Il tuo due per mille a doppiozero

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Una biografia di Paolo Morando / Eugenio Cefis, il cavaliere oscuro

È una storia italiana piena di misteri, alimentata dalla propaganda e da fonti che non sono mai state chiarite. Il giornalista Paolo Morando ha ricostruito la biografia di uno degli uomini più inquietanti del nostro passato.    1– Se scrivere una biografia è dare un ordine, e magari trovare un senso, all'accadere delle cose dentro una vita, Paolo Morando, con Eugenio Cefis. Una storia di potere e di misteri (Laterza, pag. 374), ci è riuscito alla grande. Con uno scrupolo documentario e un rigore d'esattezza esemplari.   Però, trattandosi di Cefis, la faccenda si complica. La sfida si alza. E di parecchio.  Poiché Cefis non è stato solo uno degli uomini più potenti, più temuti, più discussi, della seconda metà del Novecento italiano. Cefis è stato, anzi, continua a essere, nel nostro Paese, una leggenda inquietante.  Inchieste giudiziarie e investigazioni giornalistiche, libri e libelli e saggi, voci e illazioni. Un'immensa e composita costruzione narrativa, in corso da tempo e mai interrotta, ne ha filato e tessuto la leggenda minacciosa.  Morando ne espone l'accurato repertorio. Qui, tanto per ricordare, alcuni esempi. Cominciando dal...

Rifkin’s Festival / Woody Allen: i conti non tornano

Il protagonista dell’ultimo film di Woody Allen si chiama Mortimer ma tutti lo chiamano Mort. La Morte. Delle circostanze – tentativi di cancellazione, denigrazione, esilio etc. – che hanno determinato la produzione all’estero di Rifkin’s Festival si è praticamente già detto tutto. Di queste circostanze, Rifkin’s Festival, però – e questo si è detto meno – fa problema, sublimandole artisticamente, ovvero astraendole dalla tanto odiata concreta realtà, alla ricerca del loro valore esistenziale, delle loro grandi domande.  E conosciamo, allora, Mort, professore di cinema in pensione perennemente alle prese con il suo romanzo. Egli appare sullo schermo mentre si accinge a raccontare la sua strana avventura allo psicanalista, nella cui posizione Allen sceglie di collocare proprio lo spettatore, come a dire che toccherà al pubblico il compito di trarre le conseguenze di quanto raccontato. Il film si trasforma, quindi, in un lungo flashback che dallo studio dello strizzacervelli si sposta fino in Spagna, nella bella San Sebastian, illuminata per l’occasione da Vittorio Storaro. Tutto ha, infatti, inizio quando Mort accetta di seguire la propria moglie al festival del cinema della...

Storia d'Italia attraverso i sentimenti (11) / Don Roberto Sardelli: la vita dei baraccati

Sul volto affilato di don Roberto Sardelli ho visto impresso il coraggio, più di ogni altro sentimento. Il coraggio, e una forza ostinata, irriducibile: quella dell’uomo che reclama e grida giustizia, e non per sé ma per altri. “Non tacere” è la parola-chiave che circoscrive il nucleo del suo agire, ed è anche il fondamento della sua pratica pedagogica. Non posso tacere perché ho visto e ho vissuto, sembra dire don Sardelli, perché ho condiviso la vita dei baraccati dell’Acquedotto Felice, una discarica di umanità, per anni la macchia nera di ogni piano di modernizzazione di una città che a lungo ha cercato di non vedere. Cominciare a parlare è l’inizio di un itinerario di riscatto. Prendere la parola, scoperchiare la pietra tombale della sottomissione, può voler dire diventare protagonisti della propria vita. Questo ha insegnato don Sardelli ai bambini della sua scuola, la “725”, dal numero della baracca che la scuola occupava. Le loro voci, prima deboli, impastate da un lungo silenzio, poi sempre più forti e distinte, hanno vinto la sordità di un’intera città.   La città è Roma, sul finire degli anni sessanta e i primi settanta. Il quartiere è l’Appio Claudio, tra san...

