Roland Stragliati, avventuroso traduttore di Primo Levi

Anche in Francia – come nel mondo anglosassone – le fortune di Primo Levi sono state relativamente tardive, e prevalentemente postume. È cosa nota: fuori d'Italia, fu soltanto nella Germania del 1961 che Levi venne riconosciuto per tempo, grazie alla traduzione di Se questo è un uomo ad opera di Heinz Riedt, come una voce importante di testimonianza, se non già di letteratura. In Francia, un riconoscimento pieno non sarebbe intervenuto che un quarto di secolo più tardi. Cioè all'indomani della morte di Levi, nel 1987. E Levi stesso, da vivo, non potè mai togliersi dalla testa che le sfortune francesi derivassero dal rovinoso suo esordio con un editore d'oltralpe: ancora nel 1961, quando Se questo è un uomo era uscito a Parigi, per i tipi di Buchet/Chastel, nella traduzione di Michèle Causse. Caso eminente di traduzione come tradimento. Fin dal titolo del libro, imperdonabilmente menzognero: J'étais un homme.

 

Nel 1980 – all'uscita in francese di La chiave a stella – Levi poté sentirsi nuovamente tradito. E tradito, per la seconda volta, fin dal titolo della versione transalpina: sia pure a un livello meno profondo e decisivo rispetto al tema dei gradi di umanità o disumanità, e perfino dell'identità dell'uomo-nel-campo. È stata recentemente ritrovata una lettera di Levi a Roland Stragliati, il traduttore in Francia del libro su Tino Faussone montatore di gru che Einaudi aveva pubblicato nel 1978. Lettera dove l'autore si raccomandava affinché il titolo della versione francese non fosse quello inizialmente contemplato dal traduttore, La clef à molette. Perché, spiegava Levi a Stragliati il 5 giugno 1980, la chiave a stella di Faussone non è affatto una «clé à molette». Quest'ultima è una chiave a rullino, cioè regolabile. Mentre la chiave a stella che il gruista Faussone tiene sempre «appesa alla vita, [...] come la spada per i cavalieri di una volta», è una chiave fissa. L'idea che l'utensile identitario di Faussone venisse reso, in francese, attraverso una traduzione inesatta, aveva avuto il potere di mandare «in crisi» (parole sue) il chimico-scrittore di Torino. Che si era premurato di fotocopiare e di mettere in busta, a uso di Stragliati, due riproduzioni di una chiave a stella. E si era detto pronto ad adottare per la traduzione francese un titolo anche completamente diverso, pur di evitare l'inesattezza di una chiave fissa trasformata in chiave regolabile.

 

 

La lettera a Stragliati conteneva varie proposte alternative di intitolazione del libro. Ma al di là della questione del titolo, Levi si sentiva – a giudicare da due interviste rilasciate in quei mesi – già quasi rassegnato alla prospettiva che una nuova traduzione francese gli riservasse nuove delusioni. Conversando sia con Catherine Petitjean, sia con Daniela Amsallem, celava a fatica la propria mancanza di fiducia nella qualità ultima della traduzione francese in corso. Non foss'altro, riconosceva, per la difficoltà oggettiva di rendere in una lingua straniera la lingua così peculiare del montatore Faussone, quell'italiano così singolarmente ibridato con il piemontese. Ma anche per i limiti soggettivi del traduttore designato, di cui Levi ricordava a malapena il cognome: «Stragliati, mi pare». «Una persona anziana», che gli aveva «telefonato da Parigi diverse volte, e io a lui», ma senza apparire all'altezza del compito. L'italiano piemontesizzato di Faussone, spiegava Levi a Amsallem, questo «signor Stragliati, che è un italo-francese», «lo ha spianato, cioè (ride) lo ha livellato, ha tradotto in un buon francese medio... un po' insipido insomma».

