Le nuove voci di Short Theatre

Undici giorni di spettacoli dal 3 al 13 settembre in due sedi principali, la WeGil, ex sede di epoca e architettura fascista della Gioventù italiana del littorio, e alla Pelanda-Mattatoio, più varie incursioni in altri luoghi. “Short Theatre – si legge sul sito – è il festival di arti performative che dal 2006 a Roma ricompone i segni del mutevole paesaggio dello spettacolo dal vivo. Una comunità temporanea che si rinnova ogni anno intorno ai percorsi artistici provenienti dalla scena nazionale ed internazionale: spettacoli, performance, installazioni, incontri, concerti e dj set. Una lente con cui interrogare i linguaggi che cambiano, immaginando nuove affinità, oltre i confini disciplinari, generazionali, geografici e culturali”.

Quest’anno il festival, ideato da quell’arcipelago mutevole che è Area 06, ha una nuova direttrice artistica, Piersandra Di Matteo. L’abbiamo intervistata insieme a Francesca Corona che l’ha preceduta in questo incarico e l’ha affiancata nella cura di questa edizione.

 

La prima domanda a Francesca Corona: perché avete sentito l’esigenza di un avvicendamento alla direzione?

FRANCESCA CORONA: Short Theatre dalla sua fondazione ha potuto contare su una continuità artistica e organizzativa. Prima la responsabilità della direzione è stata di Fabrizio Arcuri; in seguito io sono entrata come condirettrice. Siamo cresciuti dentro il festival e qui ci siamo definiti professionalmente. Da un paio di anni abbiamo iniziato a immaginare un possibile futuro della manifestazione, e quindi a staccare le nostre vite dal festival, favorendo un cambiamento di visione che permettesse di tracciare nuove strade, mantenendo una linea di senso politico e artistico. Sono sopravvenuti anche fatti personali: io sono entrata nella direzione artistica del Teatro di Roma e mi avvio verso quella del Festival d’Automne di Parigi, Fabrizio è stato nominato direttore artistico del Css di Udine. È diventato urgente allora realizzare quel futuro, specie per un festival mobile e indipendente come Short, che ha anche una sua fragilità.

 

Come siete arrivati a individuare Piersandra Di Matteo?

F.C.: Inizialmente abbiamo pensato a una call pubblica. Ma poi è emerso forte il desiderio di lavorare con Piersandra: quando si parlava del bando, il suo nome e le sue caratteristiche erano portate a modello. Ha un profilo unico in Italia: è una studiosa, dramaturg con Castellucci e in altre situazioni, curatrice. Abbiamo seguito da vicino il progetto “Atlas of Transitions” che ha diretto a Bologna. Insomma, coniuga in sé attività teorica, pratica scenica e capacità curatoriali, con una forte capacità di mettersi in relazione con gli artisti, con le situazioni, con certe istanze politiche.

 

E la nuova direttrice come ha immaginato questa sua prima edizione?

PIERSANDRA DI MATTEO: In realtà l’abbiamo immaginata insieme Francesca e io. Ci siamo prese tempo. Un’associazione indipendente come quella che dà vita a Short si prende il tempo di abitare la transizione, per rendere possibile un travaso di conoscenza. Abbiamo fatto insieme, senza la possibilità di rivendicare da parte di nessuna una posizione magistrale. Abbiamo costruito il programma a partire da una grande intesa artistica e politica, in relazione con il lavoro stratificato di tutto il team di Short, un progetto che si è affermato a livello nazionale e internazionale come luogo di una scena che altrimenti non sarebbe visibile.

 

Quanto durerà la tua direzione artistica?

PDM: Dopo questo primo anno in collaborazione, avrò un incarico triennale dal 2022 al 2024.

 

L’ex Gil, riprogettata come WeGil.

 

Le linee di questa edizione?

PDM: Una questione importante è cosa vuol dire riattivare lo spazio urbano all’indomani del distanziamento sociale, cosa vuol dire coabitare, cos’è della prossimità dei corpi e dei corpi con gli oggetti. Provando anche a leggere le diverse stratificazioni di una città complessa come Roma. Questo vuol dire capire come stare nei luoghi tradizionali del festival, il WeGil e la Pelanda, e come è possibile immaginare traiettorie urbane, linee di fuga che tocchino altri posti, per esempio una collaborazione con il Teatro del Lido di Ostia e con realtà metropolitane che operano nel sociale, nel campo dell’accoglienza, nell’incontro con i minori non accompagnati eccetera, con il progetto “ReproCity”, un’apertura iniziata già durante l’estate in relazione con centri artistici che propongono attività di formazione, confronto, trasmissione di saperi. Sono coinvolte, per esempio, una sartoria sociale e dei sarti africani: si effettuano scambi di pratiche, alimentate da ricerche ideate con personalità artistiche.