Settantacinque anni / Le madri della Costituzione

Mettere insieme una costituzione è un compito serio e importante. La costituzione è una delle istituzioni essenziali dello stato moderno, quella che lo costituisce, appunto, che presenta le condizioni necessarie per il suo esserci, il suo stare. Ora stare, stato, istituzione e costituzione fanno parte, insieme a molte altre parole, della famiglia di termini legati all’idea di stabilità e derivati dal verbo greco ἵστημι, hístemi, stare, stare in piedi, tenersi eretti. E già ci rendiamo conto che verticalità e stabilità non sono ritenute faccende da donne, le quali sono sempre un po’ inclinate, di sbieco, e comunque instabili e volubili e mutanti d’accento e di pensier.  Anche fondare uno stato, o anche una semplice città, è una attività importante, seria e costitutiva. Siamo sempre all’interno della famiglia delle idee e delle parole solide, giacché fondare vuol dire poggiare una costruzione sul fondo stabile di un terreno scavato, per esempio dall’aratro di Romolo. Anche fondare uno stato o una città non è faccenda di donne e infatti di donne fondatrici non ce ne sono a parte la famosa Didone che fondò, grazie all’astuzia della pelle di toro, la città di Cartagine. Sì, però...

Mudec Milano / Tina Modotti dal Messico a Stalin

Dopo la forzata pausa della pandemia, il Mudec ha riaperto con Tina Modotti. Donne, Messico e libertà, a cura di Biba Giacchetti. L’esposizione segue una linea tematica che scandisce le diverse tappe del percorso artistico della Modotti, in un arco temporale che va dal 1924 al 1930. Si possono vedere un centinaio di fotografie, stampe originali ai sali d'argento degli anni Settanta, realizzate a partire dai negativi. Se Tina Modotti, abituata alla luce di Città del Messico, si lamentava che quella di Berlino rendeva le sue foto sottoesposte, considerato lo spropositato numero di mostre a lei dedicate, oggi forse si sarebbe lamentata di una sovraesposizione mediatica. In un tale contesto è estremamente difficile pensare a una mostra che abbia anche solo l’ambizione di dire cose nuove, se non originali. Nonostante queste premesse, bisogna prendere atto del buon lavoro svolto dalla curatrice e dai suoi collaboratori, con un allestimento che rende ben leggibili le opere esposte, arricchite da precisi riferimenti storici.    Osservare le sue fotografie, e soprattutto quelle scattate intorno al 1929, l’apice della sua breve carriera di fotografa, fa sorgere molti interrogativi...

Storia di un’educazione / Mary de Rachewiltz: Ezra Pound, mio padre

In una poesia intitolata L’economia amorosa Mary de Rachewiltz concentra in versi buona parte dei motivi delle sue memorie, Discrezioni. Un titolo calzante non solo per l’intera raccolta di poesie di cui è parte, ma anche per cogliere il tono e il contenuto della scrittura autobiografica e collegare la poesia della figlia a quella del padre, Ezra Pound. Fedele ai dettami paterni secondo i quali la poesia deve essere fatta di “dettagli luminosi” e di immagini ideogrammatiche giustapposte, in L’economia amorosa è la nitida concretezza e “l’invisibile parlare” degli oggetti a imporsi: in questo caso una gonna consunta nelle cui tasche si raccolgono sopravvivenze testimoniali di momenti amorosi, granelli di sabbia e conchiglie, tasselli di mosaico romano, “amare radici di felci d’Irlanda”. Al di là della metafora, perché coniugare amore e economia, termini all’apparenza incongruenti?   Oltre all’amor cortese, il titolo richiama un famoso articolo di Pound, Nuova economia editoriale. Verso la fine degli anni trenta Pound, nel pieno dei suoi fervori per gli studi di economia e per le traduzioni di Confucio, pubblica con Scheiwiller un minilibro in inglese intolato Kung Fu Tseu, un...

