Il tuo due per mille a doppiozero

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Costume

(881 risultati)

Un importante libro di Joseph LeDoux / La lunga storia di noi stessi

“Io sostengo che le emozioni siano specializzazioni umane [ndr: quindi non degli altri animali, non del nostro cane o del gatto del vicino, non dei mammiferi e dei primati a noi più vicini e nemmeno dei delfini] rese possibili dalle capacità uniche del nostro cervello. Non potrebbero esistere nella forma in cui le sperimentiamo se i nostri più antichi antenati ominidi non avessero sviluppato un linguaggio, un ragionamento relazionale gerarchico, una coscienza noetica e una coscienza autonoetica riflessiva”. Nessun sé, nessun linguaggio: nessuna emozione. Affermazione impegnativa, quella della separazione della storia delle emozioni e di altri stati di coscienza dalla storia profonda dei circuiti di sopravvivenza, per sostenere la quale Joseph LeDoux ci invita a seguirlo in una saga evolutiva durata 4 miliardi di anni. Infatti, solo conoscendo La lunga storia di noi stessi, titolo del volume pubblicato da Raffaello Cortina nel 2020 (l’originale è del 2019), possiamo veramente capire chi siamo e come siamo arrivati a questo punto. E il prezzo del biglietto vale il viaggio: leggere per credere.   Scienziato di parola, Joseph LeDoux – il cui Ansia, di cinque anni precedente, è...

Un libro di Delphine Horvilleur / Nudità e pudore. La misoginia religiosa

È difficile negare che esista un nesso tra misoginia e religione. Le cinquanta studentesse morte in un attentato contro la loro scuola a Kabul ne sono la più recente tragica conferma. Siccome questo e molti altri episodi simili sono accaduti in Paesi islamici fondamentalisti e in società culturalmente arretrate, spesso pensiamo che la misoginia sia una caratteristica dell'islam mentre, in realtà, è presente anche in ambito ebraico e cristiano, per limitarci ai tre monoteismi. Le sfumature sono diverse, ma gli effetti ci sono ovunque.  La discriminazione contro cui una stanchissima Rosa Parks si ribellò nel 1955 in un'America ancora incredibilmente razzista, rifiutandosi di cedere il proprio posto in autobus a un bianco, si è manifestata recentemente sotto forma di discriminazione sessuale in Israele sull'autobus Ashdod-Gerusalemme, quando un ultra-ortodosso ha invitato una giovane donna seduta dietro all'autista a spostarsi in fondo, nei posti riservati alle donne (per inciso, i più disagevoli, quelli in cui ci si sente male più facilmente). Ne nacque un caso che suscitò grande indignazione nel Paese, stigmatizzato dal governo e dalla maggioranza dell'opinione pubblica....

Kübra Gümüsay, Lingua e essere / Parlare sempre e non comunicare mai

Ultimamente di parole si è parlato parecchio: si è detto che sono importanti e si è detto che valgono una risata. Si è detto che sono libere e si è detto che si prendono troppe libertà. Si è soprattutto discusso su chi può dirle, e chi deve sentirsele dire.   È stato un caso fortuito, perché solitamente non pensiamo mai alle parole, le usiamo e basta, e questa contraddizione intrinseca – non pensare alle parole, che di fatto compongono il nostro pensiero – è in realtà coerente con il modo in cui le trattiamo. Scriviamo continuamente, ossessivamente, più che in qualsiasi altra epoca: messaggi, mail, tweets, captions, commenti. Parliamo in modo compulsivo, vorace, spesso del tutto egocentrico, e ci ingozziamo delle parole altrui, bulimicamente, decontestualizzandone il senso, interagendo attraverso uno schermo, disabituati a empatizzare gli uni con gli altri. Le parole sono oggetto del nostro consumo quotidiano. Le appiattiamo, le mangiamo, le buttiamo via. Le indossiamo sulle t–shirt nella speranza che ci definiscano agli occhi degli altri. Le mettiamo in fila su una caption per accompagnare una foto il cui scatto abbiamo orchestrato attentamente. Le affidiamo a un vocale...

