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Festival Vie / La verbosa apocalisse di Rambert e il virus

“Tutti nervosi!” dice con rassegnata ironia il dottor Dorn nel primo atto del Gabbiano di Cechov. E quest'aria di novecentesca nevrastenia investe fin dalle prime note – Marie-Sophie Ferdane le trae da un violino – la scena di Architecture di Pascal Rambert che, sei mesi dopo il suo debutto avignonese, è approdato con il suo poderoso vascello da crociera sul palco dell'Arena del Sole di Bologna per il festival Vie: è appena trattenuta nelle espressioni inquiete e nei corpi immobili che in una specie di quadrilatero militare, formato in uno spazio disseminato di tavoli, sedie e chaise-longues in stile Biedermeier, ascoltano con finta deferenza lo sfogo di un padre offeso dal silenzio di un figlio luciferino che lo ha insultato e ora lo osserva di sbieco – ha un aspetto da uccello malevolo Stanislas Nordey – lontano da lui, ma anche da sorelle, fratelli, cognati, e una matrigna troppo giovane; nessuno che osi contrastare il vecchio, numinoso Architetto, dal quale tutti in un modo o nell'altro dipendono. La smisurata ambizione teatrale di Rambert, autore e regista, tetanizza gli attori, imbroglia le carte dell'anacronismo e della profezia – le profezie d'altronde sono sempre rivolte...

Jared Diamond, Crisi / Crisi e contagio

“Mai sprecare una buona crisi!” diceva Winston Churchill e in questi mesi sarebbero molti a domandargli che vantaggi si potrebbero trarre dall’innegabile crisi che stiamo attraversando per merito di un minuscolo virus che ha trovato nei nostri corpi umani un valido aiuto per la sua sopravvivenza, mandando in panico intere nazioni. In momenti come questo studi come quello di Jared Diamond, Crisi, come rinascono le nazioni, uscito per Einaudi nell’ottobre 2019, potrebbero risultare di utile consultazione a chi ha la responsabilità di governare.    Diamond parte dai fattori in grado di favorire un soggetto singolo nella risoluzione di una crisi personale individuati dai terapeuti delle crisi, si domanda se possono applicarsi anche a organismi complessi come le nazioni e sulla base di questo schema analizza specifiche crisi in Finlandia, Giappone, Cile, Indonesia, Germania, Australia e Stati Uniti. Dodici sono i fattori individuati per la sua analisi, naturalmente nel passaggio dal personale al nazionale qualcosa cambia, vediamoli insieme.  1. Riconoscimento dello stato di crisi / consenso circa lo stato di crisi nazionale.  2. Accettazione della responsabilità...

Speranza e immaginazione / Se una zolla è rapita dal mare

In questi giorni sono salito in Appennino ma l’Appennino non c’era più. Tutto era lì, identico a prima. Le faggete, i denti di arenaria, le nevi residuali. Ma l’Appennino non era più lì perché qualcosa mi impediva di stabilire un ponte tra quello che avevo sotto gli occhi e quello che in più di quarant’anni si è raccolto, tra desiderio e memoria, nel mio paesaggio mentale. Le cucine delle osterie erano ancora calde, le piste tra i cuscini di foglie erano identiche a quelle che percorrevano i manipoli celtici o le brigate partigiane, l’odore del fumo dai comignoli era quello di mio padre e di mio nonno. Ma l’Appennino era scomparso. Non potevo più contare su di lui, vaporizzato. Dall’alto del Crinale guardavo giù la cappa lenticolare su Modena, sul polo ceramico, sulla Pianura padana. Ma non era solo la nube delle polveri sottili e delle zattere di CO2 alla deriva sopra cervelli e polmoni. Era come il 1962, come se una nuova Rachel Carson collettiva avesse scoperchiato il vaso di Pandora su una verità inconfutabile: non c’è angolo della Terra che sia salvo. Ieri erano le molecole di DDT, oggi è il virus pandemico, che sta impattando come un iceberg di panna contro il Titanic di...