Cosa succede in Palestina - 3 / Gli ebrei e Israele

C’è un vecchio adagio del Talmud, mare magnum della tradizione ebraica la cui redazione finale si situa intorno al V secolo, che dice più o meno così: “tutto Israele è coinvolto vicendevolmente, l’uno per l’altro”. È una frase cruciale che imprime di fatto tutta la storia del popolo d’Israele almeno a partire dal 70 dell’era volgare, l’anno cioè in cui i Romani distrussero il tempio di Gerusalemme (unico luogo di culto per tutto il popolo, situato su quell’immenso terrapieno dove spicca oggi la Cupola d’Oro) e ridussero all’esilio coatto gli ebrei, inaugurando la seconda, lunghissima Diaspora. Da quel giorno la vita d’Israele assume una condizione molto particolare, come sospesa sul filo della Storia (che in ebraico è detta con un plurale femminile, toledot, alla lettera “generazioni”, cioè nascere, riprodursi, morire), privata di quei connotati che abitualmente definiscono un’identità nazionale: terra, patria, autonomia, autodeterminazione. È una condizione complessa, che in realtà non si riduce semplicemente a quel binomio che definisce la parola “diaspora” – cioè esilio e dispersione al tempo stesso.   C’è dell’altro, di più: la consapevolezza di un passato e della...

Il vincitore del premio Goncourt 2020 / L’anomalia di Hervé Le Tellier

L’anomalia di Hervé Le Tellier è un romanzo a forte impianto sperimentale che combina una trama labirintica a una varietà di interrogativi morali che certo non agevolano una lettura svagata. Dopo una partenza in sordina, grazie alla vittoria del premio Goncourt lo scorso novembre, il libro ha superato le 820.000 copie vendute in Francia a inizio gennaio eguagliando, in quanto a cifre e successo di pubblico, il fenomeno Duras. Attualmente è in corso di traduzione in 34 paesi e ne è da poco stato annunciato un adattamento a puntate per la televisione prodotto da 247 Film. La cosa non sorprende, dato che L’anomalia ha tutti i presupposti della narrazione seriale contemporanea: tanti e diversi personaggi che creano un effetto corale, a più voci. Un incidente scatenante sbalorditivo e dalle conseguenze del tutto imprevedibili; e soprattutto una struttura avvincente e mai banale, che mantiene una tensione ascendente per tutto l’arco della storia lasciando il lettore con il fiato sospeso sino alla battuta conclusiva.   La premessa che dà origine alla narrazione è alquanto temeraria e si colloca nel genere moderno della fiction fantascientifica. Un volo Air France Parigi-New York...

Italian Life / Tim Parks: l'infelicità in Italia è l'esclusione

Perché all’università il voto più alto che si può prendere a un esame è trenta, mentre alla discussione di laurea è centodieci, lodi a parte? Non avrebbe più senso che entrambe le valutazioni fossero espresse, che so, su una scala che va da zero a cento, o da uno a dieci? Queste sono domande che probabilmente molti di noi, nativi italiani, non si sono mai posti, forse perché è sempre stato così, e le cose che sono così da sempre sembrano naturali, come devono essere. Ma se uno è nato e cresciuto in un altro paese e ha frequentato altri sistemi scolastici, questo bizzarro modo di valutare salta subito agli occhi, così come a un italiano sembra illogico e inutilmente complicato il sistema di misurazione anglosassone fatto di pollici, piedi, iarde e miglia. Sono le tipiche domande che scaturiscono dalla curiosità stupita dello straniero, curiosità che lo spinge a chiedersi il perché delle cose, un po’ come fanno i bambini, quando cominciano a interrogarsi sul mondo, e partono con la sequela interminabile dei perché che mette alle corde i genitori.   Tim Parks, nel suo ultimo libro, Italian Life (2021) – uscito a distanza di pochi mesi in inglese da Vintage (2020), e da Rizzoli...

Diario (6) / Dovete morire!

