Il tuo due per mille a doppiozero

Categorie

Elenco articoli con tag:

elezioni

(58 risultati)

Diario Americano / Gli ultimi giorni di Donald Trump

Mercoledì 20 gennaio Joe Biden e Kamala Harris si sono insediati alla Casa Bianca, e spero che il Servizio Segreto, ripulito dai convertiti a Trump, sia in grado di difenderli anche dopo che lo stato d’assedio sarà finito, perché l’eredità lasciata dal presidente uscente, anzi uscito, anzi buttato fuori con un secondo impeachment (che non è solo una formalità, anche se lo sembra) è una guerra civile che ha già avuto le sue prove generali. Non sono andate molto bene, ma si sa che la sera della prima di solito tutto si sistema. E la sera della prima non l’abbiamo ancora vista.   La domanda che l’FBI si pone ora è quanta connivenza ci fosse dall’interno del Campidoglio, tra la polizia, vari deputati e senatori repubblicani, e i rivoltosi fuori. Pare che gli Stati Uniti siano entrati anche loro nell’era dei “servizi deviati”, che chi ha abbastanza anni in Italia ricorda ancora bene. Il cancro della teoria di complotto secondo la quale Biden ha “rubato” la vittoria a Trump è molto diffuso tra la non piccola percentuale di agenti della polizia orientati sulla destra estrema (anche qui, nessuna novità per gli italiani); i loro siti e le loro chat ne traboccano. E scoprire che a...

Democrazia / Twitter, Trump: censura o mercato?

Nel dibattito che infuria sulla cancellazione da parte di Twitter dell'account @realdonaldtrump di Trump quasi nessuno ha nominato una parola-chiave, necessaria per capire di cosa stiamo parlando. Questa parola è mercato. Prendiamo la dichiarazione di Massimo Cacciari rilasciata a Adnkronos in cui dice: "È inaudito come imprenditori privati possano controllare e decidere loro chi possa parlare alla gente e chi no. Doveva esserci un'autorità ovviamente terza, di carattere politico, che decide se qualche messaggio che circola in rete è osceno, come certamente sono quelli di Trump. Come oggi è Trump, domani potrebbe essere chiunque altro (ad essere censurato n.d.r.) e lo decide Zuckerberg. È una cosa semplicemente pazzesca".  Semplicemente pazzesca appare l'ingenuità di Cacciari, un filosofo e un politico per il quale, intendiamoci, nutriamo il massimo rispetto. Che deve essere caduto nel trabocchetto delle "dichiarazioni a caldo" che sempre i media chiedono agli opinion leader, e lui ha generosamente risposto, senza nemmeno aver avuto il tempo di buttare un occhio alla IG story di Francesco Costa (@francescocosta21) che ammoniva "Cosa...

75 milioni di voti a Trump / "Meglio una guerra nucleare che aggiungere un'altra lettera a LGBT"

Non riesco più a contare gli articoli che dal 3 novembre in qua sono usciti per chiedersi non tanto come abbia fatto Joe Biden ad accumulare 80 milioni di voti (cifra inaudita) ma come abbia fatto Donald Trump a mantenere, anzi ad accrescere il suo bottino elettorale fino ad arrivare a 74 milioni di voti (cifra altrettanto inaudita per uno sconfitto). Sei milioni di voti sono uno scarto che non si era mai visto, ma non avrebbe dovuto essere maggiore? Biden avrebbe dovuto vincere almeno con il 65% dei voti, non con il 52%. Ribattere che l’America è sempre stata politicamente polarizzata e che ben pochi presidenti hanno vinto con un margine uguale o superiore al 53% non è un argomento. Affrontavano candidati che rientravano nelle norme della politica. Trump non rientra in nessuna norma, salvo forse nelle linee guida di qualche manuale sul disordine narcisistico della personalità. E dunque? E dunque, da qui sono partite le analisi. Ma più che procedere hanno annaspato, perché una risposta unica non c’è. Ci vorranno mesi per analizzare i risultati delle elezioni statali, di contea e cittadine, che spesso hanno registrato la schizofrenia di elettori che hanno votato sia contro Trump...