Ai confini della viralità / Il meme come virus, il virus come meme

Dopo anni di utilizzo eufemistico del termine, la viralità torna prepotentemente a sconquassare le nostre vite, riportandoci traumaticamente dal virtuale, a cui ci si riferiva tempo prima, al più tragico reale che ci sfugge e non riusciamo a gestire. Da quando il virale si è trasformato da aggettivo a sostantivo (il video, il contenuto, il meme), ci eravamo scordati dell’inquietudine, dell’angoscia e del panico che può provocare la vera viralità, o meglio la viralità biologica, poi aumentata dalla viralità mediatica e social. La crisi prepandemica o pseudopandemica, che ha bloccato una città dinamica come Milano, ha reso ancor più palese lo scenario di domesticazione dei consumi che in un saggio in uscita chiamo "isolation". Con Amazon che associa le ricerche sull'amuchina ai condom, mentre i supermercati vengono saccheggiati e i servizi di delivery e le app di dating online vivono un momento di grande splendore. Il virus hackera il funzionamento dei sistemi esperti, degli uffici, delle istituzioni e dei consumi, inducendoci a riflettere sulla loro natura/funzione. Meglio approfittarne per entrare in modalità smart working (per D. De Masi finalmente sdoganato proprio dalla crisi...

Virus e informazione / Patente per i media

È noto come Karl Popper abbia destato molta attenzione alcuni anni fa proponendo d’istituire una patente per tutti coloro che realizzano e trasmettono dei programmi televisivi. Il filosofo austriaco ha formulato tale proposta nel 1994 all’interno di una conversazione con Giancarlo Bosetti uscita nel volume Cattiva maestra televisione, ora riproposto in una nuova edizione dall’editore Marsilio nell’Universale Economica Feltrinelli. Popper intendeva affermare l’idea che chi si trova a gestire una televisione, la quale oggi è il mezzo di comunicazione più seguito e potente, ha un’elevata responsabilità nei confronti della società e pertanto, come per chi deve guidare un’automobile o curare degli ammalati, è necessario che venga valutato dallo Stato e che gli venga concessa un’autorizzazione a compiere il suo lavoro solamente se è in possesso dei necessari requisiti. Un’autorizzazione che può anche essere ritirata se colui al quale è stata concessa non adotta più dei corretti principi etici.    La proposta di Popper ritorna d’attualità in questi giorni, dopo lo scoppio in Italia di un’epidemia di coronavirus, e potrebbe essere estesa a tutti media. Popper, infatti, ha...

Scienza e dissenso / La lingua nel tempo del Coronavirus

Termine di un lessico tecnico-scientifico, coronavirus è, come parte del discorso, un nome comune: “s[ostantivo] m[aschile] […], invar[iabile] - Gruppo di virus a RNA, morfologicamente caratterizzato da una frangia di proiezioni superficiali a guisa di corona. I c[oronavirus] patogeni per l’uomo sono responsabili di affezioni acute delle prime vie respiratorie, compresa una forma di raffreddore”. Ecco quanto ne dice la voce del Supplemento al Lessico universale italiano dell’Istituto dell’Enciclopedia italiana. La pubblicazione rimonta al 1985: è dunque escluso che il riferimento al raffreddore stia lì a fare volontaria ironia. Capita tuttavia che l’ironia sia ultra-umana e se ne impipi delle volontà. Col tempo, può così comparire persino in una voce enciclopedica, inattesa.   Coronavirus ce ne sono allora tanti: come tipi, s’intende; che siano d’altra parte tanti come repliche di ciascun tipo va da sé: diversamente, non si parlerebbe in proposito di rischi di epidemia o, addirittura, di pandemia. La gente del mestiere può trovarsi così nella necessità di battezzare un tipo o un altro, per dirne e scriverne univocamente. Tra competenti, ciò può diventare indispensabile, come...