“Dovete morire!”. Così ha risposto un’adolescente, senza pietà, a una signora anziana che rimproverava lei e i suoi compagni di non portare la mascherina e di stare abbracciati. La signora anziana, dall’alto del balcone, si lamentava guardando i giovani lì in basso che non rispettavano le regole, “non siete responsabili!”, gridava. I ragazzi sono stati per un poco ad ascoltarla, sorridendo tra loro, poi la più sfrontata, una testa di riccioli biondi e il dito puntato verso il balcone: “Dovete morire!”.   La scena è avvenuta a Ravenna, non lontano dalla tomba di Dante Alighieri, quella tomba di cui abbiamo raccontato domenica scorsa le tumultuose vicende, legate alle ossa del poeta. Sempre di morte si tratta…   Già. Le regole, il covid: tutto giusto. Dobbiamo essere responsabili, e figurarsi se non debbono esserlo i più giovani, e ascoltare la voce della ragione che li sgrida dall’alto di un balcone del centro storico. Ma anche chiederci: cos’è la “responsabilità” che chiediamo agli adolescenti, in un mondo di adulti sciagurati e irresponsabili? Cos’è la “responsabilità” in un mondo che, a parole, predica e proclama i grandi “valori”, ma nella pratica idolatra il denaro e...

Un grande scrittore / Mircea Cartarescu, evadere dalla realtà

"Ci siamo ripresi lentamente, come da un viaggio mistico o eroinico, siamo crollati in noi stessi (...) consunti e devastati": potrebbe essere questa, rubata a Mircea Cartarescu, l'espressione giusta per descrivere il senso di stordimento che si prova alla fine delle novecentotrentasette pagine del suo romanzo Solenoide (Il Saggiatore, 2021). Lui la scrive quasi in fondo, dopo nove pagine scioccanti, che riportano solo la parola "aiuto!". Un grido unanime che sembrava "essere esploso da un milione di trachee, come dalle canne d'organo della sofferenza umana". Sfogliarle nove volte e leggere solo questa invocazione "aiuto!" fa l'effetto paradossale di un intervallo che, invece di dare tregua all'angoscia che il protagonista trasferisce implacabile sui lettori, la rende materiale, ripetendo duemilaquattrocentottanta volte "l'unica parola che accoglie in sé tutto il fallimento della nostra solitudine", un coro grandioso "che unificava in un pulsare unanime l'uomo e la donna, lo schiavo e l'uomo libero, il ricco e il povero, il creativo e l'inetto, l'onesto e l'infame, lo scrittore e il lettore". E leggerle, di seguito, come si leggerebbero le righe che raccontano la storia, invece di...

Un’altra stagione / Il teatro, ritorni in sala

“A coloro che, innumerevolmente innumerevoli, non capiscono molto né della mancata apertura di alcuni teatri, né dei movimenti di protesta che li occupano, né di ciò che a loro si oppone, né di ciò che li unisce”. A tutti costoro il drammaturgo Wajdi Mouawad, direttore del Théâtre National de la Colline di Parigi, dedica il suo Manifesto pubblicato il 20 maggio 2021.  È trascorso un anno da quando, su queste pagine, riportando qualche pensiero sul diario di quarantena di Mouawad, scrivevo come la parola condivisa avrebbe potuto rappresentare la chiave della ripartenza delle scene teatrali e, più in generale, della condivisione culturale. Era quasi estate, siamo tornati nelle sale e nelle arene all’aperto, è stata questione di qualche mese, poi il virus ha fermato tutto, ancora. Questo altro anno di sospensione ci ha fatto supporre che la possibilità e forse il desiderio stesso della nostra compresenza potesse rappresentare, come una debolezza carnale qualunque, quella trappola che avrebbe reso necessario un nuovo confinamento. La sospensione si è installata sul teatro come una nebbia che nessuno riusciva a immaginare come e quando si sarebbe risollevata. Come scrive Mouawad,...

