La Russian connection di Chanel

Karl Schlögel sarà al Salone del libro di Torino in collaborazione con il Goethe-Institut Turin e Frankfurter Buchmesse e presenterà sabato 16 ottobre alle ore 15.30 (Sala Internazionale-Padiglione 1)  il suo nuovo libro “Il profumo degli imperi. Chanel N.5 e Rosso Mosca - la storia del XX secolo in due profumi” edito da Rizzoli, che ringraziamo per averci concesso di pubblicare l’ estratto qui di seguito.

 

Non era scontato che una sarta e modista, per quanto brava, potesse entrare in contatto con ambienti, e soprattutto con uomini, in grado di spianarle la strada da una piccola realtà di provincia al vasto mondo. Doveva esserci uno spazio in cui Chanel potesse non solo incontrare un certo Boy Capel, il ricco amante che la aiutò ad aprire le sue prime boutique, ma anche stabilire un rapporto con il primo ministro francese Georges Clemenceau o con Winston Churchill, il cui grande momento doveva ancora arrivare. Dovevano esserci luoghi in cui una stilista potesse incontrare un certo duca di Westminster, l’uomo più facoltoso del Regno Unito, disposto a ospitarla continuamente nelle sue tenute, e in cui potesse imbattersi in un membro della famiglia dello zar, che a sua volta si ricordava di un profumiere del periodo prerivoluzionario a San Pietroburgo.

 

In effetti esisteva una sede in cui il mondo della Belle Époque si riuniva con tutte le sue routine, le sue abitudini e il suo denaro. Una sede in cui avevano trovato rifugio i naufraghi della società tramontata durante la guerra e la rivoluzione, una sede in cui i contemporanei più sensibili – artisti, letterati e pittori di tutto il mondo – si radunavano quando volevano muoversi al passo con i tempi, al centro delle tensioni. Quel luogo era Parigi, la capitale del XIX secolo, che dopo la catastrofe della Prima guerra mondiale tornò all’apice dello splendore, prima che quel fulcro si spostasse verso il Nuovo Mondo. Tra le esposizioni universali tenutesi dalla metà dell’Ottocento, sicuramente si impressero nella memoria del pubblico quelle del 1900, del 1925 e del 1937 a Parigi. C’era la Torre Eiffel che, nel bel mezzo di un’esposizione industriale fin de siècle, aveva dimostrato un aumento senza precedenti delle possibilità tecniche utilizzabili; l’Expo del 1925, con la sua ambizione di entrare nel mondo trasformato che era scaturito dalla «catastrofe originaria del XX secolo»; l’esposizione del 1937, dove i padiglioni dell’Unione Sovietica e della Germania nazista erano già usciti dall’ombra della Torre Eiffel, alludendo a una nuova dimensione del monumentale e del totale. Milioni di persone confluirono a quegli eventi, ansiose di dare un’occhiata al mondo e al futuro. C’erano i ricchi pensionati e fannulloni del «mondo di ieri» (Stefan Zweig), i gaudenti del lusso e della moda, che potevano permettersi qualunque cosa, e tutti coloro che avevano intuito come dietro la facciata di un mondo ben ordinato si stesse preparando qualcosa di straordinario.

 

C’erano utopisti, isterici, profeti, sperimentatori, seguaci dell’apocalittismo, persone che erano in contatto con idee e correnti clandestine e che captavano segnali provenienti da tutto il pianeta, trasmessi in Europa da movimenti di liberazione, rivolte, massacri, attentati, catastrofi naturali e invenzioni inaudite. C’erano turisti di tutto il mondo, impazienti di vedere ancora una volta ciò che l’Europa aveva prodotto nel suo periodo migliore. C’erano africani e asiatici che, ascoltando attentamente nelle università, nelle accademie e nei caffè, avevano imparato a liberarsi dell’Europa. Si vedevano americani come Ernest Hemingway e Gertrude Stein che vagavano per il Louvre in cerca di se stessi e della «generazione perduta», sedendosi nei caffè per constatare che presto gli americani avrebbero avuto un way of life tutto loro. C’erano anche inglesi e tedeschi, che naturalmente parlavano un francese impeccabile ed erano ansiosi di portare con sé in patria qualcosa del più raffinato stile europeo.

Tuttavia furono soprattutto i russi a fare il loro sfavillante debutto parigino come grande potenza culturale europea. Nella capitale francese, in territorio straniero, oltre il confine, si incontrarono dopo la rivoluzione persone che altrimenti non si sarebbero mai conosciute. Nel complesso costituivano il milieu russo, che avrebbe avuto un incredibile influsso sull’ambiente circostante sia prima e dopo la guerra sia prima e dopo la grande rivoluzione.