 

La maggiore o minore pertinenza del giudizio di Primo Levi, in ordine alle doti di Roland Stragliati quale traduttore in francese di La chiave a stella, va lasciata alla valutazione degli specialisti di letteratura comparata. Almeno una cosa, però, è sicura: la messa in guardia di Levi sul titolo proposto da Stragliati, e il suo affannarsi alla ricerca di soluzioni alternative, caddero nel vuoto. Nell'autunno di quel 1980, quando l'epopea meccanica di Tino Faussone raggiunse i banconi delle librerie d'oltralpe nella forma di un volume a stampa per i tipi di Julliard, esattamente il titolo contestato da Levi – La clef à molette – figurava sul piatto della copertina. Con quanta delusione da parte dell'autore, non è dato di sapere, almeno fino a che l'archivio dell'editore Julliard (o il copialettere dell'archivio di Primo Levi) resteranno inaccessibili agli studiosi. Altra cosa sicura: la «crisi» di Levi intorno al titolo sbagliato di La chiave a stella non fu tale da compromettere il suo rapporto né con l'editore, né con il traduttore. Tre anni dopo, ancora Julliard avrebbe pubblicato la versione di Se non ora, quando?, e ancora per opera di Roland Stragliati.

 

Con Julliard, Stragliati aveva iniziato a lavorare come traduttore qualche anno prima. E non su un autore italiano qualunque: su Italo Calvino. Già da «persona anziana», peraltro: alla soglia dei settant'anni, essendo lui nato, da genitori emiliani, nella Parigi del 1909. Nel 1978, aveva dato a Julliard la prima traduzione francese di Il sentiero dei nidi di ragno. L'anno successivo, la prima traduzione di Marcovaldo. Ed entro la fine del 1980, anno medesimo di uscita di La clef à molette, avrebbe dato a Julliard la prima traduzione di un terzo titolo del Calvino giovanile, Ultimo viene il corvo. Ben quattro opere di narrativa italiana uscite per la casa editrice di rue de l'Université in rapida successione, per mano del medesimo traduttore, e – nella comunanza della loro veste grafica – quasi parlandosi l'una con l'altra. L'archivio di Julliard potrà forse dirci, un giorno, se proprio Calvino (il parigino Calvino) non sia stato all'origine dell'imbeccata editoriale su La chiave a stella: una dozzina d'anni abbondante dopo l'ultima uscita in francese di Levi, con La tregua tradotta da Grasset nel 1966, e dopo oltre trent'anni di conversazione intellettuale fra Calvino e Levi. Oppure, l'archivio di Julliard potrà dirci se a richiamare l'attenzione dell'editore verso La chiave a stella non sia stato, al limite, proprio quel traduttore a catena, il «signor Stragliati». Il quale, con buona pace di Primo Levi, era tutt'altro che un vecchietto sprovveduto.

 

 

Durante la prima metà degli anni sessanta – al tempo in cui Levi stesso, attraverso Storie naturali, si cimentava alla sua maniera con la scrittura fantastica o fantascientifica – Stragliati si era imposto, in Francia, come uno dei massimi esperti della narrativa di fantascienza in particolare, del fantastico in generale. O piuttosto: si era ritagliato una posizione da connaisseur riservato, quasi segreto. Dietro sua iniziativa era nato, nel 1962, il Prix Nocturne: premio di letteratura fantastica che già dal nome alludeva ai gusti di una conventicola oscura e misteriosa di cui si mormorava facessero parte personaggi come François Le Lionnais e Roger Caillois, più o meno immediatamente inseriti (al pari di Italo Calvino) nel giro del leggendario OuLiPo. Per unanime giudizio degli iniziati parigini, si doveva a Stragliati la riscoperta francese di due auteurs fétiches degli appassionati negli anni sessanta: l'austriaco Leo Perutz e il belga Jean Ray. Poi, durante gli anni settanta, Stragliati era uscito allo scoperto. Con Jacques Goimard, aveva pubblicato fortunate antologie di racconti, soprattutto anglosassoni, organizzati secondo le declinazioni più varie del fantastico e dell'horror. Storie di aberrazioni, di occultismo, di incubi, di doppi, di fantasmi, di mostri, di morti viventi: Stragliati non si era fatto mancare nulla. E intanto, lungo l'intero decennio, scriveva di narrativa fantastica sulle colonne di «Le Monde».