Un esordio narrativo / Maddalena Fingerle. Lingua madre

Paolo Prescher, il protagonista di Lingua madre, romanzo vincitore del premio Calvino 2020 ora stampato dall’editore Italo Svevo, vive a Bolzano, ha un padre che non parla, una madre e una sorella che parlano troppo e male e nel nome un anagramma (“parole sporche”) che è condanna e profezia. Fin da bambino Paolo è ossessionato dalle parole, “parola”, non “mamma”, è la sua prima parola; per lui le parole hanno colori, odori, sapori, sensazioni: “alcune parole tolgono la fame perché riempiono lo stomaco, anche al di là della cadenza e della dizione. Globo, per esempio, è un pasto completo, aiuola è un capriccio come lo zucchero filato e riempie la bocca, e poi ci sono le parole liquide che ti rinfrescano e ti dissetano, come glicine, e quelle che sono come le merende o uno spuntino, e tra queste c’è intonaco che ti impasta la bocca ma è bello come lo fa. Ci sono anche le parole che vanno di traverso, come biglia, che fa fatica a scendere ma quando scende la senti nella pancia. E dipende tanto anche da chi le pronuncia”. Ma soprattutto le parole possono essere pulite o sporche e quando si sporcano le parole si sporca tutto, anche i pensieri che per esistere devono appoggiarvisi. Le...

Complex TV / Zero e le serie teen

Gli ultimi dati per contare quanti giovani di seconda generazione vivono oggi in Italia, sentendosi italiani e non sempre ottenendo cittadinanza italiana, sono quelli dello studio Istat "Identità e percorsi di integrazione delle seconde generazioni in Italia", del 2020: sono un milione e trecentosedicimila (1.316.000), un numero davvero rilevante, pari al 13% dei minorenni che hanno da 0 a 17 anni! Il 37,8%, di loro – come ha riportato un post su Instagram del team social del “Sole24Ore” AlleyOop –, si sente a tutti gli effetti italiano, mentre i restanti si sentono ancora “stranieri” oppure hanno identità incerta. Il 49,5% ricorda episodi di discriminazione soft o decisamente di bullismo vero e proprio, e, se devo dire la mia impressione, basandomi su una mia raccolta di interviste a diversi esponenti di questo mondo di quasi italiani, la stragrande maggioranza di loro, più al liceo che nella primaria o nella media, ha patito disagi dovuti soprattutto al colore scuro della loro pelle, e ai capelli crespi; tutti i musulmani, in particolare le ragazze che scelgono di indossare l’hijab alla raggiunta maturità sessuale, sono esposti a svariate forme di intimidazione, o curiosità...

Artpod / Atelier dell’Errore | Trofallassi

«La gomma da cancellare è bandita». Questo è il semplicissimo precetto cui si devono attenere i giovanissimi artisti dell’Atelier dell’errore. Grazie ad esso si ribadisce un antico modo di intendere l’arte: essa deve essere “imitazione” della natura. Se ci si asterrà dal cancellare, ad essere replicata fedelmente non sarà però la natura del “naturalismo”. Non sarà la natura-Forma, la natura-Idea, la natura-paterna (come insegna Platone, l’Idea, la Forma a dispetto della grammatica, appartengono all’ordine simbolico del Padre). Non sarà la natura espressione rassicurante di una razionalità superiore. Gli artisti dell’Atelier portano in scena un’altra natura. La loro natura è la natura naturans,  è la natura generante, quella che ha nel cambiamento, nella eterogeneità, nella disseminazione e nella proliferazione incontrollata, nella mancanza di scopi e di umane ragioni, e, infine, nella “mostruosità” il suo essere proprio. È la natura-evento, la natura madre-matrice di mostri, la natura virale.   L’opera che qui si commenta ne è testimonianza. Azzardiamone un’ekphrasis: sulla scena, faticosamente contenuta nel limite istituzionale della cornice, c’è il procedere di...

