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natura

(133 risultati)

Una conversazione / Chandra Candiani. Questo immenso non sapere

“Si può andare a trovare un piccolissimo pezzo di prato, un pizzico di prato c’è sempre”. Ho aperto Questo immenso non sapere nelle sue prime pagine e davanti a me un inchino: fronte verso terra e fili d’erba da guardare, un mondo che sempre si rinnova, esercizio di incanto.  Risuonano, queste parole, con la certezza di Etty Hillesum che “esisterà sempre un pezzetto di cielo da poter guardare”. Importa poco se ci sia da guardare verso l’alto o da ricoprirsi di terra e polvere: pregare è indicare, è conoscere una vista periferica, sentire di esser parte di un mondo più grande, anche se ci sfuggono ordine e significato.    Questo immenso non sapere riprende la prosa frammentaria – ricordi, pensieri, riflessioni e scene – che già Chandra Candiani ci aveva fatto incontrare con Il silenzio è cosa viva. È popolato di animali e alberi, come se avesse chiamato a raccolta, per presentarceli, gli “abitanti della meraviglia” che abbiamo imparato, nei versi, ad ascoltare, riconoscere, seguire; a non guardarli troppo negli occhi e a non provare a capirli. Animali che salvano e che ammazzano. E poi l’erba, i fiori del melo, il ciliegio selvatico, le leggi di inquietudine. C...

Clorofilla / Dalie, gli ultimi fuochi d’agosto

Che si diano casi di body shaming pure per i fiori? State a sentire:   Cortigiana dal seno duro, dall'occhio opaco e bruno che lentamente si apre come quello di un bue, il tuo gran torso splende come un marmo nuovo. Fiore grasso e ricco, nessun aroma fluttua intorno a te, e la serena bellezza del tuo corpo svolge, opaca, i suoi accordi impeccabili. Non odori neppure di carne, quel sapore che almeno emanano le donne che rivoltano il fieno, e troneggi, Idolo insensibile all'incenso. – Così la Dalia, regina vestita di splendore, solleva senza orgoglio la sua testa inodore, irritante tra i provocanti gelsomini!   Non proprio dei complimenti. Se fossi una dalia mi offenderei. Questo Verlaine screanzato, che le dà della grassa cortigiana, poteva almeno apprezzare il suo contributo ai giardini quando l’estate declina verso l’autunno.  Certo, la dice anche «regina vestita di splendore», ma entro una rete di epiteti tutti giocati sul contrasto ossimorico. Fin da quell’«opaco» dell’occhio bovino in evidenza al primo verso – aggettivo poi ribattuto al centro del componimento – cui poco giova lo splendere del marmoreo torso. E il tono, poi, sempre sul crinale dell’insolenza!...

Un libro di Niccolò Reverdini / Anche l'usignolo (o del cambiare vita)

Gli anni del boom economico cancellarono la miseria ma cancellarono anche le tracce del mondo rurale. Si volle scappare dalla fatica ripetuta del lavoro agricolo, dai capricci del clima, dal senso di soffocamento provocato da comunità fin troppo coese, dai rapporti gerarchici di una società dove comandavano sempre gli stessi, ma al tempo stesso si accantonò il patrimonio di tradizioni millenarie che hanno scolpito il volto del nostro Paese. Perciò fu esperienza comune, a partire dagli anni Settanta, per chi è cresciuto in una grande città, intrattenere rapporti sporadici con la campagna, spesso incontrata soprattutto nelle vacanze estive quando si tornava al paese d’origine, piuttosto che nei film o telefilm western della televisione in bianco e nero durante il resto dell’anno. Esperienza in parte condivisa da Niccolò Reverdini, autore di Anche l’usignolo (Mondadori), che tuttavia mantenne un tenue filo con le terre che il nonno Franco Pisani Dossi (figlio dell’autore delle Note azzurre) possedeva a sud di Milano, verso Abbiategrasso.   È lì che Reverdini ritorna trentenne, alla metà degli anni Novanta, in un momento di impasse della vita, quando, senza nessuna esperienza,...

