The Sky over Kibera

Nel 2017 sono stato a Kibera, il più grande slum di Nairobi, e forse del Kenia, per mettere in scena la Divina Commedia con 150 bambini e adolescenti, che non solo Dante Alighieri non lo avevano mai sentito nominare, ma dell’Italia stessa non avevano (i più grandicelli) che una vaga conoscenza, legata esclusivamente ad aspetti di carattere calcistico. Football. A invitarmi là erano stati Riccardo Bonacina, direttore della rivista “Vita”, e Sandro Cappello di AVSI, una Ong che lavora in tutto il mondo, dopo aver letto Aristofane a Scampia, il libro pubblicato da Ponte alle Grazie in cui racconto le avventure della non-scuola, da Ravenna a Dakar, da Mons a New York, passando appunto per la periferia napoletana. Immaginatevi Kibera come uno dei tanti slum del mondo: una distesa infinita di baracche di lamiera, mancanza di fogne e acqua potabile, elettricità fuori legge, disoccupazione e aids, e la piaga più disumana, quella degli street children, bambini rapiti e stuprati, statuine di polvere costrette a chiedere l’elemosina nelle strade del centro di Nairobi. Un inferno.

 

Forse perché stavamo proprio in quei mesi allestendo il “Cantiere Dante” a Ravenna, decisi insieme a Ermanna di proporre anche là, a quel plotone di 150 volti sorridenti, la storia che mio padre mi raccontava quando ero un bambino come loro. Con una premessa: che se la “favola” non li avesse interessati, ne avremmo scelta un’altra. Dante sotto esame: vediamo se la sua Commedia dice qualcosa anche a chi vive da quelle parti. E così iniziai a raccontare loro di un uomo perso in una “selva oscura”, ma quella “dark forrest” non è solo un bosco di notte: è il bosco delle sue paure, dei suoi fallimenti, amari come la morte, un bosco pieno di belve che son lì per divorarlo.

 

“Quel bosco è Kibera”, han sentenziato i 150 giudici, rivelandomi che, in swahili, Kibera significa “selva”. E che Kibera è appunto piena di “belve” feroci, uomini dal ghigno di lupo. Dante aveva passato l’esame: l’inizio “dark” li aveva appassionati. Bene, ho continuato io, adesso però per raccontare insieme la discesa all’inferno di quell’uomo – strada obbligata per risalire poi alla luce e alla felicità – avrò bisogno che voi mi raccontiate gli anfratti della selva-Kibera. Come sono i ladri? E gli assassini? E i politici corrotti, quelli che c’erano nell’Italia di Dante come nel Kenia (e nell’Italia) di oggi, quelli che a Kibera vengono solo una volta ogni cinque anni, quando ci sono le elezioni, a promettere pane fritto in cambio del voto? E i “fake lovers”, come li chiamate voi, quelli che spremono una donna come una bibita in bottiglia, e poi la gettano nella strada? Me li fate vedere? Provate, improvvisate come più vi piace, divertitevi a mostrarcene la caricatura, usate i vostri canti e le vostre danze. La caricatura, arte comica e popolare per eccellenza, la si trova in tutto il mondo. E vi prego, usate anche i vostri sogni, sì, proprio quello che sognate di notte, i desideri o gli incubi che alimenteranno quella strana cosa che faremo insieme, e che dalle mie parti si chiama teatro.

 

The Sky over Kibera, film di Marco Martinelli, le belve nella selva oscura, 2019.


E così, volando a Nairobi cinque volte in un anno e mezzo, con la collaborazione dell’Ambasciata e dell’Istituto Italiano di cultura di Nairobi, abbiamo messo in scena il poema: per lampi, usando solo una manciata di endecasillabi tradotti in inglese, reinventando con una partitura originale la fiaba dell’“everyman” smarrito nella selva, come Ezra Pound definisce l’Alighieri. Nei primi giorni di prove, assistito da Laura Redaelli attrice delle Albe, abbiamo dato vita alle belve che appaiono al limitare del bosco per divorare Dante. Ogni belva era raffigurata da un coro di 20-25 bambini, ma le tre indicate dall’autore, lonza, leone e lupa, per loro erano poche: ce ne vogliono di più. Quali? Per esempio il serpente. Il serpente non può mancare. E poi? Beh, la lupa sarà certamente cattiva, “guarda, ha gli occhi così”, ma il fratello della lupa? Lo è ancora di più. Nel passare quindi il Mediterraneo e il Sahara per approdare a Nairobi, le tre belve sono diventate cinque, un centinaio di corpi ondeggianti, e il loro avanzare in massa si è costruito attraverso un groviglio di gesti e sibili e ruggiti minacciosi. Grazia e felicità. 

