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Il tempo di un sentimento

Oltre le lancette ferme dell’orologio di Ritorno al futuro, oltre l’ingranaggio bloccato nella torre di Mister Hula Hoop, il tempo materiale, manipolato e rievocato negli anni ’80 e ’90 dai film di Zemeckis e dei Coen, è ancora oggi una presenza concreta di tanto cinema contemporaneo. Scorre all’indietro nella stazione di New Orleans di Il curioso caso di Benjamin Button, impone il proprio passo moltiplicato per cinque in Twixt di Coppola, vaga fluido per le decadi in Midnight in Paris di Allen, e in Hugo Cabret di Scorsese, con la sovrapposizione tra Harold Lloyd e il piccolo orfano appeso alle lancette di un quadrante, rimane l’unico appiglio a cui aggrapparsi prima della caduta.     Tra ricordi di traumi familiari, invenzione della nostalgia e desideri di purezza (con il discutibile The Artist che si porta a casa gli Oscar migliori), il contemporaneo sentimento del tempo si è trasformato nell’evocazione del tempo di un sentimento: quello, cioè, che lega gli autori alla loro storia personale, tra i traumi autobiografici di Coppola e i legami cinefili di Scorsese, e lega il cinema alla...

Michel Hazanavicius. The Artist

A volte vale la pena parlare dei film che escono in sala semplicemente perché se lo meritano, altre perché toccano più o meno lucidamente qualche nodo sensibile della società in cui viviamo, altre ancora perché, nel loro impianto e nelle reazioni che innescano, sono sintomatici di alcuni suoi meccanismi, che, per quanto evidenti, tendono ad assumere un’ingannevole trasparenza. Uno di questi è quello di insinuare la retorica della necessità e dell’autenticità in oggetti che non possiedono né l’una né l’altra, ma che proprio grazie a questa discreta e sorridente vacuità si inseriscono agevolmente negli ingranaggi del marketing, dove ogni risposta e interpretazione viene spietatamente programmata a forza di tag-line e parole d’ordine, per poi trasmettersi (nelle intenzioni, ma spesso purtroppo anche nei fatti) con naturalezza pavloviana alle recensioni e ai commenti del pubblico. E seguendo il ragionamento, si può anche azzardare che il blockbuster, nella dichiarazione manifesta della sua natura merceologica, offra paradossalmente più libertà di fruizione...