Diario americano / America: salviamoci la pelle

Se Biden è il Mosè d’America, come qualcuno si è affrettato a proclamare dopo le elezioni, prima di inoltrarsi nel deserto dovrà tornare sui suoi passi. E tentare il miracolo di ripescare dal Mar Rosso quei settanta milioni di americani che ancora annaspano nella sconfitta perché senza di loro non andiamo da nessuna parte. Anzi, finiamo tutti insieme a schiantarci contro il muro – rossi e blu, destra e sinistra, complottisti e progressisti.  Mentre gli opinionisti compilano meticolosi elenchi di ciò che abbiamo perduto nell’era Trump – l’innocenza, l’altruismo, il senso morale, il sogno americano, l’orgoglio, la cultura e mi fermo qui – il treno della pandemia viaggia ormai a un’andatura folle. I segnali sono inequivocabili: sarà un inverno da incubo. L’unica luce fioca che s’intravede in lontananza è il vaccino. E non è detto sia il libera tutti. Il furore elettorale sembra avere incrinato una delle poche certezze di questo Paese – la fiducia nei medici e nella ricerca medica. Un anno fa una ricerca del Pew Research Center mostrava che, a prescindere dall’orientamento politico, 74 americani su cento avevano un’opinione positiva dei medici e 68 su cento degli scienziati. Un...

Diario americano / Trump nella matrix mediatica

Un recente editoriale del “New York Times” si apriva con questa constatazione: “Non si capisce se Trump stia preparando un colpo di stato o se stia facendo i capricci”. È una frase che riassume bene lo sconcerto del dopo-elezioni. Ma, intendiamoci, è sconcerto solo per alcuni. Era ovvio che Trump non avrebbe mai ammesso una sconfitta, e che avrebbe attivamente cercato di distorcere il risultato delle elezioni approfittando della vaghezza legislativa che orbita intorno alla ferraglia del Collegio Elettorale. Chi ha letto il mio articolo del 4 novembre però sa che avevo posto una condizione: sarebbe stato molto difficile ribaltare il risultato se Biden avesse vinto con cinque milioni di voti, se presi negli stati giusti: Pennsylvania, Ohio, Michigan, Wisconsin, Florida e Arizona. Biden li ha vinti. Non in Ohio e Florida, ma ha vinto in Nevada e soprattutto in Georgia, cosa che sembra impossibile a chi non conosca la struttura capillare che i democratici sono riusciti a creare in quello stato per registrare 800.000 nuovi votanti, soprattutto afro-americani. È una struttura che dovrà servir loro ancora, perché il 5 gennaio in Georgia ci saranno i ballottaggi dei due senatori, e ai...

Make America Great Again / Ivanka e l’Abc

Qualche giorno fa mi ha scritto Ivanka. “Stiamo combattendo per il futuro del nostro Paese. Dipende tutto dal tuo voto”. Prima di lei si erano fatti vivi Lara e Don Jr incoraggiandomi a votare per posta – benché da mesi il Padre Presidente ripeta che è fonte inesauribile di brogli. Per il resto, da mesi a scrivermi è una certa Sarah. Mi chiede se sono pronta a votare per “Make America Great Again”, quanto sono preoccupata per le “sommosse” di Portland e incalza senza pietà: vota, vota, vota. Sei già andata a votare? Quando voterai? È tutta colpa mia. Qualche anno fa, quando qui in Louisiana si eleggeva il governatore, mi sono registrata a un rally di Trump. Volevo vederlo in azione dal vivo. Ho dato forfait causa influenza e ancora mi mangio le mani, intanto il mio numero è finito nelle liste dei supposti simpatizzanti. Potrei svanire con un clic, ma non lo faccio.  Nell’isolamento forzato di questa pandemia, ogni messaggio di Sarah e della Dinastia, come ormai la chiama il Presidente, è uno strattone che mi riporta alla realtà. Mi ricorda che c’è una ragione (anzi sono parecchie) se appena esco di casa vado a sbattere contro un cartello Trump 2020, se la gente rifiuta le...