Pazienza / Paranoia e virus

Il 11.9.2001, quando una aggressione terrorista distrusse le Torri Gemelle, abitavo a New York. Mi misi a studiare tutto quello che riguardava la paranoia e cominciai a scrivere un libro sulla presenza di questo disturbo: non nelle istituzioni psichiatriche ma nella popolazione “normale” e nella vita qotidiana. Non ero rimasto sconvolto tanto dall’attacco: si conosceva già l’esistenza di un fondamentalismo islamico paranoico, i proclami di Osama Bin-Laden si leggevano in internet. A quello si poteva esser preparati. Nuova era invece la paranoia collettiva che in un attimo ci aveva circondato. Quella che Jung chiamava “infezione psichica” stava contagiando tutti: malgrado i nostri sforzi per mantenerci lucidi, anche me e i colleghi psicoanalisti.   Così, ho dedicato anni a studiare non l’11 settembre, ma il 12, 13 e così via. Lo scatenarsi di una psiche primordiale nell’uomo comune di quello che si crede un mondo civilizzato. A New York cominciarono a circolare le tipiche “voci”, che prendono vita spontaneamente nelle situazioni di allarme e di pericolo collettivo: un ritorno involontario alla civiltà orale, studiato da Marc Bloch nella Prima Guerra Mondiale. Alle voci,...

Untori, numeri e false voci

Di tutti gli strumenti inventati dal genere umano si può fare un uso buono o cattivo. Ad esempio, per quanto riguarda la matematica, io mi sono convinto da tempo (a ragione o a torto: non ho le prove di quanto sto per dire) che usi cattivi, compresi in un arco che va dal discutibile al deleterio fino al pessimo e all’esecrabile, sono avvenuti in campo economico-finanziario. Economisti ignari di matematica e matematici ignari di economia hanno cooperato per mettere in circolazione una serie di tecniche e procedure che hanno provocato effetti enormi, in larga misura imprevisti, nella più assoluta indifferenza dell’aurea definizione, condivisa a suo tempo dallo stesso Adam Smith, secondo cui l’economia, dopo tutto, è «una scienza morale».   Esempi di uso buono, anzi, prezioso della matematica si trovano invece in campo medico; e in particolare in campo epidemiologico, tema che imperversa nell’informazione di questi giorni. Un’efficace esposizione dei dati fondamentali è stata fornita da Paolo Giordano sul «Corriere della Sera» dello scorso 25 febbraio, in un articolo al quale rimando senz’altro (Coronavirus, la matematica del contagio che ci aiuta a ragionare in mezzo al...

Epidemie e pandemie / Il paziente zero: la Cina e la "spagnola"

Il paziente zero non si trova. Le notizie di questi giorni ci dicono che l’epidemia di coronavirus non ha ancora un paziente iniziale, quello che ha portato il virus in Italia e ha provocato questa diffusione in almeno due centri, in Lombardia e Veneto, che allo stato attuale non sembrano collegati. Non è stato, così pare, un uomo proveniente dalla Cina a diffonderlo, e i cinesi ritornati alla piccola nazione dopo un viaggio nel loro paese d’origine non sarebbero i portatori. Portatori sani? Così si dice: persone che hanno avuto una influenza a causa del virus, ma superata senza conseguenze e quindi senza ricoveri: saremmo già al terzo o quarto contagio? Tutto ora sembra partito da un piccolo ospedale di Codogno. Riusciremo a risalire al paziente zero? Non è solo un fatto importante per circoscrivere il contagio, ma perché resta il problema di capire una evidenza epidemiologica importante. Anche per il futuro. Imparare dal passato?   La “spagnola”, la terribile pandemia di febbre che nel 1918 uccise in due anni milioni di persone in una Europa appena uscita dalla guerra mondiale, portandosi via ignoti e geni come Egon Schiele e Max Weber, non ha ancora avuto una risposta...

