti sempre più grandi e dolorosi?

 

Molto semplicemente scrive Anagoor: “Renato ci ha fatto conoscere. Non lo dimenticheremo mai.”

E Palazzi ha seguito anche la nuova drammaturgia, oltre che il teatro con forte impianto visuale o performativo: il Teatro delle Albe, instaurando un dialogo intimo con Montanari e Martinelli, nutrito anche settimanalmente dalla comune (insana) bruciante passione per l’Inter; Daria Deflorian e Antonio Tagliarini, dei quali tra i primi ha segnalato la novità; Lucia Calamaro.

 

 

Aveva il bisogno di sperimentare il teatro in tutte le forme, con discrezione ma con profondità. Forse anche per questo si è fatto attore, agli inizi degli anni dieci, per percorrere con il proprio corpo e con la propria voce i paradossi feroci di un autore come Thomas Bernhard in uno spettacolo nato in salotto, su stimolo della moglie Rossella che organizzava una rassegna di teatro nelle case, poi portato in pochi festival. Goethe schiatta, tratto da un racconto di non molte pagine del 1984, è un’acre riflessione sulla vecchiaia, la morte, il potere; racconta di un Goethe alla fine della vita che vuole conoscere Wittgenstein, mettendo con questa discronia in discussione i nostri modi di accumulare cultura e guardare realtà. Il testo è tutto fatto di slittamenti, di piani che si intrecciano, si aprono e si chiudono, di sfalsamenti ironici o grotteschi. Scrivevo nel recensire questo critico che con la regia di Flavio Ambrosini si faceva clown kantoriano, compunto, travolto dai fatti e dalle parole: 

 

Ci fa guardare dal buco della serratura, aprendo di continuo sipari su altri sipari, come fa Bernhard, confondendo i piani, giocando, con guizzi nevrotici, con quell’illusione noiosa, limitata, indecifrabile che è la realtà. Bloccandosi di tanto in tanto, perché le parole sono sforzo, fatica di creare il mondo o perlomeno di ricrearlo o deformarlo, in un tartagliare a pendolo, in cui tutto oscilla, come il tempo che lentamente schizza via. Alla ricerca di “ciò di cui si può dubitare e ciò di cui non si deve dubitare”, traducendo in spirito goethiano l’ermeneutica di Wittgenstein, con la sottile ansia di aprire con la propria (di Goethe) morte la porta a un’età di precipizi gnoseologici ed esistenziali. 

 

Qua come in due altri spettacoli da camera, Questa cosa vivente detta guidogozzano, viaggio nei territori di un poeta da riscoprire con affetto oltre gli stereotipi scolastici, e in L’imitatore di voci, ancora da Bernhard, ammirevole soprattutto era il mettersi in gioco, truccarsi, travestirsi, sudare in scena, sfarsi il trucco, il belletto, stare in quell’oggetto di finzione e verità che lo appassionava tanto, il teatro, per trovare attraverso di esso fili per affrontare il mistero della vita.

 

Ecco, Renato, la lucidità della tua scrittura, quell’apparente sciogliere per noi tutti i nodi, renderci evidente l’anima che nascondeva quello che avevi visto e che avevamo visto, celava qualcosa d’altro: in quel desiderio di dominare l’insondabile, di trovare sempre le parole, di dare un ordine alle cose, stava la tua arte che spesso, come nel tuo amato Kantor, si risolveva in apparente successo e in scacco profondo, in una lotta continua con la consapevolezza dell’impossibilità di governare la vita e l’arte. Forse questo era il segreto della tua cortese distanza: un conflitto con la materia per scovarvi l’anima e con l’anima per ritrovare la grana del piacere della materia.

Hai anche insegnato alla Bocconi, sei stato parte del progetto Cariplo per attivare e sostenere residenze in Lombardia. Insomma, hai visitato anche le stanze del potere, sempre – mi sembra – dalla parte di quei poveri smaglianti figuri che sono gli artisti di teatro. Ma soprattutto hai guardato e ci hai fatto guardare a fondo, quasi fino all’insondabile, con quella tua prosa misurata, capace di arrivare all’essenza del testo o dello spettacolo, di sintetizzarlo magnificamente, di rilanciarlo come questione aperta e bruciante per noi spettatori: come enigma, in ultima analisi, contro il quale combattevi come dolce eroe che appariva sempre fragilmente vincente.

 

Oggi che la carta stampata non è più centrale ed è pochissimo letta, Quadri, Gregori, Palazzi, con le loro differenze, appaiono degli apripista, lasciando ai più giovani impegnati sul web la consegna dello sguardo penetrante e dialogante, dell’apertura, e pure la nostalgia di un tipo di informazione e analisi culturale che nei periodi migliori sapeva seguire quotidianamente, con acume e impegno militante, il flusso delle cose. Questi maestri si stagliano come anime inquiete partite dal vecchio mondo della carta (e degli stabili) in cerca di nuove strade per rendere ancora il vecchio teatro, la sua condivisone, all’altezza dei tempi, nutrimento della visione e dell’immaginazione contemporanea.

Grazie di tutto, caro caro Renato. Inutile aggiungere che ci mancherai.

 

Renato Palazzi sarà ricordato al teatro dell’Elfo di Milano, in corso Buenos Aires, domenica 14 novembre alle ore 12.

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