Categorie

Elenco articoli con tag:

Costume

(916 risultati)

RuPaul’s Drag Race in chiaro / Lettera alla nazione drag

«Signori, accendete i motori e possa la migliore drag queen vincere»: come dai megafoni di una gara automobilistica, la voce di RuPaul Charles sprona le concorrenti del proprio show a mostrare la loro arte – e la versione migliore di loro stesse – davanti alle telecamere.  RuPaul’s Drag Race è un reality, nato nel 2009 e divenuto cult negli Stati Uniti, in cui diverse drag queen (cioè artiste che invertono e parodizzano l’idea di genere) si sfidano a colpi di recitazione, ballo e altre performance cucite nel tessuto della sottocultura drag.   Dopo dodici anni, anche l’Italia ha visto sbarcare la competizione drag più famosa al mondo sui propri schermi; prima in maniera esclusiva, solo per il fandom che era disposto ad abbonarsi a Discovery Plus, e, dal 9 gennaio, aperta al grande pubblico su Realtime: la vita del programma sembra quasi ripercorrere la storia della sottocultura drag, inizialmente amore proibito per pochi e lentamente fagocitato da una certa corrente mainstream progressista, ma pur sempre capitalista. Pensiamo anche solo all’idea di competizione: “vincente” e “perdente” sono parole vuote quando diventano timbri su delle performance come quelle drag, dalle...

Risposta a Francesca Serra / La crisi dell'autorità culturale

Se andate a una cena di farmacisti, vi sembrerà che le farmacie siano il problema dell’umanità. Ed è naturale: la lingua batte dove il dente duole. Analogamente se parlate con una femminista, tutti i problemi dell’umanità sembrano quelli delle donne. Perché, se lo si guarda attraverso delle lenti verdi, il mondo apparirà inevitabilmente verde. Anzi, in questo caso, rosa. Non che le donne – e i maschietti di conseguenza – di problemi non ne abbiano, ma vivaddio ci sono anche tante altre cose tra la terra e il cielo.  Recensendo il mio libro Abbiamo ancora bisogno degli intellettuali? La crisi dell’autorità culturale (Cortina), Francesca Serra mi rimprovera di non avere preso in considerazione le – come si dice? – «intellettualesse», insomma le intellettuali donne. Mi sono detto: ci risiamo con le questioni terminologiche. Il mio peccato sarebbe di essermi occupato solo degli intellettuali maschi. Faccio rispettosamente notare che ho parlato degli intellettuali usando il maschile come lo si userebbe dicendo homo sapiens. Che ci sia bisogno anche qui di qualche integrazione politically correct fa cascare le braccia? Non pensavo a uomini o donne in particolare, ma a una funzione...

I nostri auguri / Il Natale di Elvis

Mi chiamo Elvis. Sono un asino. Sì, un asino e allora? Veramente sul documento di nascita ero Ugo. E allora perché mi chiamano Elvis? Che ne so! Perché raglio forte e strampalato, tipo rockettaro? Che ne so! Qui fa un freddo biscia. Sto in un recinto da solo. Perché? Perché sono Elvis, sono cattivo. Hanno chiesto a me di raccontarvi una storia di Natale. Perché, voi lo sapete com’è il Natale di un asino? Il padrone viene più tardi, si dimentica di metterti l’acqua fresca, ti porta il fieno che magari è pomeriggio, dal sentiero non passa nessuno, manco un mezzo umano che ti venga a fare un saluto e ti porti un tozzo di panino secco. Si sentono campane, risate, battimani, si vedono fumare i comignoli. Qualche botto perfino. E io me ne sto qui a vagolare nel recinto, certe volte ficco la testa nei cespugli, dalla vergogna, mi nascondo al mondo.    Beh, la storia è questa: qui da queste parti c’è una specie di bambina con le rughe e una faccetta un po’ strana, un po’arrabbiata e un po’ disperata, cammina sempre da sola per i boschi e prima, ogni volta che passava di qui, mi veniva a trovare. Entrava proprio nel recinto, e mi portava cime di rapa, gambi di cavolfiore, buccia...