Verso Paradiso / Sulle orme di Dante: da Ravenna a Timisoara

L’ombrosa Zona dantesca (o Zona del Silenzio) attorno alla tomba del poeta e alla Basilica di San Francesco è diventata fin da subito il mio rifugio dal sole preferito durante le incantevoli visite a Ravenna. Naturalmente la tomba stessa è una meraviglia, un simbolo degli omaggi al Sommo Poeta di cui ricorre quest’anno il settecentenario dalla morte. Soltanto guardare il piccolo giardino a destra del monumento mi riempie di pace. Essendo cresciuta in Romania e avendo poi vissuto più della metà della mia vita in Austria, i versi della Divina Commedia non mi erano familiari. Inutile dire che conoscevo il contenuto del capolavoro dantesco, ma non lo avevo mai studiato a scuola, come per esempio il Faust di Goethe o La stella della sera di Mihai Eminescu, un poema narrativo in 98 strofe – che mia madre conosceva interamente a memoria.   Così è stato proprio a Ravenna che è cominciato il mio viaggio di approfondimento nel lavoro di Dante, grazie a Marco Martinelli e Ermanna Montanari. La loro scelta di versi dalla Divina Commedia mi ha invogliato a leggerla per intero. Ho sempre temuto che senza una guida, non ci sarei riuscita. Ma Marco e Ermanna si sono dimostrati due guide...

Niente di antico sotto il sole / Luigi Ghirri, né genius loci né postmoderno

Luigi Ghirri è in automobile in compagnia di un amico appena ritornato dall’Africa. Arrivati all’altezza di Luzzara, mentre il loro sguardo scorre sulla pianura, dove i colori della terra e degli alberi tendono a confondersi con quelli del cielo dell’autunno avanzato, Ghirri dice ad alta voce: “Però non mi dispiacerebbe abitare in questi luoghi”. L’amico gli risponde che invece a lui quei luoghi impauriscono più dell’Africa. Ghirri non replica e pensa stupito a questa reazione di timore e panico verso la distesa pianeggiante: i campi arati sono più inospitali dei deserti africani e i pioppeti più infidi e misteriosi della giungla? Sorride tra sé e sé alla reazione dell’amico, e pensa: forse l’imprevisto si è trasferito in queste strade di campagna? Alla fine, guardando con più attenzione all’intorno, si convince che l’Avventura abita veramente la carreggiata e il ciglio della strada, e che sono proprio questi i luoghi deputati per ogni sorta di avventura e sorpresa.      Questo breve episodio apre un testo di Luigi Ghirri intitolato Un cancello sul fiume pubblicato nel 1987 e raccolto nel volume Niente di antico sotto il sole. Scritti e interviste (Quodlibet, pp.347...

Felini / La clessidra di Aarhus e il gatto della porta accanto

Qualche giorno fa girava su internet un breve video degli abitanti della città di Aarhus, in Danimarca, a passeggio nel 1902. La notizia stava nel colore: il video originariamente in bianco e nero, si può vedere adesso a colori. E questo cambia tutto. Perché gli abitanti di Aarhus diventano molto più simili a noi. A centoventi anni di distanza siamo sicuri che tutto ciò che in quel video si muoveva, adesso non lo fa più. Insomma, siamo sicuri che sono tutti finiti al cimitero. Dagli adulti ai ragazzi, fino ai neonati nelle carrozzine. Eppure allora erano vivi e frenetici come noi: la loro colorata somiglianza con ciò che possiamo vedere nelle nostre città, a parte il décor e l’abbigliamento diversi, ci colpisce come un messaggio insieme vitale e funebre. Sono tornate eccezionalmente vive, tutte quelle persone sconosciute, nel nostro presente. Mentre il loro passato, che per un attimo torna a colorarsi, è come se ci afferrasse per i capelli dicendoci: tra poco toccherà anche a voi.      Ma quello che mi interessa, in quel video, è l’irruzione a un certo punto di un cane. L’inquadratura filma i passanti che camminano verso la cinepresa fissa, prima in lontananza,...

