Se Venezia vive, di Mario Isnenghi

Venezia è senza dubbio la città italiana più famosa al mondo, mito che ingloba pure quello della sua fine. Il lockdown, che lo scorso anno ne ha svuotato le strade, pareva realizzare l’apocalisse universale spesso coniugata alla Serenissima nel moderno. Contro tale identificazione mortuaria insorge adesso con foga caparbia Mario Isnenghi in Se Venezia vive, da poco in libreria. Lo storico ritratta le proprie posizioni di adolescente vicino a Pompeo Molmenti, strenuo difensore tra il secondo ‘800 e gli inizi del ‘900 della Venezia d’antan

Il partito degli esteti, tra struggimento e malinconia, si fa paladino del rovinismo e della fatiscenza, nell’ossessione del “com’era, dov’era”. Da qui le bocciature ai progetti architettonici pur prestigiosi come quelli di Wright nel 1953 e di Le Corbusier nel 1964, per una paradossale fedeltà a forme determinate in un ambiente tanto composito ed ecclettico. Illustri i traghettatori del misoneismo, come John Ruskin e Robert Browing, terrorizzati alla prospettiva che ponti, condutture del gas e strutture in ferro omologhino Venezia a Liverpool. 

 

Dalla parte opposta stanno i cultori del movimento, gli sventratori del piano regolatore e di risanamento 1886-1891, i progettisti dell’edilizia popolare e i pontisti. Avanza, anche grazie a loro, la modernizzazione come nel 1884 quando l’introduzione dell’acqua nelle case cancella le serve al pozzo. 

Certo, nel periodo considerato, dalla caduta della Repubblica ad oggi, la crisi appare indubbia. Nei primi decenni dell’800 la città si svuota: nel 1838 si contano 93 mila abitanti (quasi il doppio degli attuali…). E nel frattempo ex palazzi nobiliari si travestono da alberghi internazionali, o da centri termali e piscine. Spariscono progressivamente i tremila patrizi, coperti di debiti, e con loro i tremila gondolieri, connessi ai primi per i gondolieri de parada, mentre si passa dai 90 mila del 1797 ai 40 mila del 1825 in grado di mantenersi da sé e di non precipitare nel registro dei poveri. Si riduce a poco a poco a volte sino a sparire la mano d’opera impegnata nelle manifatture, nelle vetrerie e nell’Arsenale, come la sorprendente occupazione femminile, dalle tabacchine alle cotoniere e alle fiammiferaie, non solo le impiraresse care ai vedutisti, le donne che infilano perle. 

 

Non mancano segnali sinistri come il collasso su se stesso del campanile il 14 luglio del 1902, o quando sotto i bombardamenti austriaci nel 1915 crolla la volta del soffitto nella Chiesa degli Scalzi, contigua alla Stazione, con lo sbriciolamento degli affreschi del Tiepolo. 

Il volume esamina altresì i luoghi caratterizzanti, come i campi, ricostruiti quali erano un tempo, tra pascoli, rii non ancora interrati, e alberi che restano spesso come tracce. Sono unità ambientali, microcosmi autosufficienti pure per le distanze tra una zona e l’altra ingigantite dall’acqua. In particolare, Santa Margherita, nel suo genere un’autentica Repubblica alternativa. Qui, si delocalizzano le grandi parate della sinistra, il primo maggio celebrato tra il 1905 e il 1909, per tenere lontana la protesta dalla Piazza. Un tavolo da osteria o il pozzo al centro operano da palco per la voce del tribuno. Intanto cresce la paura del rosso, acuita dal voto universale (maschile) del 1912 per cui negli scontri del dopoguerra tra squadristi e socialisti ci scappano 13 morti, e ben tre sono in questo campo. Qui, ancora, in contrapposizione alla Biennale, si organizzano le Giornate del cinema italiano nel 1972-1973. 

La geografia locale svela stratificazioni lungo gli anni, come la Chiesa di Santa Margherita, sconsacrata dalle riforme napoleoniche, adibita per un periodo alla manifattura dei tabacchi e via via deposito di marmi di altre chiese soppresse, nel 1882 tempio evangelico, laboratorio dello scultore Luigi Borro, Camera del Lavoro, cinema, ora auditorium dell'Università Ca' Foscari. 