Vita e morte / Eppur si nasce

Forse l’approssimarsi del Natale, forse un paio di attese di persone a me vicine, forse l’aver partecipato da poco a un intenso convegno internazionale sul questo tema, fatto sta che la nascita, come evento e come oggetto di riflessione, ultimamente si è imposta alla mia attenzione con rinnovata intensità. Perché i bambini continuano a nascere: è nata Constance, è nata Emma, in breve tempo sono venuti al mondo Dylan, Eva e Edoardo. Nonostante la pandemia e le sue varianti giovani donne singole o in coppia trovano il coraggio di mettere al mondo bambini. E anche riflettendo non sulle gravidanze ma sulla filosofia, si nota subito che da alcuni decenni essa ha spostato il baricentro dall’interesse esclusivo per la morte a quello per la nascita.   Il pensiero della morte   Di fatto la filosofia è sempre stata un pensiero della e per la morte, al punto tale che il sillogismo, anzi l'esempio classico che spiega il meccanismo logico del sillogismo, è arrivato fino a noi con le parole della morte: Tutti gli uomini sono mortali, Socrate è un uomo, Socrate è mortale. Il che vuol dire che Socrate è un uomo perché è mortale, e che la caratteristica più rilevante dell'uomo è la sua...

Secondo i Vangeli di Gianfranco Ravasi / Gesù sul crinale tra fede e ragione

L’ultimo libro di Gianfranco Ravasi, Biografia di Gesù (Raffaello Cortina Editore), inizia citando Ludwig Wittgenstein che nel Diario scriveva: «Il cristianesimo non è una dottrina, non è una teoria di ciò che è stato e di ciò che sarà nell’anima umana, ma è la descrizione di un evento reale nella vita dell’uomo». Subito dopo riporta un’altra dichiarazione, dello stesso tenore, di François Mauriac: «Il cristianesimo non è una filosofia, non è un sistema, o un rituale, non è altro che una storia». Enzo Bianchi, il fondatore della Comunità di Bose, un po’ provocatoriamente ma giustamente, ha spesso affermato che il cristianesimo non è neppure, propriamente, una religione, nonostante comprenda una professione di fede, dei riti, liturgie e indicazioni etiche. Esso è, piuttosto, come sostiene Marcel Gauchet a cui fa riferimento Bianchi stesso, «la religione dell’uscita dalla religione». Una religione che libera dai vincoli delle tradizioni umane e delle pratiche religiose per riportare il cuore delle persone e la loro intelligenza a Dio. Ma in che modo? Se ognuno pensa Dio a modo suo, non si finisce per crearsi da sé il proprio dio? Il Dio professato dal cristianesimo è una realtà-...

25 settembre 1952 - 15 dicembre 2021 / bell hooks: l’arte sottile di trasgredire

“Quando ho letto Cime tempestose, da ragazzina della classe operaia che lottava per trovare se stessa, da emarginata, ho sentito che Heathcliff ero io. Per me era il simbolo di una specie di razza nera: era un emarginato, non gli era permesso stare al centro delle cose. Ho trasposto il dramma di vivere nel Sud dell'apartheid nel mondo di Cime tempestose e mi sono sentita in armonia con quei personaggi.”   È bell hooks, mancata il 15 dicembre scorso, a raccontarlo in una conversazione del 1998 con la scrittrice africana-americana Maya Angelou, per poi aggiungere: “Sono così turbata quando le mie studentesse si comportano come se leggessero solo donne, o gli studenti neri come se potessero leggere solo neri, o gli studenti bianchi identificarsi solo con uno scrittore bianco. Sono convinta che la cosa peggiore che ci può capitare è perdere di vista il potere dell’empatia e della compassione”.   Per hooks questa indisponibilità a identificarsi con il presunto altro da sé senza chiedersi chi abbia stabilito quell’alterità, in base a quali interessi e con quali reciproche perdite, è un’enorme e pericolosa lacuna dell’immaginazione, una disfatta del pensiero critico, forse...