Christian Salmon / Trump, Johnson, Bolsonaro: la tirannia dei buffoni

Martedì 3 novembre 2020, gli Stati Uniti d'America torneranno a scegliere il loro presidente. Non è solo una sfida tra democratici e repubblicani, tra l'irruenza del miliardario da talent show e la grigia competenza del politico di professione, tra il populismo movimentista e l'apparato di partito. La riconferma di Trump sancirebbe il trionfo della “Tirannia dei Buffoni”, come la definisce il politologo francese Christian Salmon nel suo recente La Tyrannie des Bouffons, Les Liens Qui Libèrent, 2020. Nella galleria di Salmon, accanto a Trump e Boris Johnson, rientrano il brasiliano Bolsonaro, il filippino Duterte, l'ungherese Orban e l'indiano Modi, nonché l'italiano Matteo Salvini (e di striscio Beppe Grillo, il prototipo del “comicopolitico”). Ultimo arrivato, la star delle serie tv ucraine Zelensky. Per gli studenti ai quali era stato mostrato un video con le sue affermazioni più controverse, Bolsonaro appare “cool, perché è un mito, perché fa ridere, perché dice quello che pensa” (Salmon, p. 63).    Come mai queste figure grottesche (vedi Bachtin) hanno occupato la scena politica e dominano il carnevale mediatico globale? A questi improbabili leader mancano le doti...

Che cosa accadrà se Trump vince / L’anima troll dell’America

In Il fantasma della libertà di Buñuel, un medico dice al suo paziente: “Lei ha una malattia incurabile”. Il paziente si offende, gli dà uno schiaffo e se ne va. Immaginate che il paziente sia Donald Trump e il dottore sia Anthony Fauci, e avrete un’idea di quello che accadrà se Trump vincerà le elezioni, o se trovasse il modo di vincerle approfittando della mancanza di precise norme costituzionali in caso di elezione contestata, nonché di una Corte Suprema ora saldamente in mano ai conservatori. In realtà le cose andrebbero ancora peggio. Il dottor Fauci si prenderebbe ben più di uno schiaffo (Trump l’ha già definito “un idiota”), e alla popolazione degli Stati Uniti verrebbe detto che avere una malattia incurabile è la cosa migliore che gli possa capitare (“Il Covid è stata una benedizione di Dio”, ha detto Trump di se stesso). La chiave sta in un documento intitolato Great Barrington Declaration, la cui esistenza al di fuori degli addetti ai lavori è emersa il 13 ottobre, in una conversazione tra giornalisti e due funzionari della Casa Bianca.   La Great Barrington Declaration è un documento steso da tre docenti di Harvard, Stanford e Oxford. Non è stato approvato da...

Diario americano / Destinazione Gilead

Ci siamo. Lo sguardo gelido della giudice Amy Coney Barrett ci ha appena mostrato dove siamo diretti. Non è un bel posto, non per le donne, ma non si prevedono stazioni intermedie. Tutt’al più si salta in corsa e si sgattaiola in Canada, fra le braccia di Margaret Atwood. Lei lo sapeva che finiva così. Avevamo catalogato la sua repubblica di Gilead alla voce distopia invece è la meta. L’America promette di diventare un immenso Racconto dell’ancella, una teocrazia retta da signore come Amy – iper conservatrice, cattolica praticante, moglie devota e madre di sette figli. È un cerchio che si chiude. Abbiamo inaugurato la settimana con le audizioni della giudice nominata da Trump al posto di Ruth Bader Ginsburg per spostare la Corte suprema verso una schiacciante maggioranza conservatrice e l’abbiamo conclusa con lo slancio della Women’s march che ha lanciato un accorato appello al voto in difesa dei diritti delle donne e di Lgbtq. Nello spazio di pochi giorni – mentre le file ai seggi del voto anticipato si facevano chilometriche - due Americhe si sono specchiate l’una nell’altra, solo per ritrovarsi più lontane di prima.     Se suona familiare è perché era già successo....