Un libro di Asher Colombo / La solitudine di chi resta

A partire da febbraio 2020, a causa del repentino inizio della pandemia da Covid-19, sono aumentate in maniera esponenziale le riflessioni – sulle pagine dei quotidiani, durante le trasmissioni radiofoniche, nei convegni universitari, ecc. – relative al modo di intendere, di affrontare e di vivere la mortalità propria e delle persone amate, tanto da un punto di vista prettamente individuale quanto da uno più collettivo. Per un anno intero abbiamo messo in relazione le analisi dei comportamenti dei cittadini, sottoposti al rischio del contagio e dunque costretti a un isolamento casalingo forzato, con la loro specifica consapevolezza – acquisita man mano – del legame vigente tra la vita e la morte. È innegabile, per esempio, l’incidenza della decennale rimozione sociale e culturale della morte sugli atteggiamenti più irrazionali che abbiamo avuto modo di osservare durante gli ultimi mesi: da una parte, l’esasperazione patologica dell’autoisolamento che, nei fatti, si è tradotta in un autentico terrore di uscire di casa e dall’altra, viceversa, una baldanzosa esposizione del proprio scetticismo nei confronti delle regole imposte, la quale spesso è sfociata in un deleterio...

Cosa succede in Palestina - 3 / Gli ebrei e Israele

C’è un vecchio adagio del Talmud, mare magnum della tradizione ebraica la cui redazione finale si situa intorno al V secolo, che dice più o meno così: “tutto Israele è coinvolto vicendevolmente, l’uno per l’altro”. È una frase cruciale che imprime di fatto tutta la storia del popolo d’Israele almeno a partire dal 70 dell’era volgare, l’anno cioè in cui i Romani distrussero il tempio di Gerusalemme (unico luogo di culto per tutto il popolo, situato su quell’immenso terrapieno dove spicca oggi la Cupola d’Oro) e ridussero all’esilio coatto gli ebrei, inaugurando la seconda, lunghissima Diaspora. Da quel giorno la vita d’Israele assume una condizione molto particolare, come sospesa sul filo della Storia (che in ebraico è detta con un plurale femminile, toledot, alla lettera “generazioni”, cioè nascere, riprodursi, morire), privata di quei connotati che abitualmente definiscono un’identità nazionale: terra, patria, autonomia, autodeterminazione. È una condizione complessa, che in realtà non si riduce semplicemente a quel binomio che definisce la parola “diaspora” – cioè esilio e dispersione al tempo stesso.   C’è dell’altro, di più: la consapevolezza di un passato e della...

Italian Life / Tim Parks: l'infelicità in Italia è l'esclusione

Perché all’università il voto più alto che si può prendere a un esame è trenta, mentre alla discussione di laurea è centodieci, lodi a parte? Non avrebbe più senso che entrambe le valutazioni fossero espresse, che so, su una scala che va da zero a cento, o da uno a dieci? Queste sono domande che probabilmente molti di noi, nativi italiani, non si sono mai posti, forse perché è sempre stato così, e le cose che sono così da sempre sembrano naturali, come devono essere. Ma se uno è nato e cresciuto in un altro paese e ha frequentato altri sistemi scolastici, questo bizzarro modo di valutare salta subito agli occhi, così come a un italiano sembra illogico e inutilmente complicato il sistema di misurazione anglosassone fatto di pollici, piedi, iarde e miglia. Sono le tipiche domande che scaturiscono dalla curiosità stupita dello straniero, curiosità che lo spinge a chiedersi il perché delle cose, un po’ come fanno i bambini, quando cominciano a interrogarsi sul mondo, e partono con la sequela interminabile dei perché che mette alle corde i genitori.   Tim Parks, nel suo ultimo libro, Italian Life (2021) – uscito a distanza di pochi mesi in inglese da Vintage (2020), e da Rizzoli...