Il tribunale della Verità / Il politicamente corretto: arma, utopia e terrore

Il “politicamente corretto” (PC) e la cancel culture che pare derivarne suscita nei suoi critici reazioni scomposte, al limite dell’isteria. Ciò si deve al fatto che il PC è un discorso che nasce già “isterizzato”. Riflettendo sullo statuto e sulle trasformazioni del sapere, Jacques Lacan aveva battezzato come “discorso dell’isterica” quel particolare tipo di discorso che “smaschera la funzione del padrone cui resta per altro solidale, mettendo in risalto quanto nell’Uno con la U maiuscola vi sia del padrone, a cui si sottrae in quanto oggetto del desiderio”. “Isterica” non ha qui nessun valore negativo. Non rimanda ad una visione becera del femminile. Tutt’altro. Indica una modalità della parola che manda in cortocircuito i discorsi “padronali”, maschili e fallocentrici, del sapere e dell’”Uni-versità” (del discorso rivolto all’ Uno, il quale ha sempre una connotazione di genere: è maschio, eterosessuale, bianco...).   Il PC si presenta insomma nell’arena della comunicazione con un tratto sovversivo e produce, come ogni rivoluzione, una reazione la cui scompostezza è segno della sua potenza. Il PC è infatti in prima istanza un’arma. È un’arma immateriale in mano alle...

Mai dire Maid / Sarà mai felice una colf?

“Voglio un mondo in cui chiunque possa arrivare fin dove i suoi sforzi e il suo talento lo possono portare” ha detto il presidente Obama un centinaio di volte nei suoi discorsi al popolo americano. Non è il mondo in cui si muove Alex, la protagonista di Maid, una miniserie televisiva di Netflix tratta dal bestseller autobiografico di Stephanie Land (Maid: Hard Work, Low Pay, and a Mother's Will to Survive).  O forse sì. Forse il mondo che Obama si immagina non è così diverso dal mondo di Maid, perché tanto in questa storia, come nella visione di Obama (la sua vision), si combinano gli elementi fondamentali della narrazione del sogno americano e cioè il talento, il duro lavoro, un movimento verso l’alto (“fin dove”), più un quarto elemento che in genere è solo implicato o relegato nello sfondo, ma altrettanto fondativo: la condizione degli umili senza arte né parte da cui i meritevoli si affrancano e che resta, lì in basso, negletta e deprecata. Attorno a questo dubbio girano le riflessioni del presente articolo.   Alex è una giovane madre statunitense che per uscire dalla relazione malata e violenta con il marito è costretta a entrare nella povertà estrema. Fugge di casa...

Parole per il futuro / Incontro

Ora che è memoria, si può dire che l’“estate romana” fosse difficilmente prevedibile. In quell’inizio di 1977 comunque cupo, tra gli scontri di piazza all’inizio di marzo a Bologna e le manifestazioni dei primi di Maggio a Roma, immaginare un futuro come quello che si inaugurò solo qualche mese dopo, alla fine di agosto, alla Basilica di Massenzio, era a dir poco azzardato. Eppure le date sono quelle: 11 marzo l’uccisione di Francesco Lorusso nel capoluogo emiliano; 12 maggio quella di Giorgiana Masi nella capitale; il 25 di agosto, a due passi dal Foro Romano, si proietta Senso di Luchino Visconti: l’inizio di una stagione, impropriamente etichettata dell’effimero, che segnerà invece per lungo tempo il dibattito culturale e non solo di quello italiano. Ora che è memoria, molti ne sanno ricostruire la genealogia, ma la previsione di quel futuro (ancor più imprevedibile, se si pensa che meno di sette mesi dopo le BR rapiscono Aldo Moro) fu appannaggio di pochissimi e la visione, forse, solo di un giovane architetto, Renato Nicolini, che in qualità di assessore alla cultura del Comune di Roma aveva intuito che quel paese asfissiato dal grigio e dal piombo aveva bisogno di respirare...