 

Essendo questa – tra il «popolare» e il «potenziale» – la sua idea di letteratura, non c'è da stupirsi se gli esordi di Roland Stragliati quale traduttore dall'italiano, alla svolta tra gli anni sessanta e gli anni settanta, fossero collegati al nome di Giorgio Scerbanenco. Dopo la prematura scomparsa di quest'ultimo, nel 1969, Stragliati era stato il passeur dello scrittore italo-ucraino verso le librerie d'oltralpe. Ne aveva tradotto per l'editore Plon una decina di titoli, da I ragazzi del massacro e Milano calibro 9 fino a I milanesi ammazzano di sabato. Se interpretato alla maniera di Scerbanenco, il genere poliziesco non aveva forse di che appassionarlo? Come pure aveva di che appassionare Stragliati il genere spionistico, se interpretato alla maniera di Joseph Conrad. Difficilmente Primo Levi avrebbe potuto saperlo o anche soltanto sospettarlo, lui che con una citazione tratta dall'amatissimo Conrad avrebbe suggellato, nel 1978, il ritratto di Faussone in La chiave a stella: nel 1973, per una collana popolare di «Classiques de l'espionnage», Roland Stragliati aveva firmato una notevole prefazione a The Segret Agent, intitolata «Conrad, ou l'instabilité créatrice».

 

Ma la vita di promotore letterario e di traduttore dall'italiano non era stata per lui che una seconda vita. In quella precedente, Stragliati era stato uomo di cinema, poi di teatro, poi ancora di cinema. Non risulta che avesse compiuto, alla svolta degli anni trenta, studi universitari. Piuttosto, attraverso quella che i francesi chiamerebbero una petite porte, era entrato come comparsa nel mondo delle produzioni cinematografiche. E agli Studios di Billancourt, nel 1933, aveva finito per farsi notare da Jean Renoir: che se lo era portato dietro in Normandia, a Lyon-la-Forêt, sul set degli esterni di Madame Bovary. Per Stragliati, era stata questa un'esperienza di quelle che cambiano la vita. Attraverso il giro di Renoir, nel 1935 era entrato in contatto con uomini e donne del Groupe Octobre, gli agit-prop di un teatro operaio e militante passati alla storia del Fronte popolare come la «bande à Prévert». Aveva conosciuto André Barsacq e con lui era approdato, sulla collina di Montmartre, al Théâtre de l'Atelier: di cui era stato segretario generale dal 1940 al 1944, durante l'intero periodo dell'occupazione tedesca.

 

Dopo il 1945, Stragliati aveva scoperto l'Italia, il paese dei suoi genitori. Un'Italia liberata, naturalmente, dove l'ex protégé di Renoir aveva avuto accesso agli ambienti culturali (e politici) del neorealismo: in particolare, stringendo sodalizio con Aldo Vergano, il regista transitato quasi senza interruzione dal cinema fascista dei telefoni bianchi alla prima epica cinematografica della Resistenza. Non che Stragliati avesse traslocato da questo versante delle Alpi, abbarbicato com'era alle parigine Buttes-Montmartre: l'indirizzo del 18° arrondissement a cui Primo Levi gli scriverà nel 1980 – 34 square de Clignancourt – era il suo già nell'immediato dopoguerra. Semplicemente, più che gli Studios di Billancourt, era stata la Roma di Cinecittà ad offrirgli l'occasione per crescere almeno un poco nel mondo del cinema. Rientrate le ambizioni da sceneggiatore (in particolare, per una pellicola di soggetto resistenziale che voleva intitolare Campana della Misericordia, sull'ovvia scia di Rossellini e di Roma città aperta), Stragliati era stato assistente alla regia di Alberto Lattuada, nel 1951, per film di successo come Anna. In seguito, però, non era riuscito ad andare molto oltre. Ancora dieci anni più tardi, nel 1961, era niente più che aiuto regista di Carmine Gallone sul set di Don Camillo monsignore ma non troppo.

 

 

Don Camillo e Peppone: il problema dell'intesa difficile fra il prete e il comunista – entrambi bene intenzionati – era qualcosa che l'aiuto regista di Gallone si portava dietro, a suo modo, fin dall'adolescenza; e non secondo il genere della commedia. In anticipo sulla lunga sua traversata dei set cinematografici e delle ribalte teatrali, Roland Stragliati aveva vissuto infatti una primissima vita, già allora a Parigi, già allora sulla Rive Droite, appena più a est rispetto alla collina di Montmartre e al quartiere di Clignancourt: nel 19° arrondissement, entro il clima altrimenti popolare (e altrimenti multietnico) della rue de Flandre, verso il Canal Saint-Martin e La Villette. Suo padre, Giuseppe, era emigrato in Francia all'inizio del Novecento, figlio di contadini dell'Appennino piacentino. E almeno questo Stragliati senior è personaggio non ignoto agli storici. Perché già all'indomani del delitto Matteotti, nel 1924, e soprattutto dal 1926, dopo la stretta repressiva ordinata da Mussolini nel percorso verso la dittatura, Giuseppe Stragliati era stato, a Parigi, un nume tutelare per tanti antifascisti in fuga dall'Italia: quelli che la propaganda di regime aveva preso a qualificare con l'etichetta infamante di «fuorusciti».