Artpod / Exploring materials | Evgeny Antufiev

“Ero ancora un piccolo feto nel ventre di mia madre quando le persone paurose cominciarono a chiedere di me: tutti i figli partoriti da mamma fino a quel momento erano di traverso ed erano venuti al mondo morti. Non appena mamma si rese conto di aspettare un bambino, quel bambino che un giorno sarei stato io, disse a coloro che abitavano con lei: “Ora porto di nuovo in grembo un feto che non diventerà una persona”. Chi parla è Aua, lo sciamano della tribù degli Iglulingmiut di Iglulik. Le sue parole sono state raccolte da Knud Rasmussen, esploratore delle zone artiche, all’inizio degli anni Venti del Novecento. Lo sciamano assume su di sé il compito di mediare tra la tribù e gli spiriti che presiedono alle attività venatorie. Per fare questo deve superare una serie di prove iniziatiche. Una delle più importanti consiste nel separarsi dal proprio corpo, liberarsi della carne e vedere lo scheletro al di fuori di sé. Solo così potrà rinascere e ritornare in possesso dell’identità di uomo e salvare chi è malato o in pericolo. Se si guardano i personaggi di stoffa allestiti da Evegeny Antufiev, e in particolare quello assiso in cima a un mucchio di stoffe adagiate in un angolo della...

Madri e figlie / Parole cucite, parole scucite

Era magica la Parigi innevata del suo mondo bambino di ieri, è incantata la Parigi di oggi, impacchettata dalla neve che “come un cellophane delle creazioni di Christo” invita a scoprire che cosa c’è sotto.  “Bagliori tra le ciglia. Guizzi di sole dorati, fronde d’alberi tintinnanti, nuvole impigliate fra i rami, particelle di polvere sfavillanti nell’aria. Erano queste le immagini che ad Alina sfilavano nella mente quando cercava di mettere a fuoco i primi ricordi della sua infanzia. Arabeschi”. E che le tornano in mente adesso, accorsa qui da un’altra dimensione, quella di New York, dove scorre la sua vita adulta. Il ricovero della madre, in catalessi in un letto d’ospedale, stravolge il tempo e lo spazio, rimescola i vissuti, la costringe a interrogarsi sulle sue origini. La figlia non aveva mai chiesto, la madre sorvolava. La voce di Ajla è la storia di un processo di riconoscimento che procede in parallelo.   La condizione della madre mette in moto la ricerca di Alina, un graduale svelamento di luoghi e persone che arriva al lettore attraverso il suo discorso interiore, un incessante rimuginare e almanaccare che riesce a comunicare, anche attraverso il sogno,...

Il Grand Tour / Antropocene: la casa sotto il mare

La noia è un ingrediente essenziale dell’apprendimento: dentro al bordone assordante della noia emergono tanti piccoli suoni interessanti. Allo stesso modo, nella noia dei discorsi antropocenici che in Italia hanno inondato la rete e l’editoria, covano focolai di sapere che bisogna poter estrarre, anche se non è facile, perché più rapido e liberatorio, per chi legge e studia, sarebbe tacciare gli ignoranti di ignoranza, gli opportunisti di ipocrisia, i curiosi di dilettantismo, gli anodini di banalità. È un déjà vu, succede sempre con le mode passeggere, succede sempre di provare frustrazione di fronte a una macchina culturale che rischia di disinnescare, non di portare all’attenzione, qualcosa che purtroppo non è solo una moda passeggera o una macro-categoria magica. Il rischio reale, infatti, è quello di produrre fastidio, usura, atrofia e, per quanto riguarda il doomwriting, il Bel Paese è ormai pieno di scrittori cadetti che tra sbadigli e irrequietezza da buona famiglia decidono di lanciarsi nel Grand Tour dell’Antropocene. Automatismi, ripetizioni, fraintendimenti che ingarbugliano il filo, ma soprattutto lo scivolare sonnolento, da rollio di carrozza, verso uno svago...