Un libro di Carlotta Vagnoli / "Maledetta sfortuna". La violenza di genere

Negli ultimi anni i femminicidi sono stati: 132 nel 2017, 141 nel 2018, 111 nel 2019, 112 nel 2020 e nei primissimi mesi del 2021 erano già 38. Sono dati ufficiali riportati dall’interessantissimo libro di Carlotta Vagnoli, Maledetta sfortuna, Fabbri editori, [agosto] 2021, ma ristampato più volte, e ne ricavo che negli ultimi tre anni i femminicidi hanno avuto una leggera flessione. Eh, no! Le cronache riportano che, in coincidenza con l’epidemia di Covid 19, sono aumentate di molto le violenze domestiche, certamente a causa della maggiore durata della convivenza di coppia sotto lo stesso tetto. Una domanda che l’autrice si fa: e i maschicidi? E constata che la parola “maschicidio” non esiste. Perché? Esistono certamente, come riportano le cronache, degli omicidi compiuti da donne, ma certo alcuni sono per legittima difesa, e comunque il loro numero è di gran lunga inferiore al numero dei primi. Mi chiedo: ma nel numero dei femminicidi sono compresi gli omicidi-suicidi? Certamente no, e altrettanto certamente, qualunque ne siano le ragioni, in questi casi suppongo che sia maggiore il numero di quelli compiuti da uomini che non da donne.   Sono riflessioni queste che, come ho...

L'Altro Giappone - II parte / L'Arte e la Storia. Creatività umile

Tra la vita senza futuro di Ikeshima (I parte), abbandonata dal capitalismo, e la slow life armonica e indifferente al consumismo di Aogashima ci sono innumerevoli varianti, ma è stato comunque molto interessante ed efficace visualizzare i due esempi estremi della vasta gamma di scelte che abbiamo di fronte a noi.   Ma di fronte a questo ventaglio di scelte, chi ha le antenne per capire? Sono spesso gli artisti, quelli capaci di intuire, prima di altri, l’orientamento della Storia. Dipende dalle qualità personali, però anche dai momenti storici. In alcuni periodi gli artisti si chiudono maggiormente nelle loro ricerche estetiche allontanandosi dal mondo reale, mentre in altri la loro sensibilità artistica viene esercitata maggiormente per analizzare la realtà.   L’Arte e la Storia   THE WRITTEN FACE (di Daniel Schmid, 1995) è un docufilm dedicato a Tamasaburo Bando (n. 1950), un grande attore del Kabuki, teatro tradizionale nato nel periodo Edo (1603 – 1868). Tamasaburo Bando è un onnagata, cioè un attore specializzato in ruoli femminili, anzi per molti è l’onnagata per definizione: fin dalla sua giovane età è sempre stato considerato geniale in questo...

Food e Fotografia al Mast / A Bologna il cibo dà da pensare

A Bologna, la V Biennale di fotografia dell’industria e del lavoro è dedicata quest’anno al cibo o, per essere più precisi, all’industria e alla cultura alimentare. Anziché mostrarci piatti fotogenici che sollecitano illusoriamente il palato e lustrano gli occhi, ha scelto infatti di concentrarsi su come il nutrimento di più di 7 miliardi di persone che vivono sulla terra sia divenuto un problema e una sfida scientifico-tecnologica che tocca questioni complesse, ma anche imprescindibili aspetti culturali e politici. «Il cibo è un fondamentale indicatore per analizzare e comprendere intere civiltà. Le modalità attraverso cui gli alimenti vengono prodotti, distribuiti (venduti e acquistati) e consumati, ovvero i meccanismi alle spalle di questi tre passaggi cruciali, sono in costante cambiamento e racchiudono pertanto alcuni caratteri distintivi di un’epoca, un periodo storico o un ambito culturale e sociale» – sottolinea il curatore Francesco Zanot nel catalogo, arricchito con tanto di ricette in stile futurista (a cura dello chef e scrittore Tommaso Melilli), che accompagna le ben undici grandi mostre promosse e organizzate dalla Fondazione Mast, importante centro di ricerca e...