 

Mi colpiscono nel programma accostamenti tra cose che appaiono lontane, come la narrazione epica africana e l’opera lirica occidentale, in un festival che avete intitolato The Voice This Time, spiegando: “Eco vocali, falde sonore sotterranee, fremiti fantasmatici, frequenze interdette dal discorso maggiore, parole poetiche, atti di creolizzazione, ritmi e tuoni che sappiano invocare zone di attesa, di non ancora, di vibrazione tra i corpi: un continuo contrappunto fra udibile e visibile in grado di generare un ambiente che riverberi nel legame tra poesia, vocalità, suono”.

PDM: Nel caso che citavi ci riferiamo a una grande creazione a cui sta lavorando l’artista e coreografa originaria dello Zimbabwe Nora Chipaumire, che presenta in prima europea il 12 e il 13 uno degli otto capitoli di Nehanda. Durante la pandemia ha approfondito uno studio sull’opera occidentale, una forma di teatro musicale che utilizza tecniche vocali che determinano gerarchie di personaggi. Nora mescola quelle caratteristiche con tecniche africane come il canto in gola, determinando con questo attraversamento una possibilità perché culture tenute ai margini prendano la parola. La domanda è quale spazio creiamo per l’ascolto nel campo delle vibrazioni tra i corpi, un campo dinamico dove si esercita la relazione. L’epica africana è centrale nel lavoro di Nora che ha progettato, in formati diversi, un ciclo di otto capitoli. Noi ospiteremo al teatro Argentina l’ultimo episodio. Si parla di uno spirito diffuso in un’ampia zona dell’Africa, il nehanda, che possiede i corpi delle donne, e di una medium, Charwe Nyakasikana, che lo evocava. Charwe alla fine dell’800 nella Rodhesia del Sud incitò alla rivolta contro l’occupazione britannica: fu catturata e giustiziata; la regina Vittoria fece trafugare le sue ossa e le fece portare in Inghilterra. Questa storia narra un’espropriazione, una dominazione, un’oppressione.

 

Nora-Chipaumire.


Uno dei temi che affrontate nel festival è quello della decolonizzazione…

FC: Decolonizzazione come urgenza mossa da istanze politiche che ne fanno un oggetto di pratiche artistiche. Per Short nasce anche dall’abitare lo spazio dell’ex Gil. Il luogo ha sempre influenzato i modi di operare del festival, che ha cercato di sviscerare e vivere sedi come l’India, la Pelanda. L’ex Gil, edificio razionalista di Luigi Moretti simbolo del colonialismo fascista, è un sito più problematico e complesso da affrontare. Abbiamo dovuto affinare gli strumenti di conoscenza politica e storica, ed è emersa la necessità si scuotere lo spazio e di scacciarne i fantasmi che lo abitano. La questione era come risignificarlo, come scuotere i cuori e farlo vibrare in altro modo, in una città che è piena di segni del fascismo. Per noi allora la scelta di Piersandra ha voluto dire anche cercare una persona non romana per un festival così radicato come il nostro. E lei ha lavorato a riaccendere la relazione tra poesia e pratica performativa. La pratica poetica assume una vibrazione tutta particolare in WeGil, quella di scacciare i fantasmi del ventennio, decolonizzare, ‘creolizzare’, far prendere la parola alle voci sommesse o represse. 

 

Ci raccontate il programma? Partiamo dal primo luogo, WeGil a Trastevere, dove dal 3 al 5 settembre sarà ospitato Cratere: “uno spazio da cui sgorgherà verso l’esterno un flusso collettivo di voci, suoni, poesie, corpi, vibrazioni”, cito dal comunicato stampa.