Clorofilla / Orchidee, ma selvatiche

C’è un posto che tiene la cima della mia memoria familiare. Sul dorso di una collina morenica, a contornare una radura magra d’erbe c’era un piccolo roccolo, un’architettura d’alberi, inganno per gli uccelli. Proprietà del nonno era poi passato in eredità alle figlie. A inizio primavera, lì e solo lì, tra la breccia, mai viste altrove nei dintorni, fiorivano le pulsatille (Pulsatilla montana), anemoni campanulati, singolari per la fitta peluria argentea che li ricopre. I tepali, dondolanti sul peduncolo ricurvo, nascondono nel viola profondo della pagina interna un tesoro giallo di stami.  Ma a inizio estate vi sbocciavano anche l’Ophrys apifera e l’Orchis simia, orchidee selvatiche da osservare e non cogliere, tantomeno estirpare, perché protette. Fiera di questa flora speciale raggiungevo il roccolo per seguirne la crescita e, munita di lente, ne studiavo le forme e le livree singolari con cui asserviscono al loro scopo gli insetti impollinatori.    La prima, come le molte del genere delle Ofridi (circa cinquanta specie distribuite per lo più nell’areale mediterraneo), è una piantina che, a seconda delle condizioni climatico-ambientali, s’alza dai quindici ai...

Fiori erti e orgogliosi / L’eros dell’iris

Il giardino di maggio è un’alcova a cielo aperto: chi si lascia frugare nell’intimo senza rossori, e chi si concede con ritrosia reclinando la corolla. Esploratori alati spariscono in cavità vischiose, vibrano elitre, zampette titillano stami e pistilli, proboscidi penetrano in imbuti profondi e segreti. Tutto è fremito, tensione, ebbrezza, mobile energia, vitalità e impulso. L’iris non è fiore pudico. Anzi, è tra i più scostumati. Erge le glauche spade fogliari e capisci che quando il fiore verrà non sarà da meno quanto a improntitudine.  Ted Hughes nella sua fenomenale osservazione della natura ha fermato la sua lente da anatomista botanico anche sull’iris. Con sguardo attento che nulla consente a sdilinquimenti o romanticherie di genere, l’ha mostrato in tutto il suo erotico appeal. È uno sguardo che giunge fin là dove arrivano gli insetti impollinatori, come quelli guidato dall’architettura orientale e dalla strategia seduttiva del fiore. Dalla sua raccolta del 1986, per l’appunto intitolata Fiori e insetti, ecco il suo studio sull’iris nella traduzione di Nicola Gardini:     Abbozzo di dea   Abbiamo un Iris. Un’Alabarda di complicazioni floreali. Due...

Artpod / Atelier dell’Errore | Trofallassi

«La gomma da cancellare è bandita». Questo è il semplicissimo precetto cui si devono attenere i giovanissimi artisti dell’Atelier dell’errore. Grazie ad esso si ribadisce un antico modo di intendere l’arte: essa deve essere “imitazione” della natura. Se ci si asterrà dal cancellare, ad essere replicata fedelmente non sarà però la natura del “naturalismo”. Non sarà la natura-Forma, la natura-Idea, la natura-paterna (come insegna Platone, l’Idea, la Forma a dispetto della grammatica, appartengono all’ordine simbolico del Padre). Non sarà la natura espressione rassicurante di una razionalità superiore. Gli artisti dell’Atelier portano in scena un’altra natura. La loro natura è la natura naturans,  è la natura generante, quella che ha nel cambiamento, nella eterogeneità, nella disseminazione e nella proliferazione incontrollata, nella mancanza di scopi e di umane ragioni, e, infine, nella “mostruosità” il suo essere proprio. È la natura-evento, la natura madre-matrice di mostri, la natura virale.   L’opera che qui si commenta ne è testimonianza. Azzardiamone un’ekphrasis: sulla scena, faticosamente contenuta nel limite istituzionale della cornice, c’è il procedere di...

