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Alejandra Pizarnik

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Carteggi amorosi / Cristina Campo e Alejandra Pizarnik: Anelli di cenere

Nel 1965, in una pagina dei suoi Diarios (DI, p. 88), Alejandra Pizarnik dedica una poesia a Cristina Campo e la intitola Anillos de ceniza, “Anelli di cenere”: «Stanno le mie voci al canto/ perché non cantino loro // i rigidamente imbavagliati nell’alba, / i camuffati da uccello desolato nella pioggia. // C’è, nell’attesa, una voce di lilla che si spezza / E c’è, quando si fa giorno, / una scissione del sole in piccoli soli neri. E / quando è notte, sempre, // una tribù di parole mutilate cerca / asilo nella mia gola perché non cantino loro, // i funesti, i padroni del silenzio». La poetessa canta perché le voci persecutorie non la soffochino. Scrive i suoi versi nonostante il mondo ostile: il suo canto è una “tribù di parole mutilate”. Perché dedicare una poesia così infernale e così intima a una scrittrice sublime e pensosa come Cristina Campo, estranea ai suoi tormenti psichici? Ma l’estraneità è solo apparente: Campo nutre idee sul mistero della poesia che la avvicinano all’anima turbata di Alejandra: «Poesia geroglifica e bellezza: inseparabili e indipendenti...» (IM, 143); «È sempre un colpo di follia che apre la strada al labirinto delle parvenze ingannevoli» (IM, 156); «...

Lettere / L'altra voce di Alejandra Pizarnik

A quasi mezzo secolo dalla sua scomparsa viene finalmente pubblicata anche in italiano – edita da Giometti & Antonello e curata da Andrea Franzoni e Fabio Orecchini – la corrispondenza che la poetessa argentina ha tenuto con diversi amici e personaggi della letteratura sudamericana e internazionale tra il 1955 e il 1972, anno della sua morte.    Quella che si legge in queste lettere è, come indica il titolo stesso del libro, un'altra voce di Alejandra Pizarnik, che si situa in un non-luogo tra la vita e la poesia, che risuona dell'una nell'altra, come in un tentativo di tenerle assieme, attraverso l'invio a dei destinatari-depositari di un'identità costruita attraverso il linguaggio. Scrive della scrittura, sua e di amici e poeti, i cui libri riempiono le caotiche stanze – specialmente quelle del periodo parigino – in cui la si immagina vivere, tra fogli sparsi e appesi al muro, disegni stilizzati e collezioni di matite colorate. Scrive incessantemente, di notte, come si confà a una figlia dell'insonnia – titolo di una sua raccolta di poesie edita da Crocetti –, ad anime affini alle quali poter spedire la propria urgenza poetica.    Alle lettere più formali...

Alejandra Pizarnik e il pharmakon del linguaggio

“Le parole / non fanno l’amore / fanno l’assenza”, dipingono il contorno del vuoto, cadendoci dentro con lo stesso suono di una goccia che dal cielo precipita sul fondo di un pozzo. Le parole rimbombano, le parole si parlano, le parole si sgretolano.   Alejandra Pizarnik nasce ad Avellaneda, presso la capitale argentina, nel 1936, da una coppia di emigranti ebrei di origine russa, che intingono, fin da subito, le radici della piccola bicho (“bestiolina”, come soleva affettuosamente chiamarla l’amico Julio Cortázar) in un eterno e irrimediabile altrove. Per esser-ci, per sentirsi esistente hic et nunc, nella sua patria geografica ed esistenziale, Alejandra ha un unico strumento, un pharmakon – medicina e veleno al tempo stesso – che la accompagna ossessivamente per tutta la vita: il linguaggio. Divora compulsivamente i classici della letteratura, si iscrive alla facoltà di Lettere e Filosofia di Buenos Aires, studia pittura con il surrealista Juan Baltle Planas per poi approdare a Parigi, dove traduce autori come Yves Bonnefois e Antonin Artaud – scrivendo, di quest’ultimo, in un diario del 25...