Una conversazione con Ariella Aïsha Azoulay / Che cosa sta succedendo in Palestina? (2)

Maria Nadotti: Che cosa sta succedendo esattamente in Palestina? I media occidentali, prigionieri di uno schema interpretativo ‘prudente’ e a dir poco obsoleto, ripetono luoghi comuni che non fanno luce sul presente e non si sbilanciano sul futuro. A.A.A.: Ci sono persone più adatte di me a commentare l’attuale situazione, soprattutto tra i palestinesi: come Lana Tatour, Noura Erakat o Salman Abu Sitta. I palestinesi si stanno ribellando contro il colonialismo sionista nell’intera Palestina. Lottano contro gli stessi meccanismi coloniali, brutali e oppressivi, che per decenni li hanno derubati e sottomessi. Ciò che rende diverso questo momento storico è il supporto globale che stanno ricevendo i palestinesi.     Questo supporto è la testimonianza di fratture sempre più evidenti nel sistema di propaganda israeliano, che per anni è riuscito a imporre la chiave di lettura entro la quale discutere di questo regime di violenza, utilizzando termini come “conflitto” e “due lati” (della questione). Dal 1948 i palestinesi lottano per la loro libertà e per il diritto al ritorno in Palestina, e le loro richieste di oggi non fanno altro che reiterare quelle avanzate fin da quando...

Il caos da cui veniamo e L'estate che sciolse ogni cosa / Tiffany McDaniel, la serie Tv fatta romanzo

Prendi una buona quantità di trascendentalismo, aggiungi una dose di puritanesimo, cospargi sopra della genuina wilderness che negli Usa sta bene su tutto e spruzza un po’ di realismo magico di marca latinoamericana: ecco Tiffany McDaniel, astro emergente dell’Ohio (quindi America profonda: della provincia ad avanzamento ridotto) che in Italia osserviamo meglio con la lente del “gotico rurale”, dal titolo di un libro di Eraldo Baldini che ha fatto da apripista a un genere al quale contenuto e specificazione hanno anche dato Niccolò Ammaniti e la “scuola di Bologna”, da Carlo Lucarelli in avanti. La formula è sempre quella: il bosco dei misteri arcani, il remoto villaggio delle coscienze ottuse e in mezzo tanto sangue di vittime innocenti e sacrificali. Se poi il modello integra elementi razziali, magari virati dal lato dei pellerossa, che non a caso nella McDaniel diventano dalla pelle scura, il prodotto noir e splatter è completo anche dei fattori tipici della cultura americana. O quasi, giacché manca ancora il più classico degli eccipienti: il demoniaco.   È un fatto che all’orizzonte di un autore americano si stagli a diverse distanze il campanile di Salem, attorno al...

Diario (5) / Il furto delle ossa di Dante

Chi la conosce la storia delle ossa di Dante? Di come furono abilmente trafugate e nascoste dai frati della basilica ravennate di San Francesco, in una notte del 1519, per non consegnarle alla delegazione del papa Leone X e dei fiorentini che volevano riportarle in patria? La vicenda ha il sapore di un thriller politico-religioso, con risvolti burleschi: i francescani contro il Vaticano! I francescani ladri delle ossa! Delle “brave persone”, così li definiva sogghignando mio padre, divertendosi e divertendomi nel raccontarmene la storia, quando ero poco più che un bambino.    Storia che cominciava così: a metà del Trecento, Firenze e Ravenna nutrono verso il poeta sentimenti opposti, per la prima Dante rimane un fuorilegge, la seconda lo venera come lo scrittore che ha onorato la città con la sua presenza. Le copie della Commedia circolano ormai in tutta Italia, e sono diverse le famiglie fiorentine che apprendono di avere un amico o un parente relegato “all’inferno” da quel nemico della patria. Come perdonarlo? Si tenta di cancellare la memoria del “traditore”, ma invano. La fama di Dante cresce: a 40 anni dalla morte, Boccaccio scrive il Trattatello in laude di Dante,...

