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Ernesto Guevara 1967-2017 / Che “icona”

Che cosa trasforma un’immagine, per esempio un dipinto, in un’icona?  La Gioconda di Leonardo da Vinci è un’icona, la Primavera di Botticelli, il Cristo di Mantegna. Insomma, un dipinto, un’opera che per scelta e tradizione viene indicato come esempio alto di un’arte e come tale è poi universalmente riconosciuto come icona di quell’arte. Ma che succede con una fotografia? Il vocabolario Devoto Oli per quanto riguarda il terreno che ci interessa recita: nel linguaggio dei semiologi, messaggio affidato all'immagine. E poi aggiunge, come esempio: figura emblematica o altamente rappresentativa: Mick Jagger è l'icona del rock anni Sessanta. Insomma, anche un personaggio, collegato a un’immagine, che universalmente viene riconosciuto come un’icona del suo tempo nella sua vicenda personale e storica.   Nessuna fotografia nasce icona. Icona, un’immagine lo diventa. Per essere tale deve essere universalmente riconosciuta, e questo accade per le ragioni più disparate.  Io penso che sia proprio questo il punto: non si conosce un’icona, la si riconosce. La fotografia del miliziano di Robert Capa è diventata un’icona della guerra civile spagnola. La ragione sta ovviamente nel...

Jessica Backhaus: six degrees of freedom

A un primo sguardo non si riesce a dire nulla. Si resta in silenzio, si osservano le immagini esposte. Ci sono degli oggetti. Cosa vogliono suggerire? Da dove provengono? A chi appartengono? Sono vicini e lontani, mobili e immobili, familiari e perturbanti, immersi in un vuoto, per certi aspetti interrogante. Ogni spettatore riconosce le loro forme ma si perde nel mistero della loro presenza semplice ed ermetica: un foglio piegato sul tavolo, una lampadina, un filo. Nient’altro. Tracce.    Forse, come scriveva Marcel Proust, “l’immobilità delle cose intorno a noi è imposta loro dalla nostra certezza che sono esse e non altre, dall’immobilità del nostro pensiero nei loro confronti”. Così è l’atto di osservare le fotografie di Jessica Backhaus esposte da Micamera a Milano: costringe a una sorta di immobilità dello sguardo, simile all’azione che si compie quando si sta immobili di fronte a uno specchio, nel tentativo di comprendere il mistero del nostro volto, il punto di contatto tra soggettività e realtà.   Per questo l’immagine-oggetto di Jessica Backhaus vuole del tempo tutto per sé, perché in cambio offre nella sua completa immobilità, e in quella dello spettatore...

The Man Who Saw America / Robert Frank: la vita nell'inquadratura

The Man Who Saw America: così titolava un approfondimento dedicato a Robert Frank (Zurigo, 1924), «il più influente fotografo vivente», a cura di Nicholas Davidoff sul “New York Times Magazine” nell'estate 2015. Il riferimento corre a The Americans, un racconto di viaggio, un libro di fotografie, una mostra. Progetto iniziato on the road, su una vecchia auto scalcagnata tra il 1955 e il 1956, si impone qualche anno dopo come un grande classico di 'letteratura visiva', una ballad per immagini, pietra angolare della storia della fotografia e del reportage, testimonianza di un'epoca che ha definitivamente segnato il nostro immaginario.  In cerca di una piena realizzazione professionale come fotografo e filmmaker, Frank dalla Svizzera emigra in America nel 1947, dove lavora a lungo come fotografo di moda per “Harper's Bazaar” e come reporter freelance per diverse testate, girando il mondo dal Sudamerica (Perù, Bolivia; 1948) in Europa (Francia, Inghilterra, Spagna, Svizzera; 1949) fino ad arrivare in Egitto e Libano (1991-1992). Già negli anni '50 alcuni suoi lavori furono selezionati da Edward Steichen, fotografo, curatore e allora direttore del MoMA, per la mostra 51 American...