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industrializzazione

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Spazi post-sovietici / Tol’jatti, da città del futuro a passato prossimo

Nel 1930 lo scrittore M. Il’in (pseudonimo di Il’ja Maršak, fratello del più noto Samuil, poeta e autore di numerosi racconti per l’infanzia) scriveva nel suo Rasskaz o velikom plane ("Racconto sul grande piano"), libro per ragazzi sul primo piano quinquennale, che il centro della nuova città futura non sarà un castello o un mercato, ma una fabbrica. Soltanto un anno prima iniziava la costruzione della prima “nuova città”, Magnitogorsk, dove la vita del centro urbano ruotava attorno al nuovo stabilimento metallurgico, presto diventato uno dei principali punti di forza dell’industrializzazione sovietica. Apparvero altri luoghi sulla carta dell’Urss, nel corso dei decenni, sorti in virtù delle necessità economiche e produttive del paese: le naukogrady (città scientifiche), dedicate allo sviluppo della ricerca in vari settori dell’industria con possibili applicazioni militari – si veda il caso della prima, Obninsk, fondata nel 1946 e sede del primo reattore nucleare per scopi civili; le città chiuse, categoria dove rientravano parzialmente anche le naukogrady, ma comprendenti anche centri dedicati alla produzione d’armamenti, e, infine, le monogoroda, le monocittà, insediamenti dove...

I sogni di Gino Girolomoni

Non un singolo sogno, una stella fissa, o uno stabile punto d’orientamento lungo l’arco di una vita, ma una miriade, una moltitudine scalpitante di sogni luminosi. Mai vissuti in solitudine, se non inizialmente, nel primissimo impeto. I sogni di Gino Girolomoni non sono stati proiezioni individuali o esercizi di affermazione personale, hanno sempre toccato altre vite, hanno fatto comunità. Questo, probabilmente, lo interessava più di ogni altra cosa: la vita insieme, e un modo di stare al mondo. Anche se oggi può risultare difficile dire che cosa gli premesse di più. Per una ragione semplice: non c’era gerarchia nei suoi sogni. Almeno non apparente, non immediatamente identificabile. A chi lo ha conosciuto talvolta può essere parso una fabbrica di progetti dal ritmo convulso, un laboratorio di idee e iniziative cui era difficile stare dietro. E certo è stato anche questo. Gino era sempre una spanna più avanti del punto in cui lo avevi lasciato. Non stava mai fermo. Nella vita, si buttava a perdifiato, come rapito da una forza inquieta. Fino a morire di fatica, credo lo si possa dire.   Sergio Quinzio, il...