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Theodor Wiesengrund Adorno

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Due libri sull’autore del “Ring” / Wagner, il genio che divide

Correva l’anno 1976 e si celebrava il centenario della prima esecuzione completa del Ring des Nibelungen di Richard Wagner, quando Pierre Boulez approdò a Bayreuth per un’edizione della Tetralogia destinata a fare storia. In realtà, la storia era destinato a farla soprattutto il suo compatriota Patrice Chéreau, che aveva allora solo trentun anni, e che firmò una regia dirompente, vero e proprio spartiacque fra la tradizione e l’innovazione. Impresa tanto più sintomatica e decisiva in quanto realizzata proprio nel teatro sulla collina appena fuori dalla cittadina dell’Alta Franconia dove i riti wagneriani sembravano destinati a perpetuarsi senza scossoni. Realizzato con sofisticata articolazione “modernista”, lo spettacolo appariva ispirato dalle tesi politiche contenute nel Wagneriano perfetto di G.B. Shaw (1898): gli antichi miti germanici utilizzati da Wagner come metafora dell’aspro confronto-scontro delle classi sociali dentro al sistema capitalistico tardo ottocentesco.   Al suo primo apparire, questa lettura scatenò virulente contestazioni, che però nel giro di pochi anni si trasformarono in consenso incondizionato. Nel 1980, la conclusione del ciclo di rappresentazioni...

Costanti / Adorno e il nuovo radicalismo di destra

La ragione principale per cui Aspetti del nuovo radicalismo di destra vale la pena di essere letto non sta nella supposta preveggenza di Theodor Wiesengrund Adorno o in chissà quale ‘attualità’ spicciola del suo pensiero politico. La sua forza sta nel visualizzare un elemento che percorre il senso della politica e con cui la Germania, ma certo non solo essa, ha dovuto fare i conti prima, durante e anche dopo la Seconda Guerra Mondiale: Adorno lo chiama il demonico. Non lo dice espressamente, ma usando questo concetto come decisivo della sua diagnosi sui risorgenti movimenti di destra in Germania mobilita una categoria goethiana. Si tratta del dubbio che dietro alle costruzioni razionali, per esempio il problem solving razional-strumentale che si adopera nella politica o in economia e certamente anche nelle arti, o che si suppone governi l’ordine della natura si nasconda un sostrato irrazionale fatto di paure ancestrali, di visioni paranoiche, di pulsioni violente e di emotività fuori controllo.   L’analisi delle cause profonde dei comportamenti politici irrazionali, che caratterizzarono i movimenti della nuova destra tedesca all’altezza degli anni Sessanta del secolo scorso,...

Adorno ce l’ha con il jazz

Se c’è una questione che ha per lo più lasciato perplessi anche i più strenui difensori del pensiero filosofico di Theodor Wiesengrund Adorno è il suo giudizio negativo sul jazz. Le sue critiche alla musica d’intrattenimento in quanto espressione e prodotto dell’industria culturale possono essere accettate o, almeno, comprese senza troppe difficoltà. Certamente c’è stato chi, come Hans Robert Jauss, ha preso le distanze dall’austerità dell’estetica della negatività, che, polemizzando contro l’arte destinata al consumo di massa, ha accusato di irrilevanza e volgarità la nozione di “piacere estetico”. Secondo Adorno, infatti, quella offerta – o piuttosto: propinata – dai prodotti artistici dell’industria culturale è una esperienza degradata, “gastronomica” e “pornografica” che rinnega l’ambiguità enigmatica, utopica e scandalosa che caratterizza l’arte autentica. Tuttavia, questa tesi, per lo meno nella sua unilateralità, può senz’altro essere discussa e precisata; ma, di per sé, con buona pace di Jauss, non è ingiustificata: soprattutto se intesa alla luce dell’idea secondo cui, come Adorno scriveva riprendendo Stendhal, quella offerta dall’arte è una promesse de bonheur, non la...