Giardino di primavera / Scille, gli occhi azzurri del sottobosco

Le selvatiche Scilla bifolia sono gli occhi azzurri del sottobosco. S’aprono al primo sole di marzo, gracili, minute, hanno il privilegio di sfoggiare uno dei blu naturali più invidiabili e ammalianti, toccante al punto da far illanguidire. Due, appunto, le foglie: lucide, lunghe e strette che avvolgono il rossiccio gambo florale e, giuntevi al mezzo, opposte, si ricurvano. Leggiadre, le piccole corolle a stella – sei tepali, sei stami con antere altrettanto blu, pistillo capitato sorgente dall’ovario supero – si schiudono una via l’altra sul racemo. Tra aprile e maggio, invece, danno il cambio ai narcisi le Scilla non-scripta (o Hyacinthoides non-scripta), pur esse spontanee d’origine: indimenticabili, quali specchi lacustri, le distese dei boschi inglesi.  Sono facili da naturalizzare nel prato di casa, meglio se collocate al piede di alberi e arbusti, ve ne sono anche di rosate e bianche, certo di minor effetto. Si propagano con generosità e ve le ritrovate sparpagliate in giardino in men che non si dica. Più alte e vistose delle S. bifolia, su dritti, carnosi steli recano dapprima boccioli stretti in spiga che poi, in sequenza, rivelano campanelle reclinate con i vezzosi...

Un'intervista / Marina Ballo Charmet: l’immagine latente

Le fotografie di Marina Ballo Charmet registrano il vedere qualcosa per la prima volta. Danno spazio alla possibilità dello sguardo piuttosto che all’oggettivazione dello stesso. Sono pensiero laterale. Nelle immagini c’è il rifiuto di una visione definitiva. Lo sguardo è piuttosto partecipe della visione stessa e rende imprevisto il “sempre visto”, lasciando emergere “il rumore di fondo della nostra mente”. Le fotografie sono seducenti ma senza effetti. Quasi corporali più che neutrali. Si presentano così come è lo sguardo che le ha determinate: sperimentale e periferico. Mentre l’artista attraversa spazi quotidiani, accompagnata dalla sua macchina fotografica, registra esperienze incerte, lasciando fuori la retorica a cui ci hanno abituati i resoconti di percorsi che raramente sono stati derive.   Rumore di fondo, #24, 1999. Le presentazioni visive, muovendosi al confine tra sensazione e immaginazione, sono antieroiche se confrontate con la fotografia di informazione e quella di rappresentazione. Esse rendono superflua la didascalia e il commento all’immagine. Leggiamo il metodo sperimentale di Marina Ballo Charmet sulla scia della sperimentazione fotografica italiana...

Clorofilla / Anemoni, il soffio della primavera

Marzo: si vanga, si zappa, si sarchia, si rastrella, si pota, si pianta e trapianta, si semina, si concima, si netta il giardino. Si gioisce ad ogni germoglio, si tentano le gemme turgide, si esulta all’aprirsi della prima corolla. E si impreca per le ventate di tramontana, per le ultime infide gelate, per le benefiche pioggerelle, un tempo onomastiche del mese, che tardano ad arrivare o si sono trasformate in piogge monsoniche. Anche il bosco si rinnova. Da sé. Tra gli abiti leggeri che indossa per il risveglio ce n’è uno che par di mussola, o di seta in raffinata stampa devoré, direbbero i tessitori. Le latifoglie sonnecchiano, sognano il folto delle chiome; così, il tiepido sole giunge senza schermo alcuno al suolo, dove ancora cricchia al piede il secco dei rami e delle foglie.     È l’energia che serve agli anemoni (Anemoide nemorosa) per spuntare e drizzare i gracili steli. D’improvviso, da un giorno all’altro, il sottobosco si copre di un morbido drappo di foglie novelle e, nel gioco del chiaroscuro, si distinguono i contorni delle tre lamine al mezzo del caule, picciolate, pennate, incise, pubescenti. Su ciascuno di questi colletti verdi spicca una candida...