PDM: Cratere è un tentativo di interrogarci su cosa vuol dire riabitare l’ex Gil oggi, provando a riannodare relazioni tra teatro e poesia detta, pronunciata, confrontandoci con l’andamento versale del linguaggio, che riesce a frantumarsi, a rendersi imprendibile, fino alle soglie dell’inudibile. La prima scossa tellurica la dà il 3 Sofia Jernberg, cantante lirica svedese di origini eritree, che va a scavare le radici ancestrali del suono, scardinando le regole della vocalità operistica. L’artista francese Anne-Lise Le Gac e l’artista visivo svizzero Basile Dinbergs rivoluzioneranno la hall, facendone uno spazio dove per un’ora e mezza – due ore si avvicenderanno performance, talk teorici, azioni vocali, con momenti di passaggio dei curatori che marcheranno la transizione tra un momento e l’altro. Sono state chiamate tutte artiste donne a lavorare in questo spazio, dove è possibile anche condividere cibo, ascoltare, stare. L’idea è che le arti performative creano luoghi per allenare la collettività a tornare a essere collettività. Questa attenzione alla poesia si collega a una storia romana: le suggestioni del Festival internazionale dei poeti di Castelporziano degli anni ’70 stanno sullo sfondo. Allison Grimaldi-Donahue, per fare un esempio, presenta una sua performance poetica nella quale integra i versi delle poetesse del Gruppo 63. Il programma cerca di capire cosa è il teatro oggi quando non è la troppo abusata narrazione; come prova a entrare nel reale, a attivare, esorcizzare i fantasmi attraverso la parola poetica.

 

Romantic Disaster.


Dal 6 settembre vi spostate alla Pelanda e in altri spazi. Cosa avviene?

PDM: Alla Pelanda ci sarà una grande cura dello spazio comune, con una domanda su come si sta tra uno spettacolo e l’altro. Concepiamo il festival come tempo espanso. Uno dei formati attivati è una piattaforma discorsiva pomeridiana, con presentazione di libri a stretto contatto con le pratiche. Sarà un’occasione di scambio di saperi in modo informale, punteggiando la pratica discorsiva con ascolti come contrappunti acustici. Per fare un esempio: presenteremo Drammaturgie sonore a cura di Valentina Valentini, con incursioni musicali di Daniele Verni e un intervento di Carla Tatò (8 settembre). Si tratta di far sostare il pensiero. L’ascolto suggerisce di attivare l’immaginazione e tutti i lavori chiedono ascolto. Con la parola poetica del passato proviamo anche a interrogare il contemporaneo, per esempio mettendo in relazione la poesia romantica con l’attivismo ambientale di oggi con Romantic Disaster di Madalena Reversa.

 

Qualche altro esempio di un filone di indagine che vi interessa molto, quello sulle identità e sull’attivismo politico?

PDM: La ricerca sulle danze di Amanda Piña, artista cilena-messicana. Studia danze in via di estinzione e danze coloniali o di conquista. Con un gruppo di donne presenterà un ballo che metteva in scena il combattimento tra cristiani e mori, che quando viene importato in America Latina assegna ai conquistati il ruolo dei mori. L’ha recuperato con giovani che stanno sulla frontiera tra il Messico e gli Stati Uniti, eseguendo solo la parte dei mori e utilizzando quella gestualità come una forma di riappropriazione identitaria. Importante per lei è che gli esecutori di queste danze abbiano una relazione con la frontiera, con il concetto di frontiera. La sartoria sociale Coloriage ha realizzato 30 gonne per le donne che al teatro India imparano la coreografia: vengono da associazioni che lavorano sulle frontiere metropolitane, in vari luoghi di Roma. È un modo per abbracciare la città. Frontera/Procesión. Un ritual del agua sarà presentato il 10 e 11 settembre fuori dalla Pelanda, davanti alla Fontana delle anfore di Testaccio: le danze saranno ripensate come un rituale dell’acqua.

 

Amanda Piña, Frontera, ph. Patrick Van Vlerken.


A Piersandra chiederei se ci può anticipare almeno le linee generali su cui si muoverà nei prossimi tre anni.

PDM: Mi piacerebbe che la mia curatela fosse un lavoro collettivo, sulla linea sperimentata quest’anno. Vorrei continuare le traiettorie urbane, movimenti che puntano i luoghi, con una possibilità di attraversamento largo, come un compasso. Mi piacerebbe andare a fondo nel lavoro sulla poesia che diventa voce. E ci sono altri temi che approfondirei volentieri.

 

Francesca dirigerà il Festival d’Automne a Parigi dal 2022. Ha già qualche traiettoria di pensiero e azione?

FC: Inizierò ad acclimatarmi a Parigi dopo la metà di settembre. Ci sarà un periodo di passaggio di consegne con la storica direttrice, Marie Collin. In questi mesi metteremo a punto gli orizzonti del prossimo festival, che sarà condiviso con lei, immaginato insieme. Sicuramente una mia traiettoria sarà tenere desto il rapporto tra arte e attivismo, agire politico. Mi sembra una relazione essenziale, in quanto i linguaggi della performance artistica sono capaci di rendere evidenti linee del movimento delle cose.

 

L’ultima fotografia rappresenta un momento di Nehanda di Nora Chipaumire

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