 

Nel 1912 vede la luce Morte a Venezia di Thomas Mann, prototipo dello spleen plumbeo depositato sulla città. Due anni prima il futurista Marinetti col suo manifesto infierisce sulla stessa quale emblema di passatismo, “letto sfondato da carovane di amanti” e dove le gondole sono paragonate a “poltrone a dondolo per cretini”. Ma immagini e reale non coincidono, perché la città risulta innovativa. All’Arsenale, si passa dalla costruzione di navi a quella di sommergibili e aerei e si studia la compatibilità tra i medesimi e i siluri. Al Lido sorgono società aeree per i primi voli nel 1926. E nel 1910 da Campalto (oggi Tessera) decolla il primo dirigibile, mentre l’anno dopo sulla spiaggia dell’Excelsior ecco il grande spettacolo con esibizione aerea, i cui piloti fra qualche mese andranno a bombardare le terre libiche. Proprio a Venezia si lanciano le prime società ginnasiarche (antesignane delle attuali palestre), come fa nel 1872 il triestino Costantino Reyer, e di quelle canottiere, la Bucintoro nel 1882 e la Querini nel 1902. Nasceva il nuovo con la ferrovia Venezia-Milano e il ponte translagunare battezzato nel 1846, che sopprime l’insularità della città, completato nel 1933 da quello delle auto.

 

Si afferma il nuovo col polo industriale di Marghera, avviato nel 1917 dalla giunta Grimani, col porto commerciale in precedenza spostato dal Bacino di San Marco alla Marittima tra il 1869 e il 1880. Le solitarie “terre perse” del Lido ospitano a fine ‘800 centri di cura per la tubercolosi ossea per i poveri, quindi nel primo dopoguerra ospedali elioterapici, per trasformarsi alla fine in sontuosa spiaggia d’élite. Alle spalle, Volpi imprenditore delle centrali idroelettriche e della mostra del Cinema, della Sade e presidente della Ciga, Compagnia italiana grandi alberghi, nata nel 1906, oltre che gerarca governativo, proteso a difendere i propri interessi e a esaltare l’espansionismo industriale. Già nel 1907 si registra un flusso di turisti salito a 3,5 milioni dai precedenti 160 mila a metà secolo. Col rischio, preconizzato dall’avvocato Daniele Manin poco prima dell’insurrezione del Quarantotto, che per colpa di una simile deriva i cittadini diventino “locandieri”. 

 

Città di chiese, di osterie, di malvasie e dei bacari. 400 se ne contano agli inizi ‘900, ma in compenso in data 1912 si inventariano 30 sale cinematografiche, dai baracconi magici o dalle sale teatrali espropriate. Capitale, come un tempo nelle arti figurative, dell’immaginario collettivo popolare, in effetti, secondo lo storico dei film Giampiero Brunetta, interlocutore nell’ultimo capitolo. Perché in laguna, annunciato dalle lanterne magiche alle camere oscure settecentesche, dagli stampatori popolari e dagli illustratori ai fotografi, si impone il dominio dello sguardo, grazie all’industria cinematografica, dalla Biennale del ’32 ai cupi anni di Salò, con gli Studi cinematografici Scalera alla Giudecca. Alla Fenice, ricostruita in tutta fretta nel 1837 dopo l’incendio dell’anno prima, debuttano spesso le opere verdiane, strumento acceleratore del Risorgimento. Del resto, il librettista Francesco Maria Piave è di Murano, così come veneziano era Gustavo Modena, il grande attore risorgimentale mazziniano. 

 

Grande energia sprigiona insomma questa Serenissima, l’ultima a resistere nella rivoluzione del 1848-1849, diciassette mesi, sino a smentire ignavia e passività associate alla sua popolazione. Attira volontari anche dal sud, in questo fucina della futura unificazione. La rafforza in tal senso l’insediamento nel ’16 di D’Annunzio nella città, la celebre Casetta rossa sul Canal Grande. Dalla Loggetta del Sansovino mobilita i presenti nella festa di San Marco, 25 aprile del ‘19. Dialoga con la folla, prova generale del contatto dal balcone del meno elitario e più incisivo Mussolini. Ma il Comandante, volontario a cinquantadue anni, media tra i cultori del passato glorioso e l’impulso all’azione, col Notturno scritto sempre nel ’16 in condizioni di disabilità, per la ferita all’occhio, mescolando il lutto per gli amici commilitoni caduti e la forza che lo spinge ad azioni eroiche, al limite nei mas di turno, motoscafi antisommergibili, acronimo di “Memento audere semper”. 