 

Prima del primo conflitto mondiale, Parigi era, insieme all’Italia, la destinazione privilegiata dei viaggiatori russi. Gli aristocratici raggiungevano già con una certa regolarità le località balneari sul Mediterraneo. Anno dopo anno, le colonie russe si radunavano sulla Costa Azzurra a Cannes, Sanremo, Antibes, Nizza o, sull’Atlantico, a Biarritz e Deauville, circondate da un settore dei servizi e del lusso tra i più organizzati, con tanto di chiese ortodosse e sinagoghe. Fu un duro colpo economico per le località balneari quando, all’inizio della guerra, ma soprattutto dopo la rivoluzione, l’afflusso di questi turisti benestanti si interruppe. Un gruppo in rapida crescita era rappresentato dai turisti culturali, per i quali Parigi era il culmine del Grand Tour attraverso l’Europa. Ogni guida turistica russa dell’epoca riporta la topografia delle attrazioni, degli hotel e di altri locali pubblici. L’espansione della rete ferroviaria, in particolare del Nord-Express da San Pietroburgo a Parigi, intensificò la comunicazione e lo scambio tra mondi fino ad allora molto distanti l’uno dall’altro.

 

 

Dalla Rivoluzione francese, però, la Francia era il rifugio di dissidenti politici e combattenti per la libertà arrivati da tutto il pianeta e, dal XIX secolo, Parigi diventò la meta d’esilio dei rivoluzionari russi e il luogo di studio per i membri dell’intellighenzia. Democratici rivoluzionari e oppositori di tutti gli orientamenti trasformarono Parigi, insieme a Londra e Ginevra, in centro della resistenza antizarista, luogo di pubblicazione, punto d’incontro e polo di istruzione.

Sembrava che tutte le correnti artistiche – impressionismo, Secessione, simbolismo e in seguito le diverse ramificazioni del dadaismo e del surrealismo – approdassero a Parigi prima che in altre metropoli europee. Le persone arrivavano nella capitale francese da San Pietroburgo, Riga, Kiev e Varsavia, perciò negli anni precedenti la rivoluzione la città ospitò artisti e intellettuali russi di rilievo epocale, tra cui Marc Chagall di Vitebsk, Aleksandra Ekster di Kiev e Michail Larionov di Mosca. Alla fine del XX secolo, le loro opere furono protagoniste di grandi mostre come Parigi-Mosca al Centro Pompidou, oppure vennero riscoperte con la denominazione di «scuola parigina».

 

Il culmine della presenza russa e del suo influsso internazionale furono le Stagioni e i Balletti di Sergej Djagilev. Questo genio poliedrico e impresario teatrale, che prima di lasciare la Russia nel 1906 era stato direttore del Teatro imperiale a San Pietroburgo, curatore di mostre e fondatore di riviste artistiche di tendenza, riuscì niente meno che a creare una travolgente opera d’arte collettiva a cui partecipavano artisti di ogni disciplina: musica, danza, lingua, pittura. I compositori Igor’ Stravinskij, Darius Milhaud, Erik Satie, Sergej Prokof’ev, i coreografi e ballerini Léonide Massine, Serge Lifar, Boris Kochno, Vaclav Nižinskij, le ballerine Anna Pavlovna, Tamara Karsavina e Bronislava Nižinskaja, i pittori Pablo Picasso, Juan Gris, Fernand Léger, Salvador Dalí, Léon Bakst, Aleksandr Benois e la costumista Gabrielle Chanel.

Le Stagioni russe produssero prime che fecero la storia della musica: La sagra della primavera, L’uccello di fuoco, L’amore per tre arance, Les noces, Le pas d’acier. Le rappresentazioni non erano solo eventi artistici ma anche sociali, in grado di attirare spettatori da tutto il mondo. Sergej Djagilev era quasi sempre in tournée con la sua troupe, che si esibì a Parigi, Montecarlo, Londra, Berlino, Vienna, Budapest, Buenos Aires, New York. Nel 1920 Gabrielle Coco Chanel gli permise di riprendere la produzione della Sagra con una donazione di trecentomila franchi, e nel 1929 fu sempre Chanel a raggiungere Djagilev a Venezia, dove era in punto di morte, e a organizzargli una veglia funebre e una degna sepoltura.

 

La stilista mise a disposizione di Stravinskij la sua villa «Bel respiro» a Garches quando il compositore si trasferì dalla Svizzera alla Francia con la famiglia. Offrì rifugio a Biarritz al granduca Dimitrij Pavlovic, che discendeva dalla dinastia Romanov ma viveva in povertà in Francia. Ora erano le signore dell’alta società fuggite dalla Russia dopo la rivoluzione a lavorare per lei come mannequin, modiste, esperte di tessuti pregiati e di accessori. Chanel si attorniava di «cose russe» e sentiva una profonda affinità con le «ex aristocratiche», di cui ammirava l’eleganza, il buon gusto e la raffinatezza.