Fotografia sociale / William T. Vollmann, I poveri

Possiedo un computer (usato), un IPad (regalato), un Kindle di seconda mano, uno smartphone, un abbonamento mensile a Sky e uno con Amazon Prime. Pago l’affitto di una stanza in una casa condivisa, ho qualche soldo sul conto in banca, vado ogni settimana in palestra e dallo psicologo. Mi considero povera. Mi sono sentita precaria tutta la vita: la mia famiglia non ha una casa di proprietà né risparmi da parte, e io stessa ho vissuto negli ultimi dieci anni di contratti a tempo determinato senza ferie né malattie. Ho tirato la cinghia durante la pandemia riducendo le spese al minimo, e innumerevoli volte mi sono trovata a fare la fila al Caf di fiducia per avere aggiornamenti sugli aiuti erogati dallo Stato. Devo pertanto dedurre che gli sporadici selfie che posto sui social possano rappresentare l’immagine della povertà?     La fotografia sociale intende dare voce e volto a vite relegate ai margini, rendendo letteralmente visibile l’invisibile. Ciò sottintende un rapporto di potere fra il fotografo e il soggetto, che esiste per il mondo solo tramite il mirino della macchina fotografica. Non sono i poveri a raccontarsi direttamente; non ne hanno il tempo né la forza,...

Goethe-Institut Torino - Salone del libro / La Russian connection di Chanel

Karl Schlögel sarà al Salone del libro di Torino in collaborazione con il Goethe-Institut Turin e Frankfurter Buchmesse e presenterà sabato 16 ottobre alle ore 15.30 (Sala Internazionale-Padiglione 1)  il suo nuovo libro “Il profumo degli imperi. Chanel N.5 e Rosso Mosca - la storia del XX secolo in due profumi” edito da Rizzoli, che ringraziamo per averci concesso di pubblicare l’ estratto qui di seguito.   Non era scontato che una sarta e modista, per quanto brava, potesse entrare in contatto con ambienti, e soprattutto con uomini, in grado di spianarle la strada da una piccola realtà di provincia al vasto mondo. Doveva esserci uno spazio in cui Chanel potesse non solo incontrare un certo Boy Capel, il ricco amante che la aiutò ad aprire le sue prime boutique, ma anche stabilire un rapporto con il primo ministro francese Georges Clemenceau o con Winston Churchill, il cui grande momento doveva ancora arrivare. Dovevano esserci luoghi in cui una stilista potesse incontrare un certo duca di Westminster, l’uomo più facoltoso del Regno Unito, disposto a ospitarla continuamente nelle sue tenute, e in cui potesse imbattersi in un membro della famiglia dello zar, che a sua...

Arsan di Luciano Pantaleoni / Teste quadrate: paesaggio e carattere

Perché gli abitanti della provincia di Reggio Emilia, sono chiamati “teste quadre”? In dialetto: “Testi quedri”. Se lo chiede Luciano Pantaleoni in questo libro stretto e lungo, Arsan (Incontri Editrice, 2021), che indaga i reggiani attraverso proverbi, modi di dire, storie, canzoni e filastrocche. L’origine letteraria dell’espressione si troverebbe nel poema eroicomico La secchia rapita di Alessandro Tassoni, nel canto IV, dove si narra che i soldati reggiani catturati nel castello di Rubiera, terra di confine, sarebbero stati liberati solo dopo essere stati percossi con l’asta di Marte, ragione per cui la loro testa avrebbe assunto la forma quadrata. Il tutto risulta un dileggio sullo sfondo di un conflitto che oppose reggiani e modenesi intorno al 1201 riguardo l’uso delle acque del fiume Secchia. Ci fu una guerra, o almeno un grosso scontro in armi, che vide sconfitti i reggiani. In realtà l’espressione, o epiteto, non è solo una presa in giro, ma vuol significare molte cose. Le teste sono sempre rotonde o arrotondate, e i reggiani pare che chiamassero i modenesi “musòun”, nocioni, per la loro testa ovale (delicocefala secondo Sandro Bellei nel Dizionario enciclopedico...