Globale e locale / “Le campagne assediano le città”

Un risultato particolarmente interessante del referendum di settembre sulla riduzione dei parlamentari italiani (riduzione accettata da circa il 70% dell’elettorato) è il fatto che il NO alla riduzione voluta dal governo sia giunto maggioritario solo nei centri storici di Roma e di Milano. Io stesso, che abito al centro di Roma, ho votato per il NO. Dettaglio molto interessante, anche se non sorprendente. Interessante perché il NO – voto squisitamente anti-populista – è venuto soprattutto da un elettorato colto e bene informato. E questo elettorato è più numeroso nei centri storici delle metropoli. Non sorprendente, perché conferma una caratteristica ormai generale nei paesi occidentali industrializzati: che il voto di sinistra moderata, liberal in senso americano, comunque anti-populista, tende a concentrarsi nelle grandi città, in quelle più ricche e importanti. Si dirà che il NO al referendum non si caratterizzava come “di sinistra”, dato che anche i partiti di sinistra avevano raccomandato il SI. Ma il SI della sinistra era il meno convinto di tutti, era un Si di pura Realpolitik, imposto per lo più dall’alleanza di governo con il M5S. Non a caso i grandi giornali nazionali...

Diario americano / Il caos perfetto

La rotta era tracciata e le secche dello scontro civile ormai a portata d’occhio. Invece, colpo di scena. Il Presidente ha evocato il caos perfetto. Per farlo non gli è servita nessuna delle forze oscure con cui ama flirtare – i suprematisti bianchi o il ribaltone della democrazia. La materia prima del disastro ce l’aveva letteralmente sotto il naso. Incolore, inodore, insapore. Invisibile, come lui stesso da mesi ci ricorda. Uno sbuffo di virus e il sedicente leader dell’Occidente democratico è finito in ospedale. Quanto all’America, si ritrova sull’orlo del precipizio. “Mann Tracht, Un Gott Lacht”, dice un proverbio yiddish, “Dio sorride dei progetti dell’uomo”. Più di Dio – che di questi tempi s’immagina impegnato in faccende più serie – a sorridere dev’essere Covid-19, proprio quello che il Presidente da mesi nega, denigra, sminuisce. Si è preso la rivincita più ironica che mente possa immaginare. Le implicazioni politiche sono enormi. Il tweet del Presidente che giovedì notte annunciava il contagio ha scritto la parola fine alla campagna elettorale un mese prima dell’Election Day. I comizi sono annullati e così tutti gli incontri e le interviste che prevedevano la sua...

Verso le elezioni / Stati Uniti: in attesa del colpo di stato

Parecchi anni fa ho avuto una studentessa brillante e piuttosto pazzariella, che aveva preso l’abitudine di confidarsi con me. Allora non ero un professore di ruolo, e non sapevo ancora che è meglio non incoraggiare troppo le confidenze. Era una bella ragazza, e molto corteggiata. Ma andava a letto solo con quelli che trovava arroganti e vanitosi. Alla mia domanda: “Perché lo fai?” rispondeva: “Così imparano”. Che cosa imparavano, quei poveri sfortunati? Che lei gli aveva mostrato, in modo che più chiaro non si può, quanto li disprezzava. Poca autostima? Eh sì, poca autostima. Ma questo frammento di vita mi viene ancora in mente se mi chiedo quali vantaggi avrà l’elettore di Donald Trump quando il suo amato presidente verrà rieletto, o se troverà il modo di restare al potere anche in caso di vittoria dei democratici. Fatemi spiegare.    Intanto, la risposta è semplice: non ne avrà nessuno. Il pensionato incazzato che guarda Fox News otto ore al giorno da Trump non avrà nulla (dico pensionato perché l’età media di chi guarda i canali televisivi dedicati alle notizie e ai commenti politici è di 65 anni). La Corte Suprema, che presto sarà saldamente in mano ai...