La sede principale in cui il mondo russo, o meglio internazionale, si incontrava, si mescolava e intratteneva scambi con la società parigina erano i salotti, e uno dei più influenti da questo punto di vista era quello della leggendaria Misia Sert, figlia dell’artista polacco Cyprian Godebski, nata a San Pietroburgo, educata nelle migliori scuole e – con Gabriel Fauré come maestro di pianoforte – destinata a una carriera da pianista. Scelse invece di sposare Thadée Natanson, editore di giornali autorevoli, che tuttavia lasciò per sposare un facoltoso amante inglese, un certo Mr Edwards, da cui si separò dieci anni dopo per avere una relazione con Josep Maria Sert.

 

Quest’ultimo, che veniva dalla Catalogna e che aveva ottenuto un enorme successo a Parigi e negli Stati Uniti, realizzò gli affreschi dell’hotel Waldorf-Astoria a New York, del Palazzo delle nazioni a Ginevra, ma soprattutto il padiglione della Repubblica spagnola per l’esposizione universale del 1937. Il salotto di Misia Natanson/Mrs Edwards era frequentato da tutta Parigi: Henri de Toulouse-Lautrec, Maurice Ravel, Erik Satie, Paul Verlaine, Marcel Proust, Jean Cocteau. La pianista, ritratta da Pierre Bonnard e Félix Vallotton, rimase profondamente colpita da Chanel, che considerava un’anima affine. Fu proprio Misia a presentarle Djagilev, restando legata alla stilista fino alla morte.

La Francia era stata un alleato durante la Prima guerra mondiale e, dopo la sconfitta delle forze antibolsceviche, era diventata la principale meta degli esuli in fuga dall’impero russo. Insieme ad altre città come Costantinopoli, Praga, Berlino e Harbin, Parigi si trasformò in un centro della «Russia al di là dei confini», con migliaia di rifugiati in un Paese che si stava ancora riprendendo dalle pesanti perdite della guerra. La Francia fu teatro di attentati e rapimenti. I rappresentanti dell’Armata Bianca venivano sequestrati dai servizi segreti sovietici e ricondotti nell’URSS, e anche gli esponenti dell’opposizione antistalinista di sinistra come Lev Sedov, il figlio di Trockij, furono braccati dagli agenti sovietici. Parigi fece da sfondo alle innumerevoli tragedie personali di individui che, avendo perso ogni cosa, erano costretti a ricominciare da capo: ufficiali che ora facevano i tassisti o gli operai negli stabilimenti automobilistici della Renault a Boulogne-Billancourt, nobili e governanti che ora lavoravano in sartorie e negozi di abbigliamento. Gli esuli russi avevano un’infrastruttura tutta loro, con tanto di scuole, giornali e case editrici, comunità ecclesiastiche e centri ricreativi per i giovani. «Nuova Mecca, nuova Babilonia», è così che Robert H. Johnston, uno storico della Parigi russa, definì la capitale francese.

 

 

In quel polo d’attrazione nascevano milieu e rapporti familiari e si celebravano matrimoni: quello di Picasso con Ol’ga Chochlova, quello di Romain Rolland con Marija Kudaševa, la relazione di Fernand Léger con Nadja Khodasevic o quelle di Gala (vero nome: Elena D’jakonova), la musa e compagna di vita di Paul Éluard, con Max Ernst e Salvador Dalí non furono bizzarre eccezioni. In quell’ambiente si amalgamavano gusti e stili transnazionali.

Un classico esempio di biografia spontaneamente transnazionale è quella di Ernest Beaux, che, nato a Mosca, si era inserito nella società russa e, dopo la formazione nell’azienda profumiera francese Rallet, era tornato nella sua «prima patria» dopo la rivoluzione. A stabilire il contatto tra Gabrielle Chanel ed Ernest Beaux era stato il granduca Dimitrij PavlovicRomanov, che viveva in Francia da anni e vantava un nonno come Alessandro II e uno zio come Alessandro III, nonché un cugino come l’ultimo zar. Educato da bambinaie inglesi, era cresciuto al Cremlino con sua sorella e con uno zio che, mentre ricopriva la carica di governatore generale di Mosca, era caduto vittima di un attentato terroristico. Il conte Harry Kessler descrive la relazione tra Chanel e Dimitrij Pavlovic da osservatore esterno, ma ben inserito negli ambienti parigini. A suo avviso, Dimitrij «si è giocato la corona di zar a causa della sua scelta di vivere a Parigi». Nella capitale francese, continua, il granduca ha «conosciuto subito Chanelle [sic], detta “Coco”, una cocotte e sarta ricca sfondata, amica della mia vecchia amica Missia [sic] Edwards (Sert), ed è tornato ad arricchirsi grazie a questa liaison, cioè si fa mantenere da “Coco”». Kessler parla anche di «Djagilev, che a sua volta è diventato intimo di Coco e si fa “prestare” da lei il denaro per il suo balletto» e delle grandi feste di «Coco», durante le quali la stilista teneva banco con Misia. Il conte aggiunge infine un commento sui «ricevimenti con caviale, vol-au-vent al fois gras, frutta, grossi prosciutti» (annotazione del 16 gennaio 1924). Kessler, di solito molto preciso e delicato, sbaglia raramente il giudizio sui suoi conoscenti sparpagliati in tutta Europa come fa nel caso di Chanel.