Una nuova consapevolezza / I diritti giuridici della natura

Dal fine vita alle nuove tecnologie, dall’emersione di nuove forme di famiglia ai cambiamenti climatici, passando per il virus. È la natura – che di questi temi costituisce parametro di riflessione, corollario, presupposto di discorso – la protagonista del dibattito contemporaneo. Se si è soliti pensare che il tema della natura sia appannaggio esclusivo della filosofia, in realtà, di recente, essa viene spesso chiamata in causa da una disciplina ad esso tradizionalmente considerata estranea: il diritto. La questione della protezione della natura a fronte dei cambiamenti climatici, ad esempio, ha visto una massiccia mobilitazione del diritto che, proprio in rapporto a questi temi, ha prodotto innovazioni importanti. Si pensi, in questo senso, all’ampio dibattito suscitato dall’introduzione, nelle costituzioni di alcuni paesi sudamericani, dei diritti della natura attraverso una “giuridificazione” del concetto di “pachamama”.  O, ancora, alla tecnica, che inizia ad affermarsi nel panorama comparatistico, di “soggettivizzare” le risorse naturali, al fine di garantirne una maggior tutela: in alcuni paesi, legislatori e giudici hanno ritenuto che alcuni fiumi o foreste di...

Bestiario / Breve storia dell'elefante

Nessuno dei mammiferi presenti sul Pianeta appare così strano, inconsueto e arcaico come l’elefante. Se lo si osserva da vicino si comprende immediatamente che proviene da un mondo scomparso, e che perciò costituisce un reperto vivente di qualcosa di remoto, di ignoto, e tuttavia di esistito. Appartiene alla famiglia degli Elefantidi, l’unica dell’ordine dei Proboscidati; due sono i generi: Loxodonta, che vive in Africa, e Elephas, stanziato in Asia. Si tratta dei più grandi Vertebrati viventi sulla faccia della Terra. Non è solo l’altezza – supera i 4 metri – o la stazza – va oltre le 10 tonnellate –, ma la proboscide che colpisce: vi si fondono il labbro superiore e il naso, così che può afferrare gli oggetti e aspirare acqua, per poi spruzzarla con un getto violento. Inoltre le sue orecchie sono enormi: costituiscono il radiatore dell’elefante, poiché disperdono il calore in eccesso. Infine le zanne, che fungono da strumento di lavoro e di offesa, ricercate sin dall’antichità: l’avorio come oro bianco.   Ci sono altre cose che i naturalisti raccontano di questo animale che ha sempre attirato l’attenzione degli esseri umani: piange, veglia i compagni morti, possiede una...

Gli elementi di Mario Porro / Vagabondare per immagini

Nuvola, ombra, fango, acqua, mare, foresta ma anche catena, rete e orologio. Basta dare un’occhiata all’indice dell’ultimo libro di Mario Porro (Ipotiposi. Vagabondare per immagini, con illustrazioni di Anna Enrica Passoni, Medusa, Milano 2020) per comprendere che ci troviamo in un multiverso dominato dalla forza degli elementi naturali. Un mondo scrutato nelle sue componenti elementari, che Porro c’invita a prendere come modelli di riflessione e di visione. Come modelli della ipotiposi. Figura retorica che indica “una rappresentazione viva e immediata di un oggetto o di una situazione” (p. 202), l’ipotiposi è una descrizione così vivida da suscitare immagini nella mente di chi legge o ascolta. Un’iconicità o un vagabondare per immagini, come suggerisce il sottotitolo.   Ricorrendo agli elementi naturali, Ipotiposi è una critica alla ratio e all’ordo cartesiani, al dimostrare matematico e alla geometria euclidea, alla coincidenza di reale e razionale di hegeliana memoria, al cosmo conchiuso in se stesso, ai quadranti dell’orologio dove “scorre il tempo reversibile della meccanica classica, tempo spazializzato e quantificato, ridotto allo spostamento di lancette” (p. 39), a un...

