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Steven Connor

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Parlare e ascoltare / Quella voce che ci rende umani

È una bella serata del febbraio 1878. La sala teatrale della Royal Institution a Londra, il luogo in cui la buona società inglese si riunisce per scoprire le ultime novità della scienza, è gremita. Il pubblico osserva quasi ipnotizzato un nuovo meccanismo semplice e geniale: un ago percorre un solco di profondità variabile, inciso su un rullo avvolto nella stagnola, che viene fatto girare con una manovella, provocando così una serie di vibrazioni a una sottile membrana, collegata a sua volta a un piccolo imbuto. Nello stupore generale si sentono delle parole: Hey Diddle Diddle, the Cat and the Fiddle, pronunciate da una voce caricaturale, debolissima e soprannaturale. È una filastrocca che tutti conoscono fin da bambini, e la scelta è davvero azzeccata, perché il pubblico, sapendo a memoria le parole, può inconsciamente completare la frase, che a tratti risulta incomprensibile per i rumori di fondo. L’episodio è raccontato da Trevor Cox, professore di Ingegneria acustica all’Università di Salford, in Gran Bretagna, in A ciascuno la sua voce. Come parliamo e ascoltiamo dai Neanderthal all’intelligenza artificiale, da poco uscito per le Edizioni Dedalo. È così che nacque il primo...

Homo ferens

Homo faber, homo loquens, homo ludens, homo ridens? Macché. Homo homini lupus? Meno che mai. A caratterizzare la specie umana rispetto agli altri animali è semmai l’homo ferens, il portatore: colui il quale decide di trascinarsi dietro, con denegata scomodità, una miriade di cose inutili, o in ogni caso ben poco necessarie nella maggior parte delle situazioni quotidiane. E per questo ha viscerale bisogno di borse che li contengano.   A proporre questa tesi semiseria – il portaborse come archetipo antropologico – è Steven Connor, che in Effetti personali (Cortina, pp. 289, € 19) passa in rassegna tutti quegli oggetti che, appunto, normalmente stanno riposti in una qualsiasi borsa: bottoni, carte, pettini, occhiali, fazzoletti, chiavi, pillole, spilli, elastici, caramelle, fili e quant’altro. Connor, docente di inglese a Cambridge, offre della questione una prospettiva fortemente letteraria, dove l’esperienza personale viene rielaborata alla luce di celebri opere, del canone e non, da Shakespeare a Forster, da Yeats a Joyce, da Swift a Beckett, da Carroll a Abbott, ma anche Bachelard, Sartre e molti altri....