Ricette immateriali / U pani ‘e maju

La ricetta immateriale di oggi ci porta in Calabria, un luogo ricco di storia e di tradizioni millenarie. Tra le più antiche usanze di famiglia c’è, U pani ‘e maju, nel dialetto calabrese, che letteralmente sta per pane di maggio, ovvero pane condito con fiori di sambuco. In realtà, si utilizza questa risorsa per una vastità di ricette, combinandolo con pane, pizza, marmellate. La ricetta è diffusa nel territorio e a tramandarla sono le persone più anziane del posto, le quali impartiscono le arti del mestiere per evitare che abitudini storiche vengano disperse.     Siamo davanti a una tradizione millenaria, che trova luogo nei paesini delle Serre calabresi, nel vibonese, in cui generalmente si presentano le temperature più alte. Mia madre, nata in un paesino di 1.631 abitanti, la pratica fin da bambina e racconta di come il fiore di maggio fosse coltivato nel campo accanto a casa sua, accanto ad altri alimenti di uso quotidiano. Il fiore di sambuco raggiunge la fioritura nel periodo di maggio, momento in cui inizia e finisce il periodo di raccolta e di trattazione del fiore. Difatti, le ricette che se ne ricavano sono proprie della stagione primaverile, preparate in...

Svolta ontologica / Per farla finita con la Natura

In piena foresta amazzonica, al confine fra Ecuador e Perù, scorre il Kawapi – uno dei tanti affluenti del grande Rio –, nella cui valle vivono gli Achuar, dell’etnia Jivaros, con i quali condividono la lingua e alcuni rituali religiosi. L’antropologo è a casa di Chumpi, uno dei suoi informatori, la cui dimora è una specie di capanno coperto di foglie di palma a pochi passi dalla boscaglia fittissima e dal fiume assordante. Fra la muraglia di alberi d’alto fusto e la modesta abitazione, un orto curatissimo per i fabbisogni della famiglia. Chumpi è preoccupato: quel pomeriggio la moglie Metekash è stata morsa da un ‘ferro di lancia’, ovvero da un serpente velenosissimo che gli Achuar conoscono bene e che non si avvicina quasi mai agli insediamenti umani. A cosa si deve quell’invasione di campo, quell’attacco letale all’amata Metekash? Chumpi non crede nella fatalità. Parla piuttosto di vendetta, perpetrata da Jurjri, spirito protettore della selvaggina, come arcigna reazione verso ciò che lui stesso, il giorno prima, aveva fatto. Venuto fortunosamente in possesso di un fucile, Chumpi s’era come esaltato: abbandonando ai rovi la consueta cerbottana, aveva commesso una vera e propria...

Matriarcato / Il primato delle donne e il mito dei Mosuo

Mi ha colpito una pubblicità RAI per l’8 marzo 2021, festa delle donne. Proponeva lo slogan: “Un futuro egualitario è un futuro al femminile”. Era un modo per dire in maniera abbastanza esplicita che si vorrebbe un futuro (egualitario) sognato dalla sinistra a predominanza femminile. Le donne realizzerebbero finalmente la società egualitaria. Non eguaglianza solo tra uomini e donne, quindi, ma eguaglianza un po’ in tutto. In effetti “la giornata delle donne” fu un’iniziativa del partito socialista americano che risale al 1909. Questa festa insomma conserva un marchio di sinistra rivoluzionaria. (E non è un caso che in alcuni paesi ex-sovietici – come Russia e Ucraina – molti vorrebbero abolirla perché ricorda il passato sovietico.)   Da qualche tempo a questa parte si diffonde una teoria precisa, secondo la quale il sesso femminile è superiore a quello maschile. Anche se la natura di questa superiorità resta per lo più tema dibattuto. Quindi sarebbe meglio se le nostre società fossero dirette da donne piuttosto che da uomini. Sottolineo che si tratta di un pronunciamento soprattutto maschile; certamente anche molte donne lo condividono, anche se non possono dirlo...