Sono apparse in mezzo ai viburni/ le farfalle crepuscolari. / Viburni d’inverno

Buona la neve, perfetta la neve. Così la canta Zanzotto nella Beltà (La perfezione della neve). Ma.  Persino il poeta si chiedeva «che sarà del giardino»? E, ancora, se stessero bene i pini «tutti uscenti dalla neve»: «i pini come stanno, stanno bene?» (Sì, ancora la neve). Qui in collina, la gran nevicata di metà dicembre, più che per i miei pini neri sostegno delle rose Banksia, mi ha impensierito per come stessero gli arbusti che tendo a non potare un po’ per poetica giardinieresca, un po’ per negligenza. Danni, la neve, ne ha fatti, per lo più rimediabili. Eccetto che per il Loropetalo (Loropetalum chinense): me l’ha scalcagnato per bene e dovrò tagliarlo pressoché al piede: la prossima estate, niente rosa acceso tra le foglie brune. Temevo anche per il Viburno Tino (Viburnum tinus) che avevo lasciato libero di innalzarsi oltre i quattro metri e che la coltre bianca aveva reclinato fino a terra. Invece, il ragazzaccio s’è scrollato di dosso il pesante manto senza fare un plissé, ed erge di nuovo la sua densa chioma a celare l’angolo del compost. Una messa alla prova perfetta dell’etimo: pare derivi dal latino “viēre”, che vale “intrecciare”. D’altronde anche il nome...

Emergenza climatica e eccesso / Economia escrementale

Il problema dell’innalzamento della temperatura media sulla superficie del nostro pianeta è raccontato sempre di più come un’emergenza. “Bisogna fare qualcosa e bisogna farlo subito”, si sente dire, “prima di raggiungere il punto di non ritorno”. Qualcuno ha visto nelle condizioni che si sono create durante il lockdown primaverile del 2020, caratterizzate da un calo forzato della produzione e del consumo di beni ed energia, la prova che un’azione drastica e coordinata a livello planetario è possibile e avrebbe grande effetto sui fattori climalteranti. Essa però ha comportato limitazioni ai movimenti delle persone e alle attività produttive e commerciali, che sono state patite come compressioni dolorose di alcune libertà fondamentali: la libertà di viaggiare, di consumare, di fare il lavoro a cui si è formati.   L’emergenza climatica è un’emergenza sui generis fatta di ghiacciai che si sciolgono in Groenlandia e di permafrost che cede in Siberia, cioè di catastrofi spettacolari e remote da cui le civiltà si sentono ancora a una distanza di sicurezza. Oppure si manifesta nella forma di disastri locali, bombe d’acqua in Liguria, uragani in Florida, estati siccitose e inverni...

Sanguinello e callicarpa / Rosso e viola per il nuovo anno

Quest’anno il giardino s’è impegnato con maggior lena per le feste decembrine.  La camelia sasanqua dalle accese corolle basta a far Natale da sola. La neve dei giorni scorsi ne ha ridotto l’abbondante fioritura senza sgualcirla troppo. Il più discreto ciliegio d’inverno (Prunus subhirtella) si esibisce per il consueto inganno primaverile: sui rami spogli manciate di delicati, candidi capolini tremolano, penduli, nell’umidore della foschia. Il nespolo giapponese schiude i fiori sul feltro delle rigide pannocchie, e l’ardimentosa mahonia japonica irraggia i pennacchi gialli tra i pungoli delle lamine pennate. Il calicanto odora dai suoi calici di cera e gli ellebori hanno rialzato le testoline biancorosate ai piedi del castagno. Questi i fiori che si arrischiano impavidi sulla soglia dell’inverno. C’è però chi non ha bisogno di petali e sepali per salutare il nuovo anno.    Non so quale criterio mi abbia guidato nel mettere a dimora davanti alla legnaia alcuni cespi di sanguinello (Cornus sanguinea) e, poco lungi, altri di callicarpa (Callicarpa bodinieri giraldii): l’effetto è sorprendente e all’occhio s’impone il viola metallico delle bacche dell’esotica callicarpa...