Fabriano Fabbri: arte e stile / La carta astrale della moda

La moda è un universo di senso complesso, basato su un modello ciclico che oscilla tra espansioni e ritrazioni. Così come nell'universo comunemente inteso, la moda ingloba diverse materie, energie e corpi che percorrono traiettorie differenti, anche se vicine nello spazio e nel tempo. In La moda contemporanea II. Arte e stile dagli anni Sessanta alle ultime tendenze (Einaudi 2021), Fabriano Fabbri sostanzia questa metafora cosmologica asservendola a un metodo di analisi strutturato sullo “strumento della generazione” ideato dal suo maestro Renato Barilli (cfr. Intervista a D.it - la Repubblica).    Per srotolare, spiegare, il tutt’uno della moda contemporanea ‒ attorcigliatasi su sé stessa nel corso dei decenni ‒ Fabbri propone una classificazione kepleriana degli stilisti a partire dalla decade di nascita. L’essere “nati attorno al” equivale al tipo di orbita adottata nel percorso creativo e artistico, vicina al nucleo valoriale e identificativo della generazione (perielio) o distante in termini di “orientamenti espressivi” e “poetiche” caratterizzanti (afelio). Tale prossemica orbitale sembra influire anche sulla velocità delle traiettorie creative: di evoluzione più...

Fotografie di Giuseppe Leone / Consolo, la Sicilia passeggiata

La Sicilia passeggiata (Mimesis, 2021) è il titolo di un saggio che Vincenzo Consolo dedica alla regione in cui è nato, arricchito dalle fotografie di Giuseppe Leone. Passeggiare non è sinonimo di vagare a caso, come un flâneur nelle vie di una moderna metropoli, ma significa innanzitutto tornare sui propri passi. Poiché la Sicilia passeggiata non è la stessa cosa di una passeggiata in Sicilia. I passi, non importa fino a che punto reali o immaginari, sono quelli di un viandante, che decide la direzione durante il suo cammino, un percorso a ritroso nel tempo e nello spazio, dove la meta coincide con il punto di partenza. Non si tratta infatti di un viaggio di scoperta, e nemmeno di esplorazione, ma è posto sotto il segno del nostos, del ritorno.   “Passeggiarla”, lasciare la propria impronta sulla sua terra è, per Consolo, un modo per misurarsi con i passi di chi lo ha preceduto, risalire idealmente a un punto originario che trascolora nel mito.  Il libro si apre con la citazione dell’Inno omerico a Demetra, Dea mater, dea della fertilità e delle messi. La versione più diffusa racconta che Demetra, disperata perché la figlia Persefone/Kore è stata rapita da Ade e...

Giochi / Il funambolo

Verso la fine del 1956 Jean Genet conobbe un giovane artista del circo, Abdallah Bentaga, figlio di un acrobata algerino e di una tedesca. Lo scrittore francese si legò a lui in un rapporto che lo indusse a peregrinare per l’Europa. Nel corso dei loro spostamenti Genet cercò di convincere Abdallah, che lavorava come giocoliere e acrobata al suolo, a salire sul filo da funambolo. Lo plagiò sino a indurlo a sottoporsi a un estenuante allenamento. Su un foglio di carta disegnò anche un numero segnandone i passi. Il giovane algerino cadde dal filo una prima volta nel 1959, ma vi risalì. Si unì alla compagnia del Circo Orfei per una tournée in Kuwait. Ma ricadde una seconda volta e fu la fine della sua carriera. Genet era convinto di aver realizzato con Abdallah, suo doppio narcisistico, una sorta di capolavoro che l’imperizia e la debolezza del ragazzo mandò in malora, come scrisse a un amico. Nel febbraio del 1964 Abdallah inghiottì un barbiturico e si tagliò le vene. Sette anni prima Genet aveva scritto per lui e su di lui un piccolo poema in prosa, Il funambolo (Adelphi) apparso in rivista e poi raccolto in volume. È uno dei testi più belli dello scrittore, uno dei suoi più...

