Il tuo due per mille a doppiozero

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John Keats

(6 risultati)

Un verso, la poesia su doppiozero / Emily Dickinson, Io abito la Possibilità

Il verso apre la poesia che ha il numero 657 nelle edizioni del corpus poetico di Emily Dickinson: una piccola tessera tra le 1775 di un mosaico che raffigura le stagioni di un animatissimo tempo interiore. Un tempo del vivere che è fatto lingua poetica: in quella lingua pensare è aver cura, teneramente, dell’immagine, desiderare è contemplare quel che non c’è, ma che si mostra nella forma di un possibile, insieme luminoso e negato. Un tempo dello sguardo che, di là dalla finestra, si posa su un visibile in stato di perenne metamorfosi: il giardino ha alberi-parole, fiori-sillabe, foglie-melodie. Questo movimento che appartiene alla lingua della Dickinson, non ha una poesia particolare in cui si mostra in modo intensivo, e tanto meno un verso per dir così esemplare, un verso che, come accade per molti altri poeti, sia in grado di segnalare, quasi in emblema, le forme di una poetica. Di fatto, dovunque ci si soffermi, in questa meravigliosa, estesissima, collana di versi, c’è una vibrazione della parola poetica che coinvolge il lettore in un’esperienza dei sensi dislocata fuori dalle convenzioni, portata in un tempo che con la sua luce dissipa quello spazio del vivere cui diamo il...

Mai dare spiegazioni, mai lamentarsi / Marianne Faithfull, l’arte della resilienza

In una lettera ai fratelli George e Thomas datata 22 dicembre 1817, John Keats scrisse di aver infine compreso qual era il segreto per fare di un uomo un uomo compiuto (a Man of Achievement, l’espressione usata da Keats, maiuscole comprese): la capacità cioè di condursi nell’incertezza, nel dubbio e fra i misteri della vita senza avvertire l’irritante impulso di cercare ogni volta soccorso nei fatti e nella ragione. Riteneva che in questo Shakespeare fosse un maestro. In un poeta, scriveva Keats, il senso della bellezza trascende ogni altra considerazione, o meglio rende superflua ogni altra considerazione. E Keats chiamò questa qualità capacità negativa (negative capability).   Quando nel 2018 Marianne Faithfull decise di intitolare un disco proprio così, Negative Capability, richiamandosi a Keats e facendo sua l’ambizione di vivere con pienezza dentro una condizione di incertezza, si stava predisponendo a uno dei suoi tanti bilanci esistenziali. Dall’accumulo dei guai fisici (un tumore, l’epatite C, l’artrite, un’infezione dopo un intervento chirurgico che l’aveva costretta ad annullare una tournée), unita alla consapevolezza che l’avanzare dell’età e gli abusi di gioventù...

Vinicio Capossela / Ballata per uomini e bestie

Un suono cupo, vibrante, profondo che sembra davvero arrivare dall’inizio del mondo ci introduce subito in una grotta antica, forse siamo a Lescaux e forse anche noi guardiamo ammirati quei disegni sulla roccia, fatti da un nostro lontano antenato. Perché? Perché disegnare quegli animali, grandi bovini? Per auspicarne la cattura? Per chiedere scusa alla loro anima dopo averli uccisi? Il suono ci avvolge sempre di più e poi arriva dritto al cuore quella sorta di grido: “Uro!”. Inizia così Ballate per uomini e bestie, l’ultimo lavoro di Vinicio Capossela, con un viaggio all’inizio della nostra storia, quando “antropos sollevò la testa e dipinse uro”, animale primordiale, lontano antenato dei bovini attuali. Ma quello che Capossela ci vuole raccontare è quel gesto, quella mano che si muove per ritrarre sulla roccia ciò che aveva visto o ciò che sperava di vedere. Tramutare in segno la realtà, il mondo. Forse il primo gesto creativo della nostra specie. L’inizio dell’arte: “E cominciò a giocare il gioco di diventare uomo”.    È quindi una “bestia” a ispirare l’uomo, questo sembra volerci dire l’autore, che a questo primo pezzo dal sound corposo e pieno, fa seguire...