Buon Natale / La quercia e io

Tu sei a casa seduto alla scrivania e sei il mio capriolo. Nel bosco c’è la neve e sotto la neve cammino e sotto la neve il tempo si incanta. Per i tuoi grandi occhi di legno, quercia rossa, per il tuo muschio  sul petto e le pantofole di neve  sulle radici, pur così alta e così magistrale, so che dormi e vengo senza rumore di domande a farmi per te carezza.   Leggi anche: Quaderno 1 | Imparare a salutarci Quaderno 2 | Marina Cvetaeva e la tazza di mio padre Quaderno 3 | Il bosco e l'asino bianco Quaderno 4 | L’insonnia infermiera Quaderno 5 | La morte non può farmi male Quaderno 6 | Il cane e la quattr'ossi Quaderno 7 | Corpo Celeste Quaderno 8 | Salutare le parole

Quaderno 7 / Corpo Celeste

Oggi ho letto Anna Maria Ortese, Corpo celeste. E adesso ricopio qui le sue parole perché non avrei parole così battenti e dirette per dire quello che preme.   “So questo. Che la Terra è un corpo celeste, che la vita che vi si espande da tempi immemorabili è prima dell’uomo, prima ancora della cultura, e chiede di continuare a essere, e a essere amata, come l’uomo chiede di continuare a essere, e a essere accettato, anche se non immediatamente capito e soprattutto non utile. Tutto è uomo. Io sono dalla parte di quanti credono nell’assoluta santità di un albero e di una bestia, nel diritto dell’albero, della bestia, di vivere serenamente, rispettati, tutto il loro tempo. Sono dalla parte della voce increata che si libera in ogni essere, e della dignità di ogni essere – al di là di tutte le barriere – e sono per il rispetto e l’amore che si deve loro.   C’è un mondo vecchio, fondato sullo sfruttamento della natura madre, sul disordine della natura umana, sulla certezza che di sacro non vi sia nulla. Io rispondo che tutto è divino e intoccabile: e più sacri di ogni cosa sono le sorgenti, le nubi, i boschi e i loro piccoli abitanti. E l’uomo non può trasformare questo...

Di animalità sono piene le nostre bocche / Divenire invertebrato

Non tutto ciò che accade chiede di essere interpretato, compreso. Talvolta, soprattutto quando l'evento si manifesta in un tempo cairologico, indeterminato e qualitativo, un tempo "nel mezzo" in cui accade qualcosa di speciale, ci domanda piuttosto di spostarci, di cambiare posizione, di modificare l'assetto. Naturalmente da questa delocalizzazione scaturiranno nuove interpretazioni, nuovi significati, ma prima di tutto si tratta di traslocare, di rivoluzionare il setting della nostra vita. È noto, traslocare è un'operazione altamente riconfigurante, in nulla simile a una contingente variazione di dettagli decorativi. Traslocare significa affacciarsi su paesaggi diversi, vedere mondi inconsueti, persino modificare la propriocezione del corpo nello spazio o guardare con occhi diversi la persona che vive con noi.   Da otto mesi, circa, percepiamo la durata di un evento, come quello della pandemia in corso, che ci intima di cambiare assetto. Non rispondere a questo insistente invito, significa sbattere come falene al muro di una doppia interpretazione. C'è da un lato chi sostiene che nulla sia nuovo, che di virus ed epidemie la storia dell'umanità è piena, che il virus è parte...

