Incrinature a teatro, a Roma
È immobile di spalle al pubblico, sola in mezzo a una fila di sedie durante l’entrata degli spettatori, In primo piano c’è un seggiolino da pianista. Poi, quando le luci si abbassano, inizia a correre: da un impegno a un altro, da un personaggio a un altro, in auto, a cambiare i pannolini, a pregare, a dare cazzotti a chi non accetta la diversità della figlia, della sorellina, di Nina, la bambina che nasce con disabilità, cambiando la vita a una famiglia tutta femminile, la madre, la figlia “Tesoro”, una nonna, costellata di altri personaggi, le mamme della piscina inorridite perché Nina ha fatto la cacca in acqua, i compagni di scuola di Tesoro, i parenti, l’estetista sicula esperta di elefanti, perché è stata a fare un safari in Africa...
Storia di Nina
Di pachidermi, di sproporzioni narra Gli elefanti nella stanza di Francesca Astrei, visto al teatro India di Roma a fine ottobre. Delle sproporzioni di chi non è come noi, come la maggioranza, e sbilancia tutto il quieto tran-tran familiare, trasformandolo in una corsa affannosa continua, contro il tempo, per prestare qualche cura anche agli altri membri della famiglia, privilegiando sempre il più sfortunato. Racconta di file alla Asl per l’assistenza, di liti con chi parcheggia negli spazi riservati “alle famiglie dei disabili” anche se non ne ha diritto, rubando tempo a chi deve correre, correre, per una visita, per un tentativo di rendere meno pesante, con una festa, con un ballo, la vita di chi appare diverso in questa società omologata. E affonda il bisturi nei sentimenti di chi sta intorno alle persone con disabilità, di chi deve rinunziare a qualcosa, e magari lasciare vuoto quel seggiolino del pianoforte perché in conservatorio non trovano in lei una passione bruciante, esclusiva, totalizzante.
Di una vita che richiede un impegno totale, una vita survoltata, recita Francesca Astrei, magnifica creatrice di situazioni. Cambia di continuo personaggio, magari solo con una piccola nota di accento: allora diventa, impercettibilmente, la nonna ciociara, la pedicure siciliana, la commissione del conservatorio, i compagni di scuola... Si trasforma, in uno spettacolo che in un’ora diventa una girandola continua di visioni, di primi piani e campi lunghi, di risate e sofferenze, di allegria, di scoperte, di ascolti di un silenzio che a volte non si riesce a decifrare e che in altri momenti parla di più che attraverso complessi discorsi, o che urla il dolore. Sensibilissima è l’interpretazione, maturata dopo una lunga ricerca dell’autrice e interprete nel mondo di quelli che con termine inglese sono chiamati “siblings”, coloro che si rapportano quotidianamente, nella famiglia, con le persone con disabilità.
L’affanno della corsa è il segno di questo magnifico, commovente spettacolo, con tagli sapienti che nascono intorno a una canzoncina iterativa, “C’era un elefante nella stanza”, che diventa “C’erano due elefanti… tre… quattro…” fino a fare addormentare la sorellina con n elefanti. I numeri permettono i salti tra una scena e l’altra: passa un anno, ne passano due, tre, cinque di anni (e mesi e giorni) e la situazione cambia, rimanendo sempre viva la mancanza di fiato per la furia degli impegni, una vita a velocità doppia, tripla, fino a che i personaggi non crescono. La scena finale pone la grande domanda, di fronte al letto della madre malata, incapace ormai di sostenere il ritmo che la vita, quella nascita e il suo amore le hanno imposto: cosa sarà di Nina quando io non ci sarò più? La sorella, Tesoro, sembra assumere su di sé quella eredità, pesante e gioiosa insieme: “Devo andare a prendere Nina a nuoto… la devo portare al compleanno di Marta… fa una festa e / Marta mi ha detto che ha creato una playlist solo per lei! / Nina ora ha scoperto il raggaeton, anche di questo dovremmo parlare! / e poi devo assolutamente passare a fare / La lavatrice, ecco che mi sono scordata! / Sono una rincombambita… / Aspetta che sicuramente in borsa ho qualcosa di pulito / Il telefonino, il portafoglio, le chiavi / Hai fame? / Scusa, ma prima ti ho detto “Vuoi mangiare? Ti aiuto io” e mi hai detto di no, e ora invece? / No, Mamma, non piangere. / Buio”.
La sala si spegne, come tutte le corse di Tesoro, della mamma, di Nina. Ha un attimo teso di silenzio prima di scoppiare in un applauso assordante, a un’esperienza capace di toccare corde profonde, con una maestria rara per un’attrice giovane (Astrei ha vinto, nel 2025, il premio Ubu come migliore interprete under 35), con profonda capacità di empatia umana e continuo umorismo, marcato da quel ritmo metamorfico, polifonico, evocante un intero universo sociale, in un affondo affettivo unico.
Dello spettacolo, al momento, non sono previste repliche. Ed è un peccato perché, oltre a essere facilmente trasportabile, è una vera concitata lezione di teatro e di vita.