 

Bisognerà raccontare per bene, prima o poi, l'epopea quotidiana dei rifugiati italiani sfuggiti alle «leggi fascistissime» e sbarcati nella capitale francese fra il 1926 e il '27. Non ancora inquadrati, come i più agguerriti fra loro sarebbero stati più tardi, nell'una o nell'altra formazione dell'antifascismo organizzato. Spesso, poveri da far pena. E tanto più facilmente infiltrabili, quindi, dagli agenti provocatori del regime mussoliniano. Quando tale storia troverà un narratore, avrà in Giuseppe Stragliati il più generoso, il più disinteressato, il più sofferto dei suoi protagonisti. Confessionalmente parlando, un cattolico. Politicamente, un uomo del Partito popolare, discepolo di don Luigi Sturzo. Materialmente, l'infaticabile animatore di iniziative di sostegno – dal vitto all'alloggio, fino al collocamento lavorativo – per la sbandatissima comunità dei profughi antifascisti. Al numero 147 di rue de Flandre, i due figli di Giuseppe Stragliati, Luisa e Roland, si fecero adulti così. Vedendo il padre dare l'anima per i rifugiati italiani. Visitando e accudendo nella mansarda dell'immobile, fino alla tragica sua fine, il leader carismatico dei popolari in esilio, Giuseppe Donati. Lavorando come camerieri ai tavoli di un ristorante che il padre aveva preso in gestione, e che non tardò a diventare un punto di ritrovo dei refrattari.

 

 

Nella vita di famiglia del giovane Roland Stragliati, il don Camillo era stato don Sturzo: che con suo padre Giuseppe intrattenne – lui stesso, dall'esilio – un carteggio dapprima intenso e poi drammatico, quando tutto un travaglio ideologico e spirituale spinse Stragliati senior ad allontanarsi dal cattolicesimo politico per consegnarsi all'abbraccio di un Peppone: il comunista (o, più esattamente, l'ex comunista) Ignazio Silone, che nel 1939 gli fece pubblicare un romanzo autobiografico, La lesina di San Nuvolone, per le antifasciste Nuove Edizioni di Capolago. Ma nell'evoluzione del padre dal popolarismo al socialismo si direbbe avere contato anche l'influenza dei figli. La primogenita, Luisa, gli portò in casa l'esule socialista romano Dandolo Lemmi, con il quale la giovane donna finì per sposarsi. Quanto al secondogenito, a partire dalla stagione del Fronte popolare, delle frequentazioni cinematografiche con Renoir e delle frequentazioni teatrali con il Groupe Octobre, Roland corrispondeva al prototipo di quello che nella sinistra francese veniva chiamato un compagnon de route.

 

Dopo la caduta della Francia, nel 1940, chiunque appartenesse alla generazione di Roland Stragliati dovette misurarsi con il dilemma della scelta: o collaborazione, o resistenza, o accomodamento. Segretario generale del Théâtre de l'Atelier, Stragliati scelse – come la maggioranza dei suoi coetanei, e dei suoi connazionali in generale – l'opzione dell'accomodamento. Senonché un paio di lettere a lui indirizzate quarant'anni più tardi dall'amica Célia Bertin, mentre quest'ultima era impegnata a scrivere una biografia di Jean Renoir, contengono alcuni dettagli rivelatori. Da una parte, le due lettere del biennio 1983-84 permettono forse di cogliere, retrospettivamente, i limiti di quello che era stato, dal 1940 al '44, l'accomodamento di Stragliati – e di sua moglie, Denise Petit-Martenon – con gli occupanti nazisti. D'altro canto, sia pure di riflesso, le lettere dicono qualcosa della personalità di Roland Stragliati: personalità per molti aspetti sfuggente, e resa tanto più inafferrabile dalla dispersione delle carte seguita alla morte, nel 1999.