Quaderno 6 / Il cane e la quattr'ossi

Oggi ho incontrato un cane magrissimo prima di inoltrarmi nel bosco, al buio. “Sei un osso?” “No, sono un intero cane.” “Dove vai?” “Oltre le cime degli alberi,  parallelo alla luna.” “Perché fa luce?” “No, perché fa scia. Di fiuto.” “Posso venire con te?” “Solo se stai zitta, quattr’ossi.”   Sono conversazioni così che ti cambiano la giornata. Arrivata qui da poco, quando poi in marzo hanno chiuso le porte della Lombardia e non potevo tornare, un uomo proprio vicino al bosco ha aspettato che lo raggiungessi e poi mi ha detto: “Lei non è di qui.” “Sì che sono di qui.” gli ho risposto. “Io non l’ho mai vista.” Allora, ho aspettato che continuasse a camminare per restare indietro per conto mio, bisbigliando: “Ci sono anche persone di là, signore. E poi non è che se lei non ha mai visto una persona, quella non può esistere lo stesso da un’altra parte.” Un’altra volta, ho salutato con la mano una vecchietta affacciata a una finestra, ma lei si è tirata indietro e ha detto: “Io non la conosco.” Allora ho preso al volo con la mano l’invisibile segno della mia voce e ho risposto: “E allora mi riprendo il saluto.”   Per fortuna però c’è il Giovanni S., un taglialegna con la...

Più miracoli in uno / L'ontano. L’albero degli zoccoli

Ho capito che era il compagno della vita quando liberò il giovane ontano nero dalla morsa d’edere e rovi. Giù, nella ripa incolta del fiume, il fusto e i primi rami già erano inghiottiti dai competitori, solo l’aerea cima ne rivelava la presenza.  Mi è caro l’ontano, o alno che dir si voglia (Alnus glutinosa), per la sua slanciata silhouette che si staglia lungo fossi e lame d’acqua. E perché è l’albero degli zoccoli di Ermanno Olmi, un film testimonianza di una cultura e di un mondo contadino scomparsi, da cui vengo anch’io. Mia madre indulgeva spesso nel ricordare nel nostro poco affabile dialetto quanto a lungo, da ragazzina, rompesse l’anima a suo padre prima di ottenere un paio nuovo di zoccoli (“supei”, con la sibilante aspirata).  Esposto all’aria il suo legno aranciato deperisce in fretta, ma in acqua si fa duro e roggio: pressoché immarcescibile. A Venezia ne sanno qualcosa.      Oltre, appunto, a zoccoli e secchi, la sua fibra atossica è buona anche per costruire giocattoli e altri oggetti d’uso quotidiano. La corteccia –  dapprima liscia e solcata da bianche lenticelle, poi fessurata da placche rugose – fornisce tannino per la...

Quaderno 4 / L’insonnia infermiera

Le notti registrano tutto quello che ho perduto, lasciato a Milano o spazzato via dal virus, e poi svolgono il nastro impresso nei sogni. Ho perduto due gruppi di meditazione, trentaquattro persone. Da tanti anni incontravamo la meditazione insieme, con avvicendarsi di persone diverse ma con la stessa passione. Due sere alla settimana per sentire il diritto di cittadinanza del silenzio e della lentezza, del sentire del sottosuolo, dell’esitazione. Ho perduto la scuola, centinaia di bambine e bambini a cui portare semi di poesia e spuntavano parole indelebili dai più muti, dai non visti. Come J. che per una poesia sugli alberi, ha scritto solo, con scrittura tremolante: Lattuga.   E ho lasciato la mia casa piena di libri, la mia coinquilina amica, che sapeva di me e io di lei, i libri che ti vengono in mente in un preciso momento e non puoi aspettare, le finestre e tutta la piccola cattiveria umana che mi ha circondato nelle strade e nei negozi. E le vie, le piazze, le fontanelle vedovelle nascoste nei parchi, i passi sotto la luna con paura di donna e avventura di bambina. Le tante vite che ho vissuto, i morti, la famiglia che è scivolata via. La persona che sapeva ascoltarmi...