Kepler-452 in Georgia
Usciamo nell’umido della sera di un ottobre romano di manifestazioni e scontri dopo lo sciopero generale dei sindacati di base. Un elicottero ha ronzato durante buona parte di Gli elefanti nella stanza sul teatro India. Il tempo di prendere qualcosa al bar e torniamo in un’altra sala. Qui si dà un altro spettacolo apparso come una meteora in Italia, a Cesena e qui, e poi basta. È una coproduzione di Emilia Romagna Teatro e Lepl Mikheil Tumanishvili Film Actors Professional State Theatre di Tbilisi in Georgia, GONE. Il testo è degli italiani Enrico Baraldi, Nicola Borghesi e Riccardo Tabilio, la regia di Baraldi e Borghesi, i fondatori di Kepler-452, vincitori del premio Ubu 2025 come miglior spettacolo per A Place of Safety; l’interpretazione è affidata agli straordinari attori del teatro georgiano. Anche qui viene messa in scena un’incrinatura: la diaspora da un paese martoriato, minacciato continuamente dal separatismo e dalla Russia. Gran parte della popolazione georgiana vive all’estero, costretta a rinunciare a professioni, mestieri e sogni. La rappresentazione racconta di un gruppo di attori metaforicamente pronti a imbarcarsi in un aeroporto. Chi andrà all’estero per fare il tassista e magari dopo anni e anni tornerà in patria deluso per provare a ritentare l’arte dell’attore, chi farà la badante o sposerà uno straniero per ottenere un passaporto ‘forte’... chi…
Come in altre opere di Kepler-452 lo spettacolo assume anche tratti metateatrali, discutendo sul lavoro di attore, sulla vocazione a interpretare e quella costrizione a proiettarsi in ruoli non propri dovuta alla situazione politica ed economica, con discussioni su questo tipo di teatro proposto dai Kepler-452, che non è Shakespeare e neppure Brecht o qualche epigono del teatro politico, ma uno strano “teatro documentario”. Su quel tema si auto-ironizzava anche in A Place of Safety, chiedendosi quanto in realtà possa incidere sulle cose, in quel caso sulla sorte dei migranti persi nel Mediterraneo, e nell’attività di chi provava a salvarli. Il rapporto tra teatro e realtà abbacina, con tutte le sue fessurazioni, le sue crisi, le sue incapacità di incidere e l’utopia di poter raccontare quello che avviene alle persone.
Gli attori georgiani sono semplicemente commoventi, con il loro trascinare valigie, con le rabbie, le rassegnazioni, la festa, con quel segnale che li invita a imbarcarsi o che annuncia qualche ritardo nei voli. Il lavoro è forse troppo lungo, basato su una drammaturgia costituita da continui ritorni, con troppi finali: ma queste sono caratteristiche del generoso teatro dei Kepler-452, che sospendono – mi sembra – lo spettatore tra la distanza sospettosa e la partecipazione affettiva totale. E poi ci sono quegli interpreti, quella signora dal volto segnato e dai capelli rossi, la bellona imponente con la coda rossa, la coppia, l’attor giovane che si finge addetto all’imbarco, uomini dalle taglie più diverse e dall’aspetto normale, che ricordano vite sfuggite, quei tassisti tornati in patria per recitare, vocazioni interrotte per cercare di svoltare la vita o perché il paese non consente l’aria essenziale per fare teatro, costituita di attenzione e soprattutto di libertà.
Questo di India è lo spazio del contemporaneo, a Roma, oggi. Con fulgori che poi non si sa che futuro avranno, dove si faranno ancora vedere, incontrare. Un altro luogo è il teatro Vascello, dove nei giorni in cui sono stato in città si succedevano Marta Cuscunà e la danzatrice e coreografa Marta Ciappina e poi Pietro Giannini, premio Ubu 2025 come miglior attore under 35, ma queste sono produzioni attuate in collaborazione con Romaeuropa Festival, che riempie l’autunno romano lasciando poi una scia di nostalgia (e spesso di vuoto). Allo spazio Rossellini, in periferia, vicino a un campo nomadi, si teneva negli stessi giorni il premio Tuttoteatro.com intitolato al critico Dante Cappelletti, un concorso per progetti di spettacoli, presentati nella forma breve di una quindicina di minuti.
Intanto ha riaperto uno tra i più storici spazi della città, il teatro Valle, che vide la contrastata prima di Sei personaggi in cerca di autore di Pirandello, con il pubblico che gridava “Manicomio!”. Dovrebbe diventare il luogo della drammaturgia contemporanea del Teatro di Roma – Teatro Nazionale. Sotto lo zanni in costume bianco e verde a losanghe tra muse e dèi dipinto sopra il boccascena (vedi l’ultima immagine), si è visto Escaped Alone di lacasadargilla, compagnia romana “in esilio” a Milano, dove è residente al Piccolo Teatro (si favoleggia di interventi di squadre di tecnici milanesi per poter andare in scena in un teatro ancora sguarnito della tecnica necessaria). Prossimamente arriverà Daria Deflorian con Che dolore terribile è l’amore, dal libro del premio Nobel Han Kang, letterario spettacolo che affronta la storia di una strage in Corea e la sua memoria, tra la neve. Poi ci saranno altri spettacoli, nel luogo che dal 2011 al 2014 fu la sede di un esperimento unico, quello dell’occupazione e della definizione del teatro come bene comune, un progetto stinto dal tempo e soprattutto dalla trascuratezza delle istituzioni.
Il resto della programmazione mi sembra condursi su binari piuttosto consueti, mentre il Teatro di Roma – Teatro Nazionale all’Argentina, dopo le accensioni di Romaeuropa Festival, torna al repertorio più consueto con spettacoli del tedioso Luca De Fusco (il direttore, in quota alla destra governativa), con l’eterno, fumettistico Massimo Popolizio, con la politica di scambio con altri teatri nazionali.