 

Célia Bertin aveva partecipato alla Resistenza da giovanissima, a fianco del maturo suo compagno Pierre de Lescure. Attraverso de Lescure, era stata coinvolta – dal 1941 in poi – nell'avventura esaltante quanto temeraria delle Éditions de Minuit, prima di conoscere lei stessa, dopo la Liberazione, il successo come scrittrice di romanzi e autrice di biografie. Negli anni sessanta, si era trasferita negli Stati Uniti. E appunto da Boston, il 27 luglio 1983, Célia Bertin scrive all'amico di vecchia data, Roland Stragliati. Né lo fa unicamente per strappargli scampoli di memoria sul Renoir degli anni trenta, sul set di Madame Bovary o sugli amorazzi del regista a Lyon-la-Forêt. Bertin scrive anche perché ha letto, nelle pagine del «Nouvel Observateur», dell'uscita in francese di Se non ora, quando? di Primo Levi, tradotto da Stragliati per Julliard. Un libro sulla resistenza ebraica in Europa orientale che l'ha fatta ripensare alla sua, anzi (sembra di capire) alla loro resistenza. «Il y a si longtemps. Vous et moi avons passé bien des épreuves depuis nos rencontres. Curieux, je nous vois surtout, Denise, vous, Pierre et moi sur des quais de métro!».

 

Probabilmente, va decifrata qui un'allusione ad antichi incontri cospirativi lungo i marciapiedi della metropolitana, nella Parigi occupata dai tedeschi. Sicuramente, quando quindici mesi più tardi – il 26 ottobre 1984 – l'ex partigiana torna a scrivere all'amico, ancora ha da parlargli dello scrittore italiano: «Est-ce que "La Chiave a Stella" de Primo Levi a été traduit? Il paraît que c'est très bien». A Boston, Célia Bertin vuole leggere in francese La chiave a stella e non sa che il libro è uscito a Parigi già quattro anni prima, tradotto proprio da Roland Stragliati. Errori facili da commettere, evidentemente, prima dell'età di Internet, e di Google. Del resto, Célia conosce Roland abbastanza bene da sapere che difficilmente notizie le sarebbero mai arrivate da lui: «J'aimerais beaucoup avoir des nouvelles, mais [...] je sais que vous n’aimez pas écrire». Traduttore dall'italiano di decine di romanzi, curatore in francese di innumerevoli antologie, Stragliati non amava scrivere.Quanto meno, non amava scrivere lettere.

 

Così, da un frammento all'altro di un epistolario disperso, ci è dato di misurare un po' meglio le coordinate delle fortune – e delle sfortune – di Primo Levi in Francia, negli anni che precedettero la sua morte. Complice un forte interesse di Julliard per l'accoppiata italiana Calvino-Levi, entro un singolo lustro a cavallo del 1980 l'editore di rue de l'Université mise fuori cinque titoli dei due scrittori einaudiani, tutti tradotti da Roland Stragliati. Il quale Stragliati, peraltro, non amava scrivere lettere, in tempi che ancora ignoravano la posta elettronica. Nel caso dei tre libri di Italo Calvino, l'autore e il traduttore (che magari si conoscevano di persona, sin dagli anni dell'OuLiPo) hanno forse potuto discuterne guardandosi in faccia: in fondo, sia Calvino che Stragliati abitavano a Parigi, e non disdegnavano le terrasses de café. Nel caso dei due libri di Levi, il confronto fra l'autore e il traduttore dovette limitarsi, almeno per La chiave a stella, a una serie di telefonate fra Parigi e Torino. Conseguendo per risultato – si potrebbe dire – nulla di meglio che un telefono senza fili.

 

 

Non sappiamo quali furono le impressioni di Levi riguardo alla traduzione di Se non ora, quando?, il romanzo uscito da Einaudi nel 1982 e da Julliard l'anno seguente. Non sappiamo se Levi, dopo avere trovato insipido il francese di Tino Faussone, abbia trovato mancante di sale, nella traduzione di Stragliati, anche il francese di Mendel e Leonid, Dov e Line, Mottel e Gedale, gli eroi della sua epopea yiddish. In compenso, sappiamo ormai abbastanza di Roland Stragliati per concludere che la persona anziana con cui Primo Levi parlò più volte al telefono nel 1980, e a cui scrisse il 5 giugno di quell'anno – vanamente – per evitare che la chiave a stella di Faussone diventasse una clef à molette, non meritava l'aria di sufficienza con cui Levi sembrava tentato di trattarlo. Né meritava la totale indifferenza che gli specialisti di studi leviani gli hanno riservato fino a oggi. Il signor Stragliati aveva attraversato il Novecento in modi tutt'altro banali. E di letteratura ne aveva masticata tanta, forse anche troppa.

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