Diario americano / Il nostro inverno nucleare

Da settimane in New Mexico è una pioggia di uccelli migratori. Li raccolgono a migliaia lungo i sentieri, nei parcheggi, sulla soglia di casa. Rondini, merli, passeri, bluebirds – morti di fame e sfinimento. È una delle storie più amare e più politiche di questi giorni. Una tragedia naturale figlia dell’emergenza climatica che sta devastando gli Stati Uniti su un doppio fronte – il fuoco sulla West Coast e gli uragani a Sud. Il futuro dell’America si gioca qui, prima ancora che negli equilibri della Corte suprema stravolti dalla scomparsa di Ruth Bader Ginsburg. È la differenza fra la vita e la morte. L’acqua e la sete. Il raccolto e la carestia.  La strage dei migratori racconta quest’alternativa. È stata la furia degli incendi a scacciarli dalle eterne rotte che dall’Alaska e dal Canada li conducono, lungo la costa, a svernare in centro e sud America. Costretti a sorvolare troppo a lungo territori poveri d’acqua e cibo, a metà strada sono stati stroncati dalla fatica e dall’inedia. A centinaia si sono schiantati al suolo in un ultimo spettacolare tuffo a testa nell’immensità del deserto di Chihuahua, uno dei luoghi più temuti dai migranti che tentano di passare negli Stati...

Gli USA verso le elezioni / Il capitano del Titanic

Si dice che poco prima che il Titanic si scontrasse con l'iceberg ci sia stata un’interessante conversazione sul ponte di prima classe, riportata poi anche ai ponti inferiori e fin giù nella sala macchine. Il capitano, si diceva, non crede all'esistenza degli iceberg. La notizia aveva generato un’ondata di entusiasmo. Finalmente, dicevano su in prima classe, un capitano che dice le cose come stanno, che è dalla nostra parte, e che sa benissimo che gli iceberg sono un'invenzione della compagnia navale concorrente, delle potenze straniere che non vogliono farci arrivare in America, dei socialisti che vorrebbero abolire la prima classe e mandarci tutti giù nelle camerate con i letti a castello ad affogare di caldo e di fumo insieme a quei disgraziati rancorosi che ci odiano perché non sono come noi e non lo saranno mai.  Dopo che il Titanic colpì l'iceberg, e anzi era già affondato, tra i superstiti al freddo nelle scialuppe di salvataggio circolò un'altra storia, anche questa accolta con lo stesso entusiasmo della prima. Il capitano sapeva benissimo che gli iceberg esistono, ma non voleva intristire i suoi passeggeri con notizie che li avrebbero preoccupati, non li voleva...

Gli Usa verso le elezioni / L’uragano Laura e Trump

La sera dopo l’uragano l’aria profuma di foglie, erba, acqua. Al tramonto, quando il vento si quieta, esco di casa. Un sole beffardo illumina un disastro di case sfondate, alberi in briciole, macchine accartocciate. Mi faccio strada fra i vetri e i detriti. Una ragazza piange accanto al rottame di una Honda nera. Un uomo mi saluta dal portico di una casa senza più tetto. Gli sorrido ma ho un groppo in gola.  Non ho mai visto niente del genere, il nord della Louisiana non è zona di uragani. Eppure Laura ce l’ha fatta. Dopo aver massacrato la costa, ha risalito di furia lo stato, il confinante Texas e all’alba ci è piombata addosso. È stata una giornata di buio e venti furibondi, pioggia e schianti assordanti. L’uragano più potente a toccare terra dal 1856. Quand’è arrivata quassù, si era mutata in tempesta tropicale. È stata la nostra fortuna, poteva andare peggio.  Ci sono paesi bastonati da Dio e da tempo la Louisiana è fra i suoi bersagli favoriti. Negli anni ci ha dato l’uragano Katrina, lo sversamento di petrolio nel Golfo, raffiche di tempeste tropicali, un’epidemia di Covid 19 fra le più aggressive e mortifere. Ho smesso di sorridere quando davanti all’emergenza il...