TOCATÌ / Tocatì. Tutti in gioco

Tutti gli anni, a settembre, per alcuni giorni, un’intera città, Verona, si mette a giocare. Per strada, lungo il fiume, in slarghi e piazze, sui marciapiedi, decine di migliaia di persone, piccole e grandi, convergono nella città scaligera per partecipare a Tocatì, Festival Internazionale dei Giochi in Strada (quest’anno dal 17 al 19 settembre). Tutti a giocare, tutti in gioco. E tutti i giochi, tutti per gioco. E non solo giochi, ma anche spettacoli, convegni, presentazione di libri, esposizioni, incontri, musiche e danze.   Nato nel 2003 da un progetto dell’“Associazione Giochi Antichi” con lo scopo di valorizzare il gioco tradizionale e trasmettere le tradizioni millenarie che caratterizzano i popoli, nel corso degli anni è divento un punto di riferimento mondiale per tutti gli appassionati di gioco tradizionale. Grazie anche alla collaborazione dell’Amministrazione comunale di Verona e delle realtà culturali, associative e imprenditoriali della città, la manifestazione ha potuto allargare sempre di più la partecipazione di ospiti di nazioni europee e mondiali, dalla Spagna alla Grecia, dal Messico alla Cina, una per anno che hanno portato a Verona, assieme ai loro...

TOCATÌ / Cibo e gioco: dilettanti in cucina

Mai giocare col cibo, dileggiarlo, riderci su. Mangiare – e men che meno cucinare – è una faccenda tanto vitale per il corpo quanto corroborante per la mente, la cognizione, la cultura. Dunque sacra. Ingoiamo – e ancor prima prepariamo – bocconi e pietanze, calorie e manicaretti, e con essi altrettanti segni, simboli, significati: cose che, costituendoci nel fisico, e trasformandoci nello spirito, parlano di noi, ci rappresentano, ci danno una prima basilare idea di quella che è la nostra più intima autocoscienza, individuale come sociale. Nulla di più lontano, dunque, dall’attività ludica, da quel fare disinteressato che è lo spasso fine a se stesso.  Quante volte lo abbiamo sentito ripetere, silenziosamente suggerire, pensosamente declamare? Si tratta, difatti, del più trito luogo comune, e cioè dell’idea – o, meglio, dell’ideologia – per la quale tutto ciò che è legato al cibo, all’alimentazione, alla cucina e alla tavola è impegno tanto serio quanto faticoso, grave e accigliato proprio perché esito di un affaccendarsi continuo, di uno sforzo quotidiano di cui non si può, per principio fisiologico, fare a meno: cucinare serve a nutrirsi, e stop; tutto il resto è...

Giochi / "Falli di gioco" e "fallacci"

"Bisogna saper perdere"   "Competition is competition": la maliziosa tautologia raggiunse il microfono teso da un telecronista dopo essere passata dalla fenditura del largo sorriso di Romano Prodi. L'occasione era elettorale: una lista prodiana avrebbe fatto concorrenza a certi suoi tradizionali alleati e con quella dichiarazione Prodi ricordava che nella circostanza della gara non si conoscono fratelli e sorelle, le amicizie si sospendono, l'unica deroga è ammessa per chi affronta qualcuno che è tanto debole nel gioco e fragile nell'equilibrio psicologico da rendere opportuno favorirlo surrettiziamente. Ma si sta parlando di bambini piccoli.  Sono stato bambino ma non ho mai potuto sospettare che in quegli stessi anni in cui io lo ero nuove tendenze pedagogiche (rimaste poi minoritarie) deprecassero i giochi agonistici con passione degna di miglior causa. L'agonismo si sospettava fosse ciò che accelerava la trasformazione dei bambini – specie se maschi – in carogne ("carognitt de l'oratori", carognette oratoriali, come Umberto Bossi disse memorabilmente di Pier Ferdinando Casini). Già allora si riteneva che i bambini fossero "di default" innocenti, anche se non quanto...

