Trampoli: volo e vertigine

Che cosa perde la Gatta Cenerentola fuggendo dal terzo ballo di gala? E cosa indossa il Gatto che percorre a passo di corsa le terre di Francia? E chi sono quelli «ncappa a le mazze» che strappano il riso a Zoza, figlia del re di Vallepelosa, in Lo cunto de li cunti? E perché al tempo di Caino, dopo una gran mangiata di nespole cresciute col sangue di Abele, come racconta Rabelais, crebbero ventri, spalle, coglioni, nasi, orecchie e gambe, tanto che «a vederli li avreste detti aironi o gru o gente che va sui trampoli»? La risposta a questi strani interrogativi si trova in Trampoli (Titivillus, 1997), libro scritto anni fa da un giovane uomo di teatro, Tommaso Correale Santacroce, oggi insegnante di teatro d’animazione e di marionette a Fiando di Milano.

 

Se più di venti anni fa non fossi andato a trovare Giuliano Scabia, teatrante, scrittore, poeta, nonché allora docente al DAMS di Bologna, grande amico da poco scomparso, non lo avrei mai letto. Il laboratorio di Scabia, allora conservato sulle colline fiorentine, a Colle Ramole , era (e ancora è a Firenze) come la grotta di Alì Babà: oltre agli indispensabili strumenti di lavoro, ci trovi libri di cui non hai mai sentito parlare (libri di fiabe, raccolte di narratori popolari, biografie di griot, autobiografie di danzatori del ventre iracheni); libri di cui avevi sempre sentito parlare ma di cui non avevi mai visto copia (studi di mitologia classica, manuali di metrica, rassegne di etimologie etrusche o mediorientali, storie di maschere); libri inesistenti ma da lui detenuti in copia unica (di questi preferisco non parlare). Tra i libri che si possono portar via (Scabia, a differenza di Alì Babà, è stato un uomo molto   generoso) c’era appunto quello di Tommaso Correale, un trampolista, che su invito di Scabia ha deciso di girare il mondo per raccogliere ogni tipo di materiale intorno a questo strumento. Un tempo i trampoli erano un fatto normale, non c’era bambino che non si cimentasse con queste gambe di legno, alla pari della palla di stracci o del gioco della campana, così come c’era popolazione sulle rive di torrenti o zone acquitrinose che non li usasse. Nelle Lande in Francia, ad esempio, fra Dax e Bordeaux, fino all’Ottocento terra di paludi e brughiere, tutti indossavano i trampoli per attraversare quei territori infidi con le loro greggi.

 

E trampoli variabili in altezza, fino a due metri e mezzo, si utilizzavano in Europa e in Africa per imbiancare, stuccare, tendere fili elettrici; in Canada sono ancora in commercio come strumento alternativo alla scala e all’impalcatura. Nel 1891, poi, Silvain Dornon, dopo aver salito la Torre Eiffel coi trampoli (vero trampolo dell’allegria progettuale, dice Scabia nella sua prefazione), in due mesi andò da Parigi a Mosca, proponendo di istituire nell’esercito un corpo di trampolisti (Tiberio Claudio nella campagna per la Britannia aveva già usato esploratori su trampoli travestiti da gru). Correale, che usava all’epoca i trampoli nelle sue azioni di teatro di strada, ha raccolto queste e altre notizie sull’uso pratico dei trampoli (zanca è l’altro nome con cui sono conosciuti da noi), da Cuba alla Malesia, dal Kent all’Italia centrale, dai Paesi Baschi all’Alto Adige, ma quello che in verità lo affascina è il loro significato simbolico, o meglio: mitico e iniziatico, che è poi il significato veicolato da fiabe, riti religiosi e feste, dal Carnevale e dal teatro stesso, uno dei pochi luoghi in cui si conserva ancora la memoria di un’età umana dedita al mistero e allo stupore, che sono i principi di ogni vera conoscenza.

 

 

L’uomo che sale sui trampoli si avvicina al cielo e si allontana dalla terra, diventa uno spirito «che vaga fra i due elementi: aria e terra». Gli sciamani africani usano sovente i trampoli e per i riti di iniziazione: trampoli e maschere dei Thiakaba per la circoncisione, ma anche per piogge e funerali. I trampoli sono uno strumento «mutageno», la personificazione delle qualità dell’eroe; oggetto magico e mezzo di locomozione, mezzo efficace per entrare in contatto con l’Altro Mondo: «portano» nell’Altrove. I due pericoli che corre il trampolista sono quelli della caduta e della vertigine: attrazione verso l’alto e conseguente rischio di cadere; spinta al volo e paura dell’abisso che si apre di colpo sopra di lui. In questo egli è parente dell’acrobata e dell’equilibrista, ma anche della marionetta; figura gigante, ma anche spiritello, come quei personaggi sui trampoli di cui narra Giorgio Vasari nella biografia del Cecca.

 

Tuttavia le parti più belle di questo inconsueto studio sono quelle in cui l’autore interrompe la narrazione, o l’elenco delle fonti documentarie, per parlare della sua diretta esperienza di trampolista, come quando parla del passo militare che si assume all’esordio sui trampoli (ad ogni passo si devono ben alzare le ginocchia), o riprende le osservazioni dei bambini, le domande che si sente porre l’uomo sui trampoli. Ma anche quando spiega le diverse scuole teatrali che usano i trampoli, o almeno all’epoca della mia lettura li usavano, quella italiana del Teatro Tascabile di Bergamo, che cerca di «far scomparire» i trampoli, o quella spagnola dei Gog i Magog, che invece li usa per rendere più spettacolare l’intervento in scena, cui corrispondono differenti forme dei trampoli; oppure quando cita gli spettacoli di Eugenio Barba con uso di trampoli e di Peter Shumann, direttore del Bread and Puppet Theater che interpreta il personaggio di Uncle Sam su trampoli di due metri e mezzo. Una delle pagine più belle di questo libro è quella dedicata alla descrizione di una festa spagnola, la Bajada de la Cuesta, ad Anguiano, che si svolge tre volte all’anno, in cui il tema della caduta (o discesa) si mescola a quello della rotazione.

 

Otto uomini celibi precedono la statua della Santa su un terreno selciato di sassi e sentieri sterrati; vestiti di una gonna gialla lunga fino ai piedi compiono due discese danzanti sui trampoli, ruotando vorticosamente su sé stessi giù per una via, afferrati al volo nel punto finale dalla folla degli astanti che ne parano sul tragitto anche la possibile caduta. Questa immagine rievoca immediatamente nella memoria quella dei danzatori sufi o le rotazioni delle danze rituali nei templi indù, fondate o sul principio della «girazione» o su quello della «torsione»: la prima produce vertigine dei sensi e trance; la seconda è invece un sottile gioco di abilità in cui intervengono torsioni del busto, stiramenti degli arti, mimiche e smorfie facciali. I trampoli s’imparentano alla «girazione», ruotano sull’asse del mondo e hanno a che fare con l’ebbrezza e la vertigine. A questo punto sorge una domanda: e le pianelle, i vertiginosi tacchi-scarpa femminili che perde la Gatta Cenerentola nella sua precipitosa fuga, a quale vertigine alludono? I trampoli, ci fa capire Tommaso Correale Santacroce, hanno mille insondabili misteri. Un libro da riscoprire. Se riuscite a trovarlo nel web, procuratevelo!

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