Virus, fine del mondo e sensi di colpa / Pandemie in tv e al cinema

Quando la nave di Nosferatu, spettrale e ormai senza più un’anima a bordo, giunge a Wismar, città tedesca sul Baltico, trasporta due cose: un oscuro potere e la peste. Il vampiro caccia la propria preda, i topi diffondono il contagio, finché la città appare più morta che viva. In ogni momento una cosa è chiara allo spettatore: il mostro e la sua pestilenza sono il male, venuto a tormentarci. Contro quel male si lotta: per resistergli, o vincerlo. O a quel male si soccombe, vinti. Neppure per un attimo ci sfiora l’idea che quel flagello sia una punizione; tantomeno una punizione che ci siamo meritati. Un secolo dopo (il primo Nosferatu, di Murnau, è del 1922) continuiamo a raccontare il contagio, spesso e con entusiasmo e non solo nelle settimane del Coronavirus. Ma lo facciamo, sempre di più, all’ombra di un malcelato e crescente sentimento di colpa.     Max Schreck in “Nosferatu il vampiro” (F.W. Murnau, 1922). Veniamo ai giorni nostri. E contempliamo in primis lo schermo che oggi più capillarmente, trasversalmente, profondamente racchiude e racconta paure e desideri, pulsioni e tensioni della nostra epoca: quello televisivo. Segnatamente quello delle serie tv,...

Allarmismi / Coronavirus: una rete di senso

Mediaticamente, l’epidemia è una manna. Una notizia ghiotta che attira l’attenzione del pubblico blasé, moltiplica l’audience e va avanti – ben più del suo oggetto – per contagio velocissimo: tutti la vogliono, tutti la cercano. Per quale motivo? Presto detto: perché è imprudente smentirne la portata. Chi si arrischia a gettare acqua sul fuoco quando, anche se per una percentuale bassissima, ci potrebbe scappare il morto a catena?   A bocce ferme, sappiamo tutti qual è il contesto in cui una notizia del genere – poniamo, il coronavirus cinese – si diffonde: quello di una società del rischio, come l’ha chiamata Ulrich Beck una trentina d’anni fa, nella quale nulla deve essere lasciato al caso, tutto deve avere una ragione, e ci deve essere sempre un capro espiatorio. Più si va avanti nella razionalizzazione tecnologica del mondo, nel controllo capillare di uomini e cose, più l’alea si trasforma in destino: più si va, cioè, verso le società tradizionali descritte dagli antropologi, dove non c’è evento del mondo che non abbia, invece che una causa, un significato. Oggi, per nulla paradossalmente, il massimo della precauzione porta a una moltiplicazione dei disastri, i quali non...

I segreti del mondo globale / Lo spionaggio e la rete

A completamento di quanto illustrato da Joy Marino e Paolo Giaccaria circa l’impatto delle nuove tecnologie sulla nostra vita, in questo contributo ci occuperemo della rete, in particolare del suo lato occulto. La diffusione di Internet e la digitalizzazione di molte attività che regolano distribuzione e fornitura di informazioni, beni e servizi è una caratteristica peculiare delle società contemporanee (Kshetri 2010). La progressiva informatizzazione da un lato è uno strumento che agevola la nostra quotidianità, dall’altro comporta il problema della gestione delle reti e della custodia delle banche dati. Data la crescente rilevanza di queste tecnologie, la questione della sicurezza dell’intero complesso costituisce un problema specifico. Essa riguarda infatti una materia assai delicata come i dati personali, anche sensibili, della popolazione; c’è quindi il rischio che quei dati possano essere utilizzati in maniera impropria (Rodotà 2014). La tutela della sfera privata che noi oggi chiamiamo privacy era già ben chiara a Georg Simmel come problema legato alla modalità e alla qualità delle relazioni sociali di un soggetto. Nel suo saggio su Il Segreto e la società segreta,...