Quaderno 3 / Il bosco e l'asino bianco

In questo paese io vivo così. Mi alzo presto e lavoro tutta la mattina, traduco, scrivo, studio e leggo. E poi, dopo pranzo, comincio a sentire il richiamo del bosco. Una volta che ho fatto finta di non sentirlo, è arrivata una poiana a mugugnare fin sopra il vicolo dove abito. Ho un testimone. Ho dovuto dire: “Scusa, il bosco è arrivato fin qui a chiamarmi, devo andare.” Il bosco sta a non più di cinque minuti a piedi dalla cascina in cui vivo. Spero quindi che i vigili saranno clementi. Ha molta acqua, proprio tanti ruscelli, e alberi, soprattutto castagni, e muschio tantissimo. Ci sono anche gli ontani bianchi. E le querce. Poi in primavera ha avuto tanti fiori e foglie da smarrirsi, quasi non lo riconoscevo, perché sono arrivata che era ancora inverno. D’estate è stato zeppo di zanzare e tafani, è stata dura non frequentarlo per un po’, poi ho deciso di portarmi uno zampirone e di  sventolarmelo davanti alla faccia e alle spalle, un po’ faticoso, ma me la sono cavata. Ho visto un sacco di animali finché noi umani dovevamo sparire in casa, ho visto: rospi e ramarri, una cerva, vari cerbiatti, cinghiali e cinghialini, un ratto, volpi, aironi, poiane, ghiandaie, cornacchie e...

Imaging, Technology and the Natural World / On Earth. Le avventure dello sguardo

“Dopo la Guerra Civile, gli Americani ritornarono ad esplorare il loro continente, specialmente l’eccitante, e poco conosciuto, Ovest. Uno degli strumenti delle loro esplorazioni era la fotografia, che all’epoca era ancora una novità. Il fotografo-come-esploratore era una nuova tipologia di creatore di immagini: in parte scienziato, in parte reporter, e in parte artista. (…) Esplorando nello stesso tempo un nuovo medium e un nuovo soggetto, ha realizzato immagini nuove, che erano oggettive, non aneddotiche, e radicalmente fotografiche.”   Lucas Foglia, Kenzie inside a melting glacier juneau icefield research program Alaska, 2016, courtesy of the artist. Con queste parole di John Szarkowski si apre l’introduzione del catalogo della mostra “The Photographer and the American Landscape”, tenutasi nel 1963 al MoMa di New York; l’intento era quello di raccogliere e presentare il lavoro di tutta una serie di fotografi che avevano non solo registrato, ma anche ridefinito e plasmato, il concetto di paesaggio naturale (e di fotografia di paesaggio), autori che, al di là dei differenti approcci, condividevano un unico scopo: raccontare, citando ancora le parole di Szarkowsi, “com’è...

Tra corpo e psiche / Respirare

All’interno della grande esposizione sull’ambiente, intitolata Broken Nature alla Triennale di Milano nel 2019, un'installazione poteva passare inosservata. C’era una botte piena di terra con una superficie leggermente curva sabbiosa, un po’ spoglia e mentre lo spettatore si interrogava sul suo senso, il terreno cominciava a sollevarsi come in un sospiro profondo, poi si fermava, quindi si abbassava. Un attimo di riposo. Dopo di che riprendeva a gonfiarsi, come se vi abitasse un polmone immenso. Chi osservava si accorgeva di respirare insieme a questa superficie: inspiro ed espiro. E il ricordo di aver visto respirare la terra rimase impresso a lungo.  In molte grandi religioni il respiro è direttamente connesso alla divinità. Nell'Antico Testamento si legge: “Lì Dio, il Signore, formò l'uomo dalla terra polverosa, gli inspirò la vita nel naso. Così l'uomo divenne un essere vivente” (Gen. 2,7). La maggior parte delle traduzioni dall’ebraico predilige il termine “alitare” a soffiare. Alitare è un respiro più intimo, le labbra sono sciolte mentre l'impulso muscolare deriva dal diaframma. Non deve esserci sforzo fisico per alitare – Dio non si sforza – perché si possa formare...