Un libro di Stefano Levi Della Torre / Dio

Dio è una questione troppo seria per lasciarla ai soli credenti scrive, tra ironia e provocazione, Stefano Levi Della Torre, intellettuale scrittore architetto, nel suo ultimo libro intitolato Dio (Bollati Boringhieri), in cui sostiene che l'idea di Dio sia la chiave di volta dell'architettura del nostro universo culturale. Quella «koiné tra il Mediterraneo e la Mesopotamia e oltre» in cui siamo vissuti sinora e che, nonostante le diversità a mano a mano delineatesi, ancora ci fa sentire di appartenere a una comunità spirituale e intellettuale che non può negare di affondare le radici nello stesso terreno, di avere lo stesso spicchio di cielo sopra la testa e le stesse domande nell'anima. Oggi però, prosegue Levi Della Torre, stiamo affrontando per la prima volta nella storia umana l'impresa titanica di tenere in piedi questa immensa costruzione senza la sua chiave di volta; operazione che non è detto sia possibile e dei cui esiti ancora incerti è bene avere contezza. Infatti, al termine di una stimolante riflessione condotta per argomenti d'interesse o suggestioni, muovendosi con disinvoltura tra scienza filosofia e religione, l'autore conclude che siamo tornati in una...

50 anni di teatro / Figli d’arte Cuticchio: innovare la tradizione

È alto e imponente, con i lunghi capelli e la barba bianchi: somiglia a Carlo Magno, a Garibaldi, a Mangiafuoco (forse a Omero). Mimmo Cuticchio ha rinnovato la tradizione dei pupi siciliani con spettacoli insieme epici e moderni, aggiungendo altre storie al repertorio dei Reali di Francia. Ha raccontato per anni le storie di Orlando il prode, il fedele, l’eroe tutto di un pezzo; di Rinaldo il ribelle, il furbo, il donnaiolo; di Astolfo, il cugino inglese strampalato, che arriva fin sulla luna a cavallo dell’Ippogrifo; di Ruggiero, di Bradamante, del giusto imperatore Carlo Magno e di Gano il vile traditore, contro cui era facile che gli spettatori lanciassero improperi o addirittura le scarpe (una volta a Gela uno comprò Gano dal puparo, lo appese a un albero e gli sparò con la lupara). Li ha fatti scontrare, secondo tradizione, con i pagani con la mezzaluna e le vesti ricercate, Ferraù, Marsilio e Agramante, Rodomonte e Gradasso.    Ha introdotto nei suoi spettacoli il cunto, una narrazione di storie ispirate al ciclo di Carlo Magno che si teneva nelle piazzette di Palermo aiutandosi solo con un bastone o con una spada. Della tradizione ha conservato il fascino e la...

Thierry Ménissier / Filosofia della corruzione

I media ci aggiornano giorno dopo giorno sugli episodi di corruzione che attirano l'attenzione della magistratura: un inarrestabile saccheggio della cosa pubblica, che suscita indignazione e rabbia. Puntualmente si invocano le “mani pulite”, salvo poi beccare i moralizzatori con le mani nella marmellata, come dimostra l'esemplare parabola della Lega di Umberto Bossi e Matteo Salvini.  Ogni volta ci scandalizziamo come se fosse la prima volta, ma la corruzione e il suo uso strumentale non sono certo una novità. Alessandro Barbero focalizza il suo Dante (Laterza, 2020) sulle ragioni e sulle conseguenze del processo politico che nel 1302 condannò il poeta all'esilio perpetuo per baratteria, “il termine con cui genericamente si indicavano corruzione, concussione e peculato” (p. 155). Commentando Tito Livio, Machiavelli spiegava Quanto facilmente gli uomini possono essere corrotti, anche se sono buoni e ben istruiti, perché sono sempre pronti a “usare la malignità dello animo loro qualunque volta ne abbiano libera occasione”. In Settimo ruba un po' meno (1964) Dario Fo aveva immaginato un giro di mazzette al cimitero: trent'anni dopo, quell’invenzione satirica è diventata realtà...