 

Quelle belve me le sono ricordate leggendo un bellissimo volume di Laura Pasquini, Pigliare occhi per aver la mente, edito da Carocci nel 2020: il titolo è un verso del Paradiso, e il libro è uno studio ricco e suggestivo sulle fonti iconografiche della “mirabile visione”, ovvero cosa ha visto Dante per farci vedere il suo smisurato teatro? Di quali immagini – pitture, sculture, mosaici – si è nutrito, per poi trasfigurarle nell’architettura dei suoi canti, “i cento rami immortali”, come li definì un erudito ravennate all’inizio del Novecento? Nel paragrafo sul “vasto bestiario dantesco”, Pasquini ricorda il ruolo primario che gli animali ebbero nell’arte romanica e poi gotica: “dai manoscritti gli animali salivano sui cornicioni delle chiese, si appostavano sui capitelli, si insinuavano fra le tarsie dei pavimenti, carichi di storie e nuovi sensi, simboli di vizi e di virtù”.

 

Le foto a colori impreziosiscono il volume, e ci mostrano leopardi e sirene, lupi e leoni che Dante ha osservato nei manoscritti e nelle basiliche: ma è soprattutto la descrizione animata di Laura Pasquini, quello sgattaiolare in tutte le direzioni, quell’intrufolarsi negli spazi degli umani, che mi ha ricordato le “belve” di Kibera, la loro gioia nel giocare a rendere il grottesco e l’al di qua e l’aldi là dell’umano, animali e diavoli e angeli. Sfrenata fantasia. Il paradiso nell’inferno. E d’altronde questo gioco di interscambio, questo dialogo in profondo, capace di sentire gli strati animali, sotto pelle, del nostro essere umani, essere pensanti, non riguarda certo solo le cattedrali medievali: la descrizione di Pasquini mi ha riportato anche a un’immagine che mi ha sempre tanto colpito, la fotografia di Wanda Wulz, fotografa triestina futurista del secolo scorso, Io + gatto, un autoritratto in cui il muso di un felino sembra balzare, sovrapponendosi con delicatezza, sul volto dell’autrice. Il risultato è sensuale e inquietante: attira come un magnete. Che razza di mistero siamo, ci domanda.     

 

Io + gatto, Wanda Wulz, 1932, The Metropolitan Museum of Art (New York).


Ho ritrovato un altro intervento di Laura Pasquini sul catalogo di una mostra da poco aperta a Ravenna. Visitatela, se per caso passate di qua, ne vale la pena: Dante e le arti al tempo dell’esilio, a cura di Massimo Medica. Corre parallela al libro di Pasquini, proponendo una selezione di opere di grande valore che, con ogni probabilità, il poeta ebbe modo di ammirare nel suo lungo pellegrinaggio per corti e città dell’Italia centro-settentrionale. Il volume contiene anche un bell’intervento di Sebastiana Nobili, docente come Pasquini all’Università di Bologna, che inizia in modo perentorio così: “Le immagini parlano in Dante perché Dante parla per immagini.” È vero: Dante è autore di cinema. Il suo linguaggio è un “meraviglioso composto”, per citare il barocco Bernini, è insieme splendore della parola e nitidezza della visione. Indistricabili. E Sebastiana Nobili continua: 

 

“Il solo fatto che nella Commedia ci siano quasi seicento similitudini è la più semplice dimostrazione che il poeta vuole mostrarci l’al di là ricorrendo il più spesso possibile – quanto glielo concedono il suo discorso e la ferrea struttura delle terzine – a scene della vita quotidiana.”

 

Scene, scenette. Quadri della vita di ogni giorno, architetture dell’invisibile. Usurai nel sabbione arroventato e barattieri nella pece bollente e beati fiammeggianti di eros. Inferno e paradiso, e in mezzo la montagna da scalare. Il “visibile parlare”, che regge l’architrave della Commedia, è tutto lì il segreto: non ne abbiamo potuto fare a meno, io e Ermanna, in Kenia come a Ravenna e a Matera, accompagnati dall’arte dei docenti dell’Accademia di Brera, Edo Sanchi e Paola Giorgi, che, con i loro allievi, sono stati, in questi anni di “Cantiere Dante”, e lo saranno ancora nel ’22, quando allestiremo tutte e tre le cantiche insieme, un’officina meravigliosa, a cui dobbiamo una non-finita gratitudine.

 

(Per chi volesse vedere The Sky over Kibera, il film che ho tratto dall’esperienza in Kenia, lo trova all’interno del volume di Laura Mariani Il teatro nel cinema, edito lo scorso aprile da Luca Sossella Editore.)        

 

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Paradiso, Il cielo di Mercurio, Salvador Dalì, 1960.