La solidità del rapporto tra Coco Chanel e il mondo russo è dimostrata anche dalla collaborazione diretta con la fondatrice della maison Kitmir, la granduchessa Marija Pavlovna. Ecco cosa riferisce Charles- Roux: 

 

Una rubachka ben aderente, di lana fine, portata su una gonna dritta, con al collo e ai polsi strisce sobriamente ricamate, un abbigliamento, insomma, che derivava il suo carattere dalla terra russa ma che appariva nella più parigina delle forme […] l’idea della rubachka fu accolta nel migliore dei modi, tanto che bisognò creare un laboratorio di ricamo. La cui direzione venne affidata alla granduchessa Marie. 

 

La Kitmir, presente anche all’Expo 1925, aveva preso il nome da un leggendario essere fantastico persiano ed era uno dei numerosi atelier di moda fondati da esuli russi negli anni Venti a Parigi e in altri centri di emigrazione come Berlino e Harbin, in Estremo Oriente. Marija Pavlovna Romanova, reduce da un matrimonio infelice con il principe ereditario svedese prima della Prima guerra mondiale, era arrivata a Parigi dopo la rivoluzione, passando per Kiev, Odessa, Costantinopoli, Bucarest e Londra. Nel 1921 conobbe Coco Chanel nella cerchia di suo fratello Dimitrij Pavlovic Romanov. Pur essendo traumatizzata dal destino dei suoi parenti prossimi – il padre era stato assassinato a Pietrogrado, gli altri in Crimea –, aveva aperto un laboratorio tutto suo con grande impegno e abilità imprenditoriale. In quel periodo, intorno agli ambienti della moda parigina gravitavano anche altri nomi illustri dell’aristocrazia russa, come gli Obolenskij, gli Jusupov, i Dolgorukij, i Bakhmeteff, che conoscevano bene il mondo del lusso e della moda perché avevano fatto parte dell’alta società di San Pietroburgo e Mosca. Spesso, grazie alle governanti, la loro prima lingua non era il russo, ma il francese. Le bellezze russe erano l’incarnazione dell’eleganza. Le immagini di mannequin come Gali Baženova, Nyuša Rotwand e Lady Abdy abbellivano le pagine di «Harper’s Bazaar» e «Vogue», immortalate da famosi fotografi di moda come Alexander Liberman e il barone George

 

Hoyningen-Huene o da affermati disegnatori di modacome Erté (il cui vero nome era Romain de Tirtoff, «R.T.»). Con le loro creazioni preziose e insolite – ricami, diademi a forma di kokošnik russo, šapka, scialli e cappotti di pellicce pregiate, collane di perle e cinture, bambole in stile folcloristico, parasole, borsette originali – rispecchiavano la concezione occidentale di un Oriente misterioso e soddisfacevano la diffusa esigenza di bellezza esclusiva. Spesso donne come Marija Pavlovna seppero adattarsi all’emergenza dell’esilio meglio degli uomini, che avevano perso status e posizione. La dura scuola dell’esilio aveva trasformato molte di loro in artiste della sopravvivenza, che davano prova di sé in nuovi campi – Marija Pavlovna creò anche un profumo, il «Principe Igor» – e che si apprestavano a conquistare il mercato americano. Molti elementi indicano che l’avversione di Chanel per il bolscevismo non era dettata da considerazioni tanto politiche quanto estetiche.  

 

Ciò che un tempo Parigi, la «capitale del XIX secolo», aveva esportato a San Pietroburgo e a Mosca era tornato a Parigi per le vie traverse del movimento di fuga e di emigrazione russo. Tra gli esuli c’erano anche i leggendari imprenditori e mecenati che avevano acquistate esposto nelle loro case i dipinti di Picasso, Matisse, van Gogh e Cézanne prima che questi artisti assurgessero a fama mondiale. Mentre gli illustri collezionisti Sergej Šcutšcukin e Ivan Morozov morivano rispettivamente a Parigi nel 1935 e a Karlsbad nel 1921, le loro collezioni – fino ad allora le più numerose raccolte di arte moderna francese – furono espropriate e rimasero in Unione Sovietica, dove ricordano la grande fase dell’età moderna europea lungo l’asse Parigi-Mosca e sono tuttora tra le maggiori attrazioni dell’Ermitage e del Museo Puškin.

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