Atlante dei luoghi con storie dimenticate. Foglio 01 / Il bambino conficcato nella neve

“Vergine Santa! Dov’è il bambino?”. Il carro avanza in silenzio nella neve che attutisce i rumori. Una luce plumbea lo avvolge illuminando le prime case di Gozzano e il colle sul quale sorge la basilica di San Giuliano, dove padrino e madrina portano il neonato dei coniugi Alliata per il battesimo. Il bambino in fasce è adagiato su un cuscino cerimoniale stretto ai lati da un nastro, come si usava nella seconda metà dell’Ottocento. Dopo la cerimonia il gruppo fa ritorno, sostando ogni tanto nelle osterie del paese per scaldarsi e festeggiare. Tornati a casa, padrino e madrina si accorgono che il bambino non è più nel cuscino. Disperati tornano sui loro passi e lo ritrovano conficcato verticalmente nella neve. Era scivolato cadendo in piedi. Nel punto esatto in cui era caduto nella neve gli Alliata erigono una cappella votiva per grazia ricevuta.   Edicola Alliata a margine della Strada Provinciale 229 (coordinate GPS 45.73968664506187, 8.438756199242874). L’infiggersi verticale nel cielo dal quale proviene la neve e al tempo stesso nella terra sulla quale si è steso il suo manto è un’immagine rara e insolita di un mito diffuso a ogni latitudine: la proiezione del cielo...

Una conversazione con Jamil Hilal / Che cosa sta succedendo in Palestina?

Maria Nadotti: Che cosa sta succedendo esattamente in Palestina? I media occidentali, prigionieri di uno schema interpretativo ‘prudente’ e a dir poco obsoleto, ripetono luoghi comuni che non fanno luce sul presente e non si sbilanciano sul futuro.   Jamil Hilal: Quello che succede oggi in Palestina, e con questo intendo l’intera Palestina, quale esisteva ed era così chiamata prima della fondazione di Israele nel 1948 sul 78% di quel territorio, è, in parole povere, un’insurrezione contro un regime coloniale e di apartheid. La rivolta è iniziata all’inizio di questo mese con la protesta di alcune famiglie contro lo sfratto forzato dalle loro case a Gerusalemme (Shieck Jarrah). A queste si sono aggiunti coloro il cui il diritto di preghiera nella moschea di Alqsa era stato interdetto dall’esercito e dai coloni israeliani. I palestinesi che abitano in Israele (e hanno cittadinanza israeliana) si sono uniti alla rivolta in solidarietà, quando coloni e fanatici ebreo-israeliani di estrema destra hanno incominciato ad attaccarli per il semplice fatto di essere palestinesi. L’insurrezione si è estesa all’intera Cisgiordania (West Bank), che è attualmente colonizzata da più di 750...

Il Čechov di Morganti / Festino in tempo di peste

“Tutto era musica, il modo di alzare e posare i piedi, certi movimenti, il modo di correre e di star fermi, di aggrupparsi, le loro combinazioni di danza quando, per esempio, uno posava le zampe anteriori sulla schiena dell'altro e poi si allineavano (…) o quando strisciando col ventre quasi per terra formavano figure intrecciate e non sbagliavano mai.” Così scriveva Franz Kafka in uno dei suoi ultimi racconti, Indagini di un cane, nato dall'impressione che gli aveva suscitato il grande e povero teatro della compagnia yiddish guidata da Jinizchak Löwy. Tutto è musica, quasi nello stesso modo – cani a parte – in Le nozze di Čechov che Claudio Morganti ha portato in scena al Fabbricone di Prato con gli attori del Gruppo di Lavoro Artistico del Met; e lo è fin dal primo momento, quando, facendo scricchiolare il silenzio come la giuntura di un vecchio armadio, Roberto Abbiati si presenta sul proscenio, gli occhi sgranati, il volto lunare da clown esposto al pubblico, e ingaggia con un malandato contrabbasso a cui è rimasta solo una corda uno dei suoi dialoghi borbottati alla Mac Ronay. Poi sale sul podio sistemato sulla destra della scena, rassegnato one man band chiamato a...