Porta Pia: l’Italia a Roma

Narrare, raccontar di storia per mezzo di luoghi e paesaggi è genere letterario nobilmente praticato: penso ad esempio, tanto per rimanere in Italia, a libri recenti come Danubio di Magris, Pianura di Belpoliti, Annibale, un viaggio di Rumiz. Ma l’incrocio di storia e luoghi è lo strumento psicologico utilizzato in molte altre opere, ad esempio nelle pietre d’inciampo poste nelle città europee davanti alle abitazioni degli ebrei deportati dai nazisti con cui si lascia il compito a chi le scorge di immaginare la loro vita e il loro destino. Oppure nelle guide, sia quelle più tradizionali in cui si riporta la storia di un monumento sia di quelle in cui si racconta il passato usando come chiave emotiva un luogo per come ci si presenta oggi, come ad esempio il recentissimo Andare per l’Italia di Napoleone di Bianchi e Merlotti. A questa ultima categoria dell’andar per luoghi appartiene anche il prezioso, accuratissimo, volumetto di Stefano Siviero, economista ed eclettico dirigente della Banca d’Italia: Porta Pia, 20 settembre 1870, l’Italia a Roma, pubblicato da Mattioli 1885 nel marzo di quest’anno. 

 

 

Vi si compie un tour d’horizon di 1600 anni di storia – dalla falsa donazione di Costantino del 315 al Concordato del 1929 – attraverso la proposta di nove itinerari romani e laziali facendo perno sulla data del 20 settembre 1870, ricostruiti per così dire con il vantaggio della retrospettiva, vale a dire movendo dalla fine del più che millenario potere temporale dei papi. I luoghi sono esaminati attentamente lungo le due dimensioni, offrendo brevi ma densi quadri di riferimento storico in cui inserire le descrizioni dei luoghi accompagnate a loro volta da precise indicazioni per fruirne al meglio. L’autore usa uno stile leggero, spesso non privo di qualche garbata ironia anche nei confronti del carattere disincantato del popolo romano, senza tema di trasmettere al lettore il suo punto di vista su vicende storiche che per lungo tempo hanno proiettato la loro ombra su non piccola parte del cattolicesimo politico italiano, ombra, che peraltro Siviero teme non dissolta ancora del tutto.

 

 

La parte dedicata al tentativo fallito dei garibaldini di prendere Roma nel 1867 con l’azione dall’esterno culminata nella sconfitta di Mentana insieme con l’insurrezione in città in cui persero la vita fra gli altri Enrico Cairoli, Giuditta Tavani Arquati, Gaetano Monti e Giuseppe Tognetti (gli ultimi due patrioti giustiziati pubblicamente dallo Stato pontificio con la ghigliottina presso la Bocca della Verità) ricostruisce con una certa passione (itinerari 6 e 7) avvenimenti certo noti, ma descritti solitamente in modo approssimativo sotto il profilo topografico, soprattutto quelli relativi alla fallita insurrezione urbana. 

Il cuore del volume è naturalmente la breccia di Porta Pia. L’evento, poco più di una scaramuccia militarmente parlando, è oggetto di una robusta bibliografia, basti citare qui il recente saggio di Heyriès, La breccia di Porta Pia, che ne studia gli aspetti più strettamente bellici, e l’articolato inquadramento storico che dipinge Vidotto con il suo contributo del 2007 al volume collettaneo i Giorni di Roma edito da Laterza. Siviero, sia detto per inciso, per ragioni di omogeneità editoriale con il carattere divulgativo della collana in cui compare il suo saggio non può fornire in coda al suo lavoro una lista di riferimenti bibliografici ma menziona nel testo alcuni testi essenziali a cui attinge, in particolare l’opera storica di Tomassini dedicata alle vicende di Roma nella seconda metà dell’Ottocento e i diari di Gregorovius e Edmondo De Amicis.

 

 

Il lettore viene condotto da Siviero non solo nell’area che ne fu coinvolta, tra Porta Salaria e Porta Pia, descrivendo sul campo le fasi e i luoghi dello scontro ma anche lungo le mura aureliane, presso le porte Tiburtina, Maggiore, San Giovanni, San Sebastiano, San Pancrazio dove i piemontesi attuarono attacchi diversivi. Il capitolo sulla breccia si chiude con la visita al Mausoleo-Ossario dei Caduti per Roma al Gianicolo dove le spoglie dei caduti raccolte nelle cripte sotterranee riuniscono i fili dei tentativi di liberare Roma dal Papa nel 1849, 1862, 1867 e 1870. Il monumento, di stile indubitabilmente fascista, è stato finito di costruire nel 1941. Dopo il Concordato il regime non smise infatti di celebrare la presa di Roma, sia pure in chiave molto diversa da quella dominante nei decenni precedenti incentrata sulla vittoria della Ragione illuminista sull’oscurantismo clericale, simboleggiata dalla colonna della vittoria eretta nel 1895 in corrispondenza della breccia, pressappoco davanti all’attuale cinema Europa su Corso d’Italia.

 

 

Divenne in epoca fascista invece essenziale l’esaltazione delle virtù guerriere dell’esercito italiano, rappresentate anche nel monumento al bersagliere posto nel 1932 di fronte alla porta. Sul basamento alcuni bassorilievi ricordano gli episodi gloriosi che hanno segnato la vita del corpo. Sotto quello di Porta Pia è scolpita una frase del duca d’Aosta: Nulla resiste al bersagliere. Lungo la via Nomentana, poco dopo il complesso di Sant’ Agnese, a circa due chilometri da Porta Pia (da cui partirono, come ricorda l’autore, le truppe che diedero l’assalto alle mura), c’è oggi la caserma Bianchi. Un bersagliere lì di stanza commentò ormai una trentina di anni fa la frase con una bomboletta spray subito cancellata, ma che per caso mi riuscì di notare un giorno di passata: Tranne Rosalba. Mi piace credere che se Siviero l’avesse potuta vedere l’avrebbe con gusto ironico menzionata. 

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