Mariangela Gualtieri: aprirsi all’inatteso

“Che cosa diremo a quelli che nascono ora? / Che scusa troviamo / per questo disastro umano?”. Dopo una introduzione con l’entrata dei personaggi, in un silenzio carico di attesa accompagnato dall’organo, inizia con questi versi, con questa domanda, Paesaggio con fratello rotto, prima parte di una trilogia del 2004 del Teatro Valdoca. Ora di quel lavoro con la regia di Cesare Ronconi – una saga contemporanea con personaggi dolenti sovraccarichi di colore, un bianco funereo sui corpi seminudi, segnati con tratti neri e sbavature di rosso sangue, maschere animali, ali grandi di uccello, zimarre rituali – Einaudi pubblica i testi (pagine X-78, euro 10), scritti da Mariangela Gualtieri. 

 

 

Sono sempre di sottili dimensioni le opere di questa poetessa che ci accompagnò nello sconforto del primo lockdown con il delicato ammonimento di Nove marzo duemilaventi: “Questo ti volevo dire / ci dovevamo fermare…”. I versi di Paesaggio con fratello rotto sembrano scavati nei corpi, nella disperazione che vorrebbe diventare la gioia che tutti sentiamo di vivere; sono parole incise con il bulino nello sguardo desolato a quello che riusciamo a distruggere di bello intorno a noi e nella necessità dell’abbandono alle cose essenziali, al sapore del pane, all’abbraccio, a una madre, alle radici profonde che ci sospingono verso il cielo. Questo nuovo volumetto non esce nella collana di poesia ma in quella di teatro, numero 454 dello storico contenitore, voluto nel 1953 da Paolo Grassi e Gerardo Guerrieri, che ha contribuito al rinnovamento della nostra scena. 

“Che effetto fa leggere questi testi a tanti anni di distanza?” mi chiede Mariangela. La risposta è decisa: hanno una forza che supera la stessa vita dello spettacolo, l’attualità, i tempi. Ci parlano oggi. 

 

Una scena di Fango che diventa luce, prima parte della trilogia, ph. Rolando Paolo Guerzoni.


Il libro però non contiene solo quei testi poetici, parole rare che supportano le azioni sceniche, documentate anche da foto e dal rimando a un video di Simona Diacci Trinity, visibile su Vimeo, a questo link. Contiene anche sezioni in prosa, di introduzione generale e di premessa ai singoli testi, e una parte finale che fa luce sulla composizione delle parti poetiche in relazione alla messa in scena. Queste costruiscono uno squarcio sul metodo creativo del Teatro Valdoca e forniscono suggestioni sul lavoro di Mariangela Gualtieri e quindi, in profondo, sulla sua poetica. 

Ascoltate, per esempio, cosa afferma nel primo scritto, intitolato Il lato selvatico: “Perché è rotto il fratello rotto? C’è da chiedersi se anche il paesaggio non sia rotto e soprattutto se entrambi ora, a sedici anni di distanza dalla scrittura di questa trilogia, non siano piú rotti di quanto non lo fossero allora. Il paesaggio riflette qualcosa che è avvenuto nella mente/cuore degli umani ed è anch’esso in rovina, con le sue meraviglie d’acqua di vette e di cielo tutte intossicate, imbrattate da tracce arroganti di noi”. 

E subito entra in gioco il teatro: “Quello che questa trilogia cerca di fare è tenere in un certo equilibrio pensiero razionale e selvatichezza, oltre che esperienza e mondo fuori dall’esperienza, o potremmo dire immanenza e trascendenza. Tutta l’arte forse si occupa di questo, ma il teatro, e il teatro perseguito come forma d’arte e di rivelazione e non come intrattenimento, lo fa in modo largo, avvalendosi di tutti i linguaggi umani, di tutte le forme d’espressione”. 

 

Dopo queste premesse arriva una dichiarazione che rivela lo sguardo della poetessa al suo proprio mondo espressivo, uno sguardo che va a fondo nel mondo: “Nel selvatico c’è l’infanzia, ci sono tutti gli animali, i vegetali che eravamo prima di separarci e farci predatori mobili, c’è tutto il cielo, fino alle costellazioni piú lontane, particelle con massa che da molto oltre il sistema solare arrivano sulla terra in raggi cosmici e la toccano, la fecondano, c’è tutta la lunghissima vita prima dell’umano, di questo animale da poco comparso e sempre piú ingabbiato nella ragione o in una aggressiva idiozia. C’è quel novantasei per cento di energia oscura a cui non sappiamo dare ancora un nome”.

 

Una scena di Canto di ferro, seconda parte della trilogia, ph. Rolando Paolo Guerzoni.