Storia d’un successo non raccontato abbastanza / Ricerca, democrazia e UE

Il dibattito politico legato alle elezioni europee pare in questa occasione più vivace del solito. Senz’altro una nota positiva. Il risvolto negativo, tuttavia, è che tale vivacità sembra innescata, paradossalmente, dal vociare sovranista. Il blocco anti-europeista ha astutamente monopolizzato il discorso politico centrandolo su temi a sé cari (immigrazione, sovranità, identità), mostrando, paradosso dei paradossi, un’omogeneità sovranazionale nella propria visione in negativo dello statuto politico dell’Unione che i liberali e le sinistre europee sono ben lontani dal raggiungere. In quest’assenza di coesione, e in questo adeguarsi ai termini del dibattito introdotti nell’agone dai sovranisti, le forze europeiste (soprattutto le sinistre, come analizzato in un lucidissimo pezzo di Cas Mudde sul Guardian di pochi giorni fa) cedono terreno ai propri avversari, e sembrano rinunciare all’opportunità di spostare l’attenzione sulle success stories dell’Unione Europea e su temi più vicini alla propria storia culturale.   Accanto alla necessità di parlare, ad esempio, di redistribuzione, internazionalismo e di un welfare europeo condiviso, un tema centralissimo e trascurato, e un...

Andante con moto / Il nuovo che avanza

Serve a poco, se non a nulla, cospargersi il capo di cenere oppure, con un altro rituale falsamente auto-risarcitorio, bendarsi la testa (che era già rotta da prima). Semmai, sarà meglio prendere l’elmetto, allacciarsi la cintura di sicurezza, assicurarsi che le dotazioni di emergenza siano al loro posto e poi affrontare le turbolenze a venire, che non saranno poche. Poiché delle due ipotesi, una o l’altra prevarrà: la prima è quella per cui il governo verdegiallo, inauguratosi dopo una perigliosa navigazione verso il porto d’attracco e lunghi giorni di tempesta, si riveli incapace di tenere fede alle promesse da paese dei balocchi con le quali le forze politiche che lo compongono hanno ottenuto il consenso da una parte degli italiani; la seconda, invece, è che questo esecutivo prosegua nel suo cammino. La variante della seconda ipotesi implica però che la Lega si rafforzi al punto tale da potere tornare alle urne, incassando poi una cambiale in bianco e assoggettando i partner di coalizione. Molto d’altro, almeno al momento attuale, non è dato pensare né, tanto meno, prevedere. Se mai ci dovesse essere un’opposizione degna di un tale nome, questa dovrà rivelarsi nei tempi a...

Yascha Mounk, Popolo e democrazia / Il populismo come requiem della democrazia liberale

La fase politica che viviamo in Italia si contraddistingue per una distonia drammatica. Da un lato la permanenza del vecchio, ovvero dei protagonisti di un ventennio politico che ha al contempo plasmato e saturato l’immaginario degli elettori. Dall’altro l’emergere del nuovo che tenta di emanciparsi dal recente passato – la Seconda Repubblica – per inaugurare una nuova stagione in cui finalmente saranno protagonisti i cittadini.   Non è un caso che a surriscaldare uno dei momenti più instabili della democrazia italiana contribuisce anche il film di Sorrentino Loro 1 e 2, in cui si mette in scena un frammento della vicenda berlusconiana attraverso un iperrealismo agonistico in cui realtà e immaginazione (sempre più simili) competono a chi è più inimmaginabile. Nel film è palese la relazione tra la frenesia compulsiva di ciò che accade intorno alla figura del leader e che vuole catturarne l’interesse, e la pace serafica della sua dimensione quotidiana, sostanzialmente inerte e fuori dal tempo. Lo stesso rapporto ciclico tra stasi e velocità è usato da un autore che condivide con il film di Sorrentino anche il periodo d’uscita in Italia, insieme a una certa idea di...