Addii / Raoul Casadei, il re del liscio

A me fa venire in mente le feste dell’Unità, con le coppie che si alzavano affaticate dagli anni e da corpi non proprio scattanti da sedie e tavolini, e poi si lanciavano come angeli sulla pista a volteggiare. Mi ricorda quelle bioniche ragazzine con gonnelline cortissime, che evocano le ballerine tuttegambe del varietà d’antan, e giovanotti vitaminici che accompagnano con ghirigori fisici pazzeschi le esibizioni delle orchestre spettacolo (vedi gli ExtraLiscio a Sanremo, il punk-liscio). Mi fanno venire in mente i frustatori di Dozza, ritmo di sciucaren, frustatori appunto, sulle frasi di valzer-mazurka-polka, e una vecchia “accademia di danza” (Lanzarini, forse?) a Bologna in via Ugo Bassi vicino al mercato, dove negli anni ’70 si vedevano fanciulle con la treccia lunga e le gonne sotto il ginocchio (pure i calzettini, credo), accompagnate da mamme o zie, invitate da anziani signori azzimati che le facevano, imperturbabili, quasi levitare, oppure zie e fanciulle, zie e mamme, fanciulle e fanciulle che ballavano da sole. Liscio come l’olio, si chiamava una rubrica famosa con le glorie locali Fulvio Bertolini e Renato Tabarroni su una televisione emiliano-romagnola, liscio come...

Semiotica del gusto / Perché anche la cucina è politica

Le cronache dell’epoca ci raccontano di come i re barbari si facessero un vanto del fatto di mangiare moltissimo, soprattutto cacciagione, e di bere molto vino, perché questo regime alimentare esaltava il loro statuto nomade e guerriero. Di contro, nell’antica Roma, la nobiltà d’animo e di censo era collegata all’essere parco e dedito a una dieta di verdure e cereali che testimoniavano di una civiltà superiore, avanzata, di tipo stanziale e dedita all’agricoltura. Pane e vino non esistono infatti in natura mentre i “barbari” avrebbero basato la loro dieta su selvaggina, bacche selvatiche e latte acido in quanto ancora vicini allo stato ferino. Si trova quindi in grande difficoltà il fedele biografo di Carlo Magno, Eginardo (Vita Karoli, IX sec.) il quale, come si direbbe oggi, deve costruire l’immagine del suo signore conciliando le due opposte culture del cibo e del potere: da una parte il re Franco di stirpe germanica che stramangia e tracanna vino per mostrare la sua forza in combattimento; dall’altra il restauratore dell’Impero Romano d’Occidente che si ispira quindi all’antica moderazione augustea fatta di fichi e pane nero.   Ma le agiografie, si sa, hanno le gambe...

Modi del sentire / La complicata intimità degli adulti

Un neonato piange. Il genitore lo tira su dalla culla, lo tiene in braccio, lo dondola e canta una ninna nanna, gli va incontro con la voce, le carezze, lo trova, lo calma. Si chiede cos’ha? Ha sete? Ha fame? O ha fatto un brutto sogno? Il neonato si calma, forse voleva solo essere preso in braccio, si riaddormenta, lo si può posare con attenzione di nuovo nel suo giaciglio, riconciliato con il proprio riposo. Da adulti l’intimità è più complicata. Colui che piange, ha fame, sete, sonno, desiderio di essere trovato e carezzato, è uno straniero interno che ci si mostra per la fame della sua anima. Si risveglia improvviso una sera al ristorante, mentre stiamo parlando con qualcuno e la sua voce, il suo sguardo ci trovano. Eravamo perduti in una conversazione superficiale, qualunque, e invece si è aperto un percorso che ci porta l’uno verso l’altro, riaffiorano tanti discorsi interrotti, abbiamo da raccontare, si riaprono le ferite e solo lui o lei potrebbe calmarci.   Cerchiamo di accompagnarlo o di farci riaccompagnare a casa, la voce tira fuori da chissà dove la fame e il buio dell’anima, vorremmo fare l’amore e speriamo che così il desiderio si plachi, ritorni a casa. Cosa c...