Utopia e Distopia nell’ultimo libro di Umberto Fiori / Le lettere di Leopardi da Londra

Nel Maggio 2010 ebbi la fortuna di ascoltare Edoardo Sanguineti a Savona (sarebbe stata l’ultima volta perché il poeta era destinato a morire di lì a pochi giorni): divagando, come amava fare, Sanguineti raccontò di un’esperienza di qualche anno prima quando, nel palazzo della sua università, alla ricerca del “giusto” ufficio cui rivolgersi, gli venne indicato lo sportello “Risorse Umane”. “Allora capii – raccontava il poeta – che il mondo non era più fatto per me ed io non ero più fatto per lui”.  L’aneddoto mi è tornato alla mente leggendo il ritratto che il protagonista dell’ultimo libro di Umberto Fiori fa di se stesso: “‘Io…penso di far parte…diciamo/che sogno di far parte di quegli uomini/che quando uno li chiama, rispondono./Che fanno quello che bisogna fare /(…) Che ti guardano/in faccia, ti salutano/con la bocca e con gli occhi,/da pari a pari. Persone che ricevono/il mondo, e lo regalano’”: l’autoritratto è quello stesso implicito nell’affermazione di Sanguineti; il mondo per cui noi siamo “risorse” alla pari di un giacimento petrolifero o minerario, è estraneo al poeta milanese come lo era al poeta di Genova.   Chi conosce la lingua poetica di Umberto Fiori sa...

Arte della memoria a Madrid / Doris Salcedo, lacrime di cristallo

Tomba di Keats, Cimitero Acattolico, Roma. Come ognun sa, John Keats e Percy Bysshe Shelley sono sepolti a pochi metri di distanza l’uno dall’altro, in una valletta di dolce verdezza al Cimitero Acattolico di Roma: all’ombra della Piramide Cestia, non lontani da Gramsci, Gadda e Amelia Rosselli. Vicini pure morirono, nel tempo più che nello spazio: men che trentenni entrambi, tra il febbraio del 1821 e il luglio del 1822. Il primo a Roma, di tisi; il secondo al largo di Portovenere, in quello poi ribattezzato Golfo dei Poeti, nel naufragio della goletta Ariel. Le rispettive lapidi (riportate, fra l’altro, nel bellissimo Tumbas di Cees Nooteboom, un paio d’anni fa tradotto da Fulvio Ferrari per Iperborea) paiono dialogare fra loro. Quella di Shelley, memore del naviglio fatale, riporta i versi celebri della Tempesta di Shakespeare – «Nothing of him that doth fade, / But doth suffer a sea change, / Into something rich and strange» –, ma sul suo destino pare impossibilmente riflettere, prima di poterlo conoscere, l’epitaffio dettato per sé dall’altro poeta, Keats: «Here lies One Whose Name was writ in Water». La sua lapide è ritta a perpendicolo sull’erba, mentre orizzontale si...

Un verso, la poesia su doppiozero / Una cosa bella è una gioia per sempre

Ci sono alcuni versi, in tutte le lingue, che sembrano vivere di luce propria. E sembrano compendiare nel loro breve respiro la vita del prisma cui appartengono: frammenti che raccolgono e custodiscono nel loro scrigno, integro, il suonosenso della poesia dalla quale provengono. Con un solo verso un poeta può mostrare il doppio nodo che lo lega al proprio tempo e al tempo che non c’è, all’accadere e all’impossibile. In un verso, in un solo verso, un poeta può rivelare il suo sguardo, in grado di rivolgersi all’enigma che è il proprio cielo interiore e al movimento delle costellazioni, alla lingua del sentire e del patire di cui diceva Leopardi e all’alfabeto degli astri di cui diceva Mallarmé. Un verso, un solo verso, può essere il cristallo in cui si specchiano gli altri versi che compongono un testo. Per questo da un verso, da un solo verso, possiamo muovere all’ascolto dell’intera poesia.   Il verso apre il poema di John Keats Endymion: “The thing of beauty is a joy for ever”. La bellezza e la gioia. Keats unisce in un solo verso la forma del visibile cui diamo il nome di bellezza e quel sentimento fortemente corporeo e insieme profondamente spirituale che è la gioia. Per...