Salvini, Di Maio, Mattarella / Sono davvero arrabbiato

Che l’atmosfera politica fosse un po’ tesa ce ne eravamo accorti da settimane: ce n’è di che, non ci voleva molto a capirlo. Le cronache del patatrac annunciato, e che ieri sembra essersi consumato, lo hanno insinuato, detto, ribadito spesso: nervosismo nell’aria, tensioni palpabili, animi esacerbati e altri consimili eufemismi. Ma poi la collera – provata, detta, esibita – ha preso il sopravvento. Aveva cominciato Matteo Salvini, in un post su Facebook venerdì scorso alle 20 e 41, con un’affermazione tanto lapidaria quanto inquietante: “Sono davvero arrabbiato”, dove più che l’“arrabbiato”, termine in sé poco elegante, colpisce il “davvero”, foriero di chissà quale reazione prossima futura.     Ha raddoppiato Luigi Di Maio in un video diffuso subito dopo le decisioni del Presidente della Repubblica di non accettare la lista dei ministri proposta da Giuseppe Conte: “io sono arrabbiato [perché] dopo tanto tempo dedicato alla formazione di questo governo…”, usando un tono a dir poco concitato, se non indispettito e vibrante. Sentimento ribadito poco dopo, ma virando al plurale, nel collegamento telefonico a “Che tempo che fa?” con Fabio Fazio: “vorrei dire quanto siamo...

M5S e il leader trasparente / Di Maio, Gurdulù e il cavaliere inesistente

Per capire la figura politica di Luigi Di Maio bisogna far ricorso alle fiabe filosofiche di Italo Calvino.  In linea di principio il Movimento 5 Stelle privilegia la democrazia diretta rispetto al principio di rappresentanza. Cerca dunque di utilizzare le opportunità di comunicazione e partecipazione offerte dalla rete. Qui nasce un primo problema: la piattaforma su cui opera il M5S – o meglio le diverse piattaforme evolute fino alla recente Rousseau – è stata finora gestita dalla Casaleggio Associati, prima da Gianroberto e poi, dopo la sua morte, da suo figlio Davide. Per molti osservatori sarebbero loro i leader occulti. Un secondo problema viene dal peso della figura carismatica di Beppe Grillo, dalla sua notorietà e dalle sue intuizioni mediatiche e politiche. Inizialmente, riflettendo questa impostazione, il movimento non aveva leader o segretari, ma “portavoce” in rapida rotazione. Ma in nome di chi parlava quella voce? Ufficialmente avrebbe dovuto esprimere nelle opportune sedi politico-mediatiche le decisioni assunte (a maggioranza) ai vari livelli del movimento, dai Meet Up alle votazioni online, dalla stesura dei programmi alle Parlamentarie. Al tempo stesso però...

Politiche, 4 marzo 2018 / Berlusconi il gregario

Il seduttore non seduce più. Come poteva essere altrimenti? A 81 anni suonati, completamente rifatto, una moquette al posto dei capelli, tenuto in piedi probabilmente da farmaci e con il tagliando continuamente da ripetere nella sua beauty farm altoatesina, Silvio Berlusconi non ha più il corpo del Capo. Anzi, non è più un Capo. È diventato un gregario del suo gregario, l’uomo con la felpa, e ora in giacca e cravatta, Matteo Salvini, che si sente il doppiopetto del ministro addosso, per quanto arrivare lì non sarà né semplice né facile, visto che l’altro uomo in giacca e cravatta, oltre che in camicia bianca, lo steward fieristico Gigi Di Maio, lo precede di diverse lunghezze sulla via verso il Quirinale. Nessuno sapeva che risultato avrebbe ottenuto dalle urne Berlusconi, ma tutti sapevano che non avrebbe ottenuto il successo pieno. Non lo attendeva neppure lui. Ha detto: non potevo essere candidato, per questo non ho vinto. Per vincere ha vinto, perché la sua compagine, compresa la Meloni di Fratelli d’Italia, ha raggiunto il 35 % dei voti, ma la maggioranza del pacchetto azionario spetta ora a Salvini, perché mentre l’ex Cavaliere resta al 14%, il capo della Lega ex Nord, ora...