L'arte senza arte / L’estetica dei meme

Nella scena di apertura dell’episodio IX della terza stagione di X Files (andata in onda per la prima volta in America nel 1995), l’agente Fox Mulder – alias David Duchovny – sempre all’inseguimento di una verità fuggevole e indecidibile, è alle prese con un nastro rubato contenete la “vera” autopsia di un alieno: plausibilità che viene dedotta dal carattere amatoriale del video e dalla conseguente assenza di dettagli perché, si sa, l’esattezza e il dettaglio appartengono alla finzione e, laddove l’eccesso di definizione reca con sé sempre lo spettro di un’adulterazione, l’imperfezione indica l’appartenenza delle cose alla genuinità del mondo sulblunare.    È questo uno dei temi che ricorrono e corrono nel testo di Valentina Tanni, Memestetica. Il settembre eterno dell’arte – pubblicato da «Nero» (2020) –, volto a indagare il rapporto tra arte e l’uso delle nuove tecnologie, dove i cosiddetti meme ai quali allude il titolo, sembrano costituire uno degli esiti più fecondi e sintomatici di questo processo grazie alla «relazione profonda che […] intrattengono con le esperienze artistiche». Sul tema sono da citare il saggio di Alessandro Lolli, La guerra dei meme, del 2017 e...

Grassi. Una storia culturale della materia della vita / Alle origini del fat shaming

Era la fine del Settecento, e i corpi abnormi di Daniel Lambert, detto “Fat Dan”, quattrocento chili di pinguedine, e di Claude Ambroise Seurat, l’uomo scheletrico, comparivano tra gli spettacoli freak della Hall of Wonders di Piccadilly, a Londra. Stranezze umane esposte per creare stupore e disgusto, meraviglia e raccapriccio. Il body shaming già esisteva, è evidente, e non c’era nulla di male nel praticarlo. Anzi, era proprio la logica di quel tipo di spettacolo. Roba superata, assolutamente scorretta, eticamente ingiusta, si dirà, oggi che si invoca e si pratica body positivity. Eppure, in tv vanno in onda programmi dedicati al dimagrimento di donne e uomini superobesi affiancati da chirurghi accaniti che rimpiccioliscono stomaci o da personal trainer muscolosi e urlanti che, con spirito militaresco, incitano i propri clienti senza fiato mentre salgono di corsa trecento o più gradini.   Tra una visita medica e una seduta di allenamento, le telecamere inquadrano inclementi pance flaccide, braccia fuori misura, gambe edematose, tra abiti deformi e paccottiglia da fast food. Il corpo grasso è – ancora – servito. Del resto, se si invoca la body positivity è perché c’è...

Pensare altrimenti / Scambiare, donare

Dove si cerca di dire che in fondo siamo meno egoisti di quanto pensiamo e che in fondo doniamo più di quanto crediamo, perché è solo così che creiamo relazioni.   Se quella che oggi chiamiamo “economia” in principio era solo un’attività di sussistenza, con il trascorrere del tempo ha assunto un ruolo sempre più centrale, al punto da prendere, in molti casi, il posto della politica. La progressiva “occidentalizzazione” del mondo sta provocando una diffusa colonizzazione dell’immaginario economico, che ci porta a vedere tutto in un’ottica mercantile in cui ciascuno cerca di ottenere il massimo guadagno con il minimo costo. Estesa questa visione all’intero genere umano, si ottiene il cosiddetto homo oeconomicus, un essere razionale che agisce perseguendo fini utilitaristici e, pertanto, profondamente egoista.  Eppure non è sempre stato così, come ha dimostrato Karl Polanyi. In molte società l’economia era – e in certi casi è ancora – inserita all’interno di un sistema di valori in cui non sempre gli individui perseguono il massimo guadagno, ma a volte rispondono a principi che possono portare in direzione diversa.  L’economia è quindi moralmente vincolata...

