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Io e Annie

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Modi del sentire / Indulgenza

In una famosa scena del film Io e Annie di Woody Allen, il comico televisivo newyorkese Alvy Singer è in coda all’ingresso del cinema con Annie Hall, la ragazza interpretata da Diane Keaton con cui ha una relazione. Mentre i due discutono dei loro problemi di coppia, Alvy è disturbato dalle chiacchiere di un uomo in fila dietro di loro. Nel doppiaggio italiano l’uomo dice: “Ho visto l’ultimo di Fellini nei giorni scorsi, non è uno dei suoi migliori. È mancante di strutture coesive, si ha la sensazione che non sia del tutto sicuro di quello che vuole dire. Oddio, io l’ho sempre definito essenzialmente un grande tecnico del cinema. D’accordo, La strada era un buon, grandissimo film…”. Alvy si lamenta: “Io sento che mi sta per venire un colpo”. “Beh, smetti di ascoltarlo”, gli suggerisce Annie. “Smetti di ascoltarlo? Mi strilla le sue opinioni nelle orecchie!”. L’uomo nella fila riprende il suo estenuante monologo: “Mettiamo ad esempio in Giulietta degli spiriti, o nel Satyricon, io lo trovo incredibilmente… indulgente. Veramente, uno degli autori più indulgenti”. “La parola chiave è indulgente”, puntualizza uno scocciatissimo Alvy.   L’indulgenza che il saccente personaggio...

A proposito di niente / La versione di Woody

Il titolo della autobiografia di Woody Allen, A proposito di niente, uscita in questi giorni dopo bizzarre peripezie editoriali per i tipi di La nave di Teseo, gioca su un doppio senso alquanto evidente: niente – perché non sono mai avvenute, perché egli è innocente – sono le tristi vicende che lo hanno, nel 1992, messo al centro di un caso di molestie sessuali, niente è la vita, l’intera esistenza dell’universo destinata a dissolversi nella polvere senza lasciare traccia. Di modo che l’una consapevolezza diventi modellino dell’altra: A proposito di niente è il teorema che si compiace di verificare la corrispondenza fra infinitamente grande e infinitamente piccolo, i fattacci personali dell’autore e gli ingranaggi che regolano il funzionamento del mondo, riconducendoli a una medesima regola sulla quale, fin da bambino, egli ha scelto di scommettere.    Allo stesso tempo, A proposito di niente è la pervicace affermazione di un’autonomia dell’autore dalle sue opere. Da cui il posto che la sua autobiografia merita: la storia di Woody Allen non era stata finora raccontata come si deve e il libro a questo serve. Succede così che egli si diverta a sfatare alcuni miti intorno...

Cannes 2 / Quentin Tarantino Plays Itself

“L’architettura qui è molto coerente: c’è quella francese vicino a quella spagnola, vicino a quella Tudor, vicino a quella giapponese […] Qui è tutto pulito perché non buttano via la spazzatura, la riciclano negli show televisivi”. È la famosa scena di Io e Annie in cui Woody Allen si rende protagonista di una delle sue celebri tirate contro Los Angeles, la città che i newyorkesi amano odiare. O almeno questo è il luogo comune che ha contribuito a costruirne la reputazione di città per eccellenza dell’America frivola, disimpegnata, culturalmente parvenu, persino reaganiana. L’architettura e l’urbanistica sono come spesso accade la cartina da tornasole, e la condanna per Los Angeles è senza appello: esempio di una nuova configurazione iperurbana a misura di automobile dove non esiste unità di senso, dove gli stili abitativi si giustappongono senza regola e il kitsch la fa da padrone.    Bisognerebbe leggere Città di quarzo (Manifestolibri, 1983) di Mike Davis – uno dei più grandi saggi di geografia sociologica su una città –, o Los Angeles: l'architettura di quattro ecologie di Reyner Banham (Einaudi, 2009), o vedere il film capolavoro di Thom Andersen Los Angeles Plays...

Sulla moralità dell'arte / Artisti nell'era della nuova "inquisizione"

Si è arrivati a spulciare gli archivi dell’Università di Princeton, che raccolgono 57 anni di opere e appunti di un cineasta come Woody Allen, per decretare, senza la minima soggezione nei confronti del ridicolo, che ci troviamo di fronte a un’apoteosi di “riflessioni misogine e lascive”. Avete letto bene: nient’altro che riflessioni “misogine e lascive”. Sparita l’anatomia degli amori fra nevrotici, che raggiunse l’acme dell’efficacia narrativa in Io e Annie (1977), spariti i dilemmi etici di pellicole come Crimini e Misfatti (1989), sparita l’estetica dell’insensatezza e dell’impero del caso, che permea tutti i film del regista. Restano solo la lascivia, il libertinaggio, la licenziosità. Naturalmente, quello di Richard Morgan, autore delle valutazioni in questione per il Washington Post, è un concetto dell’opera di Allen talmente riduttivo da non necessitare l’intervento della critica d’autore per essere smontato. Basta il buonsenso. Come dire? È un giudizio che sconcerta, visto il pulpito da cui proviene, ma in sé non può far paura: siamo pur sempre nell’era dell’avventatezza e la banalizzazione fa parte delle esperienze di ogni giorno. A spaventare sono, piuttosto, gli...

Il Grande Fratello entra in noi / Marshall McLuhan. In pochi minuti passano anni

Nella primavera del 1965, seduto nel giardino di un lussuoso ristorante francese di New York, Tom Wolfe guarda ipnotizzato la cravatta a scatto, con affari di plastica applicati, che indossa Marshall McLuhan. Un tipo di cravatta, aggiunge lo scrittore, da 89 cents, con il nodo già preparato: qualcosa di dozzinale e insieme involontariamente snob. Siamo alla vigilia dell’esplosione di celebrità del professore dell’Università di Toronto. Tra qualche mese sarà trasformato in un guru, e il suo nome diventerà di colpo noto ai lettori dei giornali e delle riviste illustrate di tutto il mondo. Puntualmente, Wolfe racconta tre anni dopo la folgorante apparizione dell’astro, l’autore di Galassia Gutenberg (1962), in un lungo articolo intitolato non a caso “E se avesse ragione?”. Vi riporta una frase di McLuhan, a sua volta citata da un altro autore: “La celebrità è una persona nota per la sua notorietà”. A questa celebrità collabora, del resto, il ritratto stilato da Wolfe, impeccabile cronista mondano, in pagine folgoranti.   Lo scrittore americano – diventato a sua volta noto per aver inventato l’espressione “radical  chic” e per aver dato un perfetto ritratto degli anni...