L’Italia che crocifigge / La maestra e il licenziamento in tronco

Un licenziamento in tronco di un dipendente pubblico, da parte del segretario del partito di governo, in diretta televisiva, non si era mai visto. Per lo meno in democrazia.  È successo il 27 febbraio, quando la trasmissione Matrix, su Canale 5, ha mandato in onda le immagini registrate durante i tafferugli avvenuti a Torino in occasione di una protesta contro CasaPound, e tra queste, in particolare, quelle in cui compariva Lavinia Flavia Cassaro, maestra precaria presso una scuola elementare della periferia, ripresa in primo piano, sotto la pioggia, impegnata in una violenta invettiva contro la polizia: "Vigliacchi! Mi fate schifo..." E l'immancabile (in ogni rissa di tifoseria o studentesca) "Dovete morire...". Da cui la reprimenda renziana, favorita da un assist di Nicola Porro: "Che schifo, una professoressa che augura la morte ai poliziotti andrebbe licenziata su due piedi".   Detto fatto. A stretto giro arriva la dichiarazione della ministra della Pubblica istruzione in persona, Valeria Fedeli, che definendo "inaccettabile ascoltare dalla voce di una docente parole di odio e di violenza contro le Forze dell'Ordine", annuncia che il Miur ha "avviato un procedimento...

Vivere in una società democratica / Piketty e l’uguaglianza

I mutamenti economici sono valutati dai cittadini utilizzando alcuni princìpi intuitivi che potremmo chiamare ‘morale del senso comune’. La morale economica del senso comune si fonda principalmente su due intuizioni: la prima dice che è giusto distribuire la ricchezza in modo (più o meno) uguale fra i membri di una comunità. La seconda dice che è giusto che chi ha prodotto una particolare risorsa abbia la possibilità di utilizzarla (più o meno) come meglio crede. Il ‘più o meno’ è importante: serve a ricordarsi che si tratta di principi generici che, presi alla lettera, entrerebbero molto spesso in conflitto fra loro. Se alcuni individui sono più capaci o semplicemente hanno i mezzi per produrre più ricchezza di altri, per esempio, è possibile che la distribuzione di risorse diventi molto diseguale all’interno di una società. D’altro canto, è difficile o impossibile preservare l’uguaglianza senza violare, almeno in parte, il principio della produttività. Un compito importante della politica è dunque la conciliazione di questi due princìpi, trovando dei compromessi che salvino in parte l’uguaglianza senza mortificare troppo il principio di produttività.    Le teorie...

Ius Soli / Il Manzoni non capì la grandezza del suolo patrio

Cosa vede uno scrittore nel mese santo di giugno, in cui si è celebrata pure la festa italiana più importante, quella della Repubblica?   Le stesse cose che vede un bagnino, e le medesime che vede un dentista. Quelle cose che vedrebbero tutti i semplici cittadini di una nazione degna di questo nome, se evitassero di ascoltare le nenie o le flatulenze della politica. Scriveva il premio Nobel Derek Walcott: “Io sono solamente un negro rosso che ama il mare/ ho avuto una buona istruzione coloniale/ ho in me dell’olandese, del negro e dell’inglese/ sono nessuno o sono una nazione”.   Ecco, appunto: nessuno o una nazione. Di questo parla pragmaticamente la legge sullo Ius Soli, che oggi tanti si affrettano a contrastare. A questi azzeccagarbugli che mirano soltanto a solleticare le stupide e ignoranti emozioni degli umili di spirito (per i quali sarà anche aperto il regno dei cieli, ma dei quali interessa soltanto il voto nella cabina elettorale), non frega niente delle valide ragioni di dare la cittadinanza italiana a chi nasce in Italia. A loro serve soltanto aizzare i cani. Sono infinite le ragioni a favore dello Ius Soli: un portafoglio pensionistico futuro sostenibile,...