 

 

Il libro non manca di una galleria di protagonisti, meritevoli di intitolarsi qualche capitolo. Tra costoro, Ugo Foscolo, focoso e stoico col suo romanzo manifesto di una generazione allo sbando, Ultime lettere di Jacopo Ortis. Così di seguito il piemontese Silvio Pellico, inserito per l’anno trascorso da carcerato nei terribili anfratti del Palazzo Ducale, patriota buonista nelle Mie prigioni, dove accetta l’imposizione austriacante che “qui non si fa politica”, contribuendo a un’idea sublimata di nazione e di moderatismo cattolico, rendendoli compatibili. E ancora il padovano Ippolito Nievo, il cui romanzo, Le confessioni di un italiano, si lamenta Isnenghi, non è divenuto la bibbia civile del paese, soppiantato dai Promessi sposi. O il commediografo violoncellista Giacinto Gallina, che per almeno 25 anni dopo il 1870, rovescia nei suoi ariosi bozzetti scenici, calchi manierati e abilissimi dei moduli goldoniani, l’ostilità sofferta e rabbiosa al nuovo. Repertorio reazionario, il suo, costruito assieme a una sala plaudente e complice di quest’atmosfera protestataria contro il presente dei vaporetti, dei “foresti” invasivi, della corruzione portata dal denaro. 

 

Tra i non letterati, il ragionier Angelo Vianello, detto Pastassuta, capo del sindacato degli scaricatori portuali, gigante e gran mangiatore, nove figli, affabulatore trascinante, che firma sul settimanale umoristico-dialettale «Sior Tonin Bonagrazia» i suoi corsivi pettegoli. Nel territorio delle arti, notevole il ferrarese Nino Barbantini che tra le due guerre sistema le grandi collezioni d’arte alla Bevilacqua La Masa, e a Ca’ Pesaro con la Secessione rispetto ai giardini della Biennale. A lui si deve il gran rilancio dei Musei negli anni Venti e Trenta, il Vetro a Murano, il Settecento a Ca’ Rezzonico, l’Orientale al Fontego dei Turchi. E nel clima della liberazione a Venezia fermentano svolte febbrili, tra cui l’Associazione culturale L’Arco, Il Fronte nuovo delle Arti. Nel 1951 la vivacità promozionale di Peggy Guggenheim le fa aprire il suo Museo. Quest’ultima è ebrea come ebrea era la controversa Margherita Grassini in Sarfatti, critica d’arte sulle pagine dell’ «Avanti!», amante apologeta del Duce cui dedica una fortunata biografia nel 1925, poi brutalmente costretta alla fuga dalle leggi razziali. Perché ci sono anche donne in questa galleria, maestre nell’accoglienza civile e nella socializzazione nei grandi salotti, a partire da Isabella Teotochi Albrizzi, corteggiata con successo da Foscolo, e con lei Giustina Renier Michiel, Marina Querini Benzon, dame dai cognomi altisonanti e degne di figurare nella storia dell’emancipazione femminile. E tra loro Amelia Pincherle Rosselli, squisita commediografa anche in dialetto, orbata tre volte dalla morte dei figli, il primo volontario nella Grande Guerra, e poi Nello e Carlo, assassinati nel 1937 dai terroristi di destra francesi. O la fascistissima Maria Pezzè Pascolato, competente in ben cinque lingue, e traduzioni varie dalle novelle di Andersen a Gli eroi di Carlyle e Venezia di Ruskin, portata in particolare per la Scala d’oro, capolavori virati all’infanzia, e per la Biblioteca dei ragazzi. 