Annotate questa frase, “quel novantasei per cento di energia oscura a cui non sappiamo dare ancora un nome”. E andiamo avanti con la citazione dall’introduzione: “Forse cosí sarà il teatro del futuro, perché mi sembra che il futuro – e oggi lo sappiamo, questa parola viene pronunciata da chi ha figliolini o nipoti con vero tremore – il futuro sarà la risultante di una splendida razionalità che avrà saputo riconoscere le potenze e la meraviglia di ciò che ho chiamato selvatico e che forse andrebbe in altra sede precisato. Qui posso solo dire che il selvatico potrebbe riguardare un lasciarsi fare, cosí come la terra lasciandosi fare dal cielo tira su sontuose foreste, un mettersi in lento ascolto dell’altro da noi, imparando da vegetali e animali, una deposta vanità”.

 

Questo lasciarsi fare, commisurarsi con quel novantasei per cento di energia oscura a cui non sappiamo dare nome, che a chi scrive sembra soprattutto cercare un modo diverso di vivere e di fare teatro, in sintonia, percorre i tre testi, dai titoli evocativi come epigrammatiche poesie: Fango che diventa luce, Canto di ferro, A chi esita. Vedono in scena, nei tre episodi, pacifici animali che sono designate vittime sacrificali, un Oracolo, un Macellaio, un Organista, la Ricamatrice Cadaverica, la Geisha, la Ragazza Uccello, il Ragazzo Cane, le Due Ballerine, l’Officiante, due Gemelli Siamesi. Sono esseri ibridi, figure in metamorfosi. Sono energie pure che cercano di raddrizzare storture, di sanare ferite, di attraversare la minaccia, il dolore, la distruzione per compiere “l’impresa piú alta e rischiosa” che “è parlare della gioia, pronunciare la parola ‘amore’”. Sono apparizioni di un teatro che vuole essere forma di rivelazione. 

Scrive ancora Mariangela Gualtieri, nell’introduzione a Fango che diventa luce: “[…] tutto in scena pare fuori misura, perché in realtà è come avere a che fare con un torrente, con un incendio, con un terremoto, con qualcosa insomma che non ci sta dentro la compostezza e la misura di uno stile. Un tema davvero incandescente, in cui è facile bruciarsi la faccia e la veste. Ma pensiamo che il teatro sia proprio questo sporgersi sul presente e cantarlo, come hanno fatto i classici, con la propria lingua, cantarlo ai contemporanei (cioè a quelli vivi con noi adesso), con segni che a loro appartengono”.

 

Una scena di A chi esita, terza parte della trilogia, ph. Rolando Paolo Guerzoni.


Come il teatro sia rivelazione la poetessa ce lo spiega nell’ultimo scritto, quasi una post-fazione, quando racconta come le parole siano arrivate durante le prove e non a priori, prima della scena. C’erano quei personaggi coloratissimi, con maschere di animale sul capo, con corpi esibiti nella loro colorata, sanguinante, fragilità. Le dinamiche erano già strutturate, la deformità, violenza, la sopraffazione, la delicatezza, l’orrore che vuole trasformarsi in splendore... Lei, l’autrice, è arrivata, ha guardato quello che gli attori e Cesare Ronconi avevano costruito, ha scritto sulla scena. Ha scartato e scartato ancora, muovendosi dentro le gabbie imposte dal regista, in cerca di quella libertà che può dare stare in confini netti, in “una trincea”, “in un recinto di caccia”. Sulle tracce della felicità che può dare l’essersi immersi nel dolore, nella costrizione. 

 

Alla fine il testo è apparso come una rivelazione, come una domanda, una folgorazione: “Ho avuto il privilegio e la fortuna di abitare un universo, quello di Cesare e dei suoi attori nel tempo di prova, talmente fecondo che era impossibile non esserne ingravidati. E non solo per quanto riguarda la scrittura. Fare teatro in questo modo è un’avventura della conoscenza: io sono ogni volta sollecitata e guidata fino al punto della mia massima libertà. La rinuncia a un progetto, alla narrazione, è la rinuncia al dominio sulla realtà, il non voler ridurre la vita a qualcosa di pianificabile: in questa poetica tutto afferma che l’imprevedibile è un valore a cui mai si deve rinunciare, che il vuoto va accolto e amato, che farsi stupire dalla realtà è sommamente energetico e dunque per farsi stupire è necessario aprirsi all’inatteso, essere, dentro la realtà, uno straniero”. 

Questa estraneità partecipante, che prova per stupore a cogliere frammenti dell’essenza delle cose e del mondo, mi sembra il dolce, denso segreto della poesia di Mariangela Gualtieri.

 

Il 20 ottobre l’uscita del libro sarà festeggiata al teatro Bonci di Cesena con un “Rito sonoro” in cui Mariangela Gualtieri ritesserà alcune parole del testo, mentre si vedranno le immagini del video dello spettacolo del 2004.

 

Il ritratto finale di Mariangela Gualtieri è di Melina Mulas

 

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