Viveiros De Castro con Karen Barad / Amazzonia e cosmologia queer

Che cosa hanno in comune la meccanica quantistica, l’antropologia dei popoli amerindi, il femminismo e gli studi di genere? Apparentemente nulla. Si tratta di ambiti disciplinari molto lontani tra loro come terre separate dalla deriva dei continenti. Eppure da qualche anno si avverte una scossa che tutti li attraversa simultaneamente. Un movimento tellurico che non sarebbe azzardato definire come una comune tendenza epistemologica o come un nuovo paradigma ontologico, in grado di generare sussulti sismici gemelli nonostante le lunghe distanze. Lo potremmo chiamare un paradigma queer, ma solo perché l’aggettivo suona più inclusivo e semanticamente ricco rispetto ad altre connotazioni, meno accattivanti, che potrebbero ugualmente definirne l’orizzonte: immanente, neomaterialista, metamorfico, post-umano.     È ciò che emerge se si leggono in concomitanza due testi assai diversi provenienti da oltreoceano e pubblicati di recente in Italia, riconducibili l’uno al campo degli science studies, l’altro a quello dell’antropologia: Performativià della natura. Quanto e queer di Karen Barad (edizioni ETS) e Prospettivismo cosmologico in Amazzonia e altrove di Eduardo...

Donne e sacerdozio / Sebben che siamo donne...

Cominciava così una vecchia canzone in cui le donne, mondine o contadine prima ancora che proletarie, a fianco dei loro compagni a vario titolo inneggiavano alla fondazione della lega dei lavoratori, proclamando con orgoglio: sebben che siamo donne paura non abbiamo, abbiam delle belle buone lingue e ben ci difendiamo. Ci si trovava allora all'interno di quel contesto vernacolare che tanto piaceva a Ivan Illich, in cui la separazione netta dei ruoli e delle competenze tra maschi e femmine garantiva a queste ultime una certa dignità, un minimo di potere, piccolo e circoscritto, purché mantenessero sempre un rispetto formale, soprattutto in pubblico, per il ruolo degli uomini maschi. «Nel regno del genere – scriveva Illich, intendendo con esso sostanzialmente l'età pre-industriale che preferiva chiamare epoca vernacolare appunto – uomini e donne sono collettivamente interdipendenti; e questa dipendenza reciproca pone limiti alla lotta, allo sfruttamento e alla disfatta… La cultura vernacolare è una tregua, a volte crudele, tra i generi» (Ivan Illich, Genere, Neri Pozza).   Lentamente le cose cambiano, e sono cambiate anche grazie alle donne che cantavano con coraggio quelle...

Esplorare la transessualità nel Settecento europeo / Catterina Vizzani che per ott'anni vestì abito da uomo

Il 16 giugno del 1743, il giovane Giovanni Bordoni arrivò all’ospedale di Santa Maria della Scala di Siena con una grave ferita da arma da fuoco alla gamba sinistra. Fu riconosciuto da Giambattista Giustiniani, che lavorava al servizio di Giovanni Bianchi, noto accademico e titolare della cattedra di Anatomia presso l’università di quella città. I due uomini, Bordoni e Giustiniani, si erano incontrati a Firenze e avevano alloggiato nello stesso albergo. Del resto Bordoni non passava inosservato: era un ragazzo esuberante e si faceva notare per la sua intraprendenza nel corteggiare le donne, fino a rasentare la sfacciataggine. Preoccupato per le condizioni dell’amico, Giambattista si rivolse al suo prestigioso datore di lavoro, sperando che potesse visitarlo: sotto il sapiente sguardo di Bianchi, sarebbero certamente aumentate le speranze di guarigione. Tuttavia il servitore non fu molto convincente. Il professore promise di fare quello che gli era stato richiesto, ma sottovalutò le condizioni del ferito e dimenticò di recarsi nella stanza del paziente. Bordoni peggiorò velocemente nel giro di pochi giorni, ma fece in tempo ad attirare l’attenzione di una monaca con l’intenzione di...