 

Il focus del volume risiede però in una nota triste, in quanto Venezia viene additata quale cantiere politico originale, laboratorio amministrativo del primo centrosinistra e poi centrodestra del Paese. Il primo, sconfitto, si colloca in un orizzonte laico e positivista, introdotto dai provvedimenti napoleonici (l’Accademia di Belle Arti, i conventi riattati a caserme e scuole, il porto franco). Una linea che dall’illuminismo conduce al Risorgimento e dove sboccia la giunta progressista diretta da Riccardo Selvatico 1890-1895. Costui, poeta e commediografo, nel suo mandato non esita a togliere crocefissi e insegnamento religioso dalle scuole pubbliche. E analogamente dona una sede alla Camera del Lavoro, aspramente contrastato dal Patriarca Sarto, futuro Pio X. Lo studioso con le sue formule felici conia per lui l’appellativo di Cacciari ottocentesco. Minoritario anche quale esempio di una declinazione liberale del cattolicesimo. Inevitabile il passaggio alla giunta conservatrice di Filippo Grimani di lunga durata, oltre vent’anni. Si può inserire in quest’area la beffa al Teatro Goldoni, in data 12 marzo 1945, senza spargimento di sangue, allorché un manipolo di partigiani si impossessa del palco, interrompendo lo spettacolo pirandelliano Vestire gli ignudi e davanti alle prime file occupate da gerarchi e ufficiali nazisti Cesco Chinello legge il proclama. L’evento è ideato da Giuseppe Turcato, Bepi per gli amici, Marco o Renzo per i compagni clandestini, tra i fondatori della Libreria Toletta, lettore-studioso di Salgari, impiegato alla Sade, la società elettrica di Volpi. Ben diverso il 26 luglio del ’44 l’attentato a Ca’ Giustinian, sede della Guardia Nazionale repubblicana, con 43 morti da una parte e dall’altra col crollo di cinque piani, e la fucilazione due giorni dopo di 13 antifascisti prelevati per rappresaglia dal carcere di Santa Maria Maggiore, terrorismo gappista definito una sorta di veneziana via Rasella. 

 

Maggioritaria, purtroppo, la tendenza guelfa, l’avanguardia della retroguardia sperimentata in laguna, dove si amalgamano destra borghese e pulsione nazionalista-colonialista. Piero Foscari con la Lega navale italiana, Giovanni Giuriati irredentista e il dannunziano Pietro Marsich spingono verso il fuoriuscitismo adriatico, verso l’altra sponda del “mare nostrum”, da cui escono i quindici mesi dell’impresa fiumana tra il ’19 e il ’20, con la relativa epica dello sconfinamento, nel mantra della guerra non finita, per il mancato recupero di Fiume e della Dalmazia. A loro volta le chiese annettendosi sulle pareti i nomi dei caduti nella Grande Guerra si inseriscono in tale pluralità ideologica che prepara il fascismo. 

 

La collisione tra i due schieramenti produce violenze periodiche, da una parte e dall’altra. Da un lato, l’assalto al Palazzo Querini, sede provvisoria del Patriarca Monico, nel 1849, o le processioni inneggianti alla ragione, con tanto di abbasso i preti e Pio IX alla forca! Dall’altro, il falò delle copie della Vita di Gesù di Ernest Renan nel 1867, o le messe in espiazione del carnevale. O il duello che uccide Felice Cavallotti, radicale ex garibaldino, per mano di Ferruccio Macola, direttore di «La gazzetta di Venezia», nel 1898. 

Qualche eccesso di affiancamento al nuovismo detta allo studioso la paginetta sbrigativa sul Mose, in cui l’allergia di Isnenghi riguardo ai luoghi comuni, lo rende neutrale tra le grandi navi da crociera che attraversano il canale della Giudecca, sfiorando la Basilica, e le associazioni furibonde contro tale iattanza. Di fatto, teme il depauperamento ulteriore della città, la fine del porto e della sua economia, e sorvola sul degrado corruttivo messo in moto dal Mose stesso. 

 

Nato da un ciclo di quindici conferenze tenute dal 2019 al 2020, il libro conserva residui di oralità, come nello snodo delle Confessioni di Nievo, quando Carlino spinge tra le braccia dell’amata Pisana il rivale Giulio Del Ponte e lo studioso perde il distacco e chiosa “È matto?”. Gli capita anche di ringiovanire nella tribolata love story tra D’Annunzio e la “vecchiona”, la divina Duse, di anni trentasette nella stesura scandalosa del Fuoco, mentre in realtà ne ha già quarantadue. 

 

Mario Isnenghi, Se Venezia vive. Una storia senza memoria, Marsilio 2021

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