Giochi / Trampoli: volo e vertigine

Che cosa perde la Gatta Cenerentola fuggendo dal terzo ballo di gala? E cosa indossa il Gatto che percorre a passo di corsa le terre di Francia? E chi sono quelli «ncappa a le mazze» che strappano il riso a Zoza, figlia del re di Vallepelosa, in Lo cunto de li cunti? E perché al tempo di Caino, dopo una gran mangiata di nespole cresciute col sangue di Abele, come racconta Rabelais, crebbero ventri, spalle, coglioni, nasi, orecchie e gambe, tanto che «a vederli li avreste detti aironi o gru o gente che va sui trampoli»? La risposta a questi strani interrogativi si trova in Trampoli (Titivillus, 1997), libro scritto anni fa da un giovane uomo di teatro, Tommaso Correale Santacroce, oggi insegnante di teatro d’animazione e di marionette a Fiando di Milano.   Se più di venti anni fa non fossi andato a trovare Giuliano Scabia, teatrante, scrittore, poeta, nonché allora docente al DAMS di Bologna, grande amico da poco scomparso, non lo avrei mai letto. Il laboratorio di Scabia, allora conservato sulle colline fiorentine, a Colle Ramole , era (e ancora è a Firenze) come la grotta di Alì Babà: oltre agli indispensabili strumenti di lavoro, ci trovi libri di cui non hai mai sentito...

Tocatì / A che gioco giochiamo

  Gioco, autonomia e dipendenza Considerando la circolarità tra autonomia e dipendenza nello sviluppo e nella costruzione dell’esperienza, non solo sfumano le differenze tra bambini e adulti, ma anche quelle con gli altri mammiferi e soprattutto con i primati. Un fattore regolatore e accomunante è con tutta evidenza il gioco. Osservando i bambini molto piccoli emergono gli sconfinamenti, nei giochi di approssimazione e di costruzione del legame sociale, tra divertimento e aggressività, tra socializzazione ed esclusione. Nonostante i rischi di separatezza e specializzazione, in tutto l’arco della vita il gioco si propone come dialogo intergenerazionale e interculturale. Attraverso il gioco si creano rituali e zone franche, si consolidano le relazioni fino a irrigidirsi in forme settarie, si producono forme di esclusione e inclusione. Come accade quotidianamente nella vita organizzativa, dove i giochi di potere caratterizzano le relazioni, lasciando emergere opportunità di elaborazione e mitigazione delle ansie, o accentuandole come nei processi di mobbing e di minorizzazione ed esclusione delle donne o dei più fragili. Attraverso il gioco, insomma, si decostruiscono...

Ricette immateriali (il fare) / Fivizzano: territori e altre retoriche

Ci sono territori che per le caratteristiche del clima e della geografia, per le necessità e le casualità della storia, per la persistenza della presenza umana o per la combinazione di tutti questi fattori, assumono caratteristiche immediatamente riconoscibili, tipologie di paesaggi e territori in qualche modo universali, patrimoni culturali più di altri in grado di insegnare la complessità dell’agire umano, più di altri da preservare; in una parola più di altri esempi di civiltà.  In questo senso, oggi non tutti i territori sono uguali. Una parola territorio quanto mai attuale, pervasiva e apparentemente necessaria al riconoscimento di una propria identità, così come diventata quasi un’indispensabile patente di accredito per il turismo, l’economia, la politica.   Capita che ci si innamori di una parola e del concetto corrispondente. Una parola che diventa sorta di luogo comune linguistico, sbornia collettiva in forma immateriale. È stato il caso del genuino intorno agli anni settanta e seguenti. Era la contrapposizione al cibo industriale che da decenni imperversava nel nostro paese; il cibo della modernità e del boom economico. Peccato che quella parola fosse...