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Aut aut: specismo e pandemia

Da quando “Riflessioni sulla pandemia”, il numero di “aut aut” curato da Alessandro Dal Lago e Massimo Filippi, è stato completato (novembre 2020) alla sua recente pubblicazione (marzo 2021), la pandemia da Sars-CoV-2 ha registrato un’ulteriore impennata di contagi e circa 500.000 vittime in più, per un totale di 2 milioni e 800mila morti nel mondo. 

Mentre ci si affanna sul modo di uscirne, gli autori di questo corposo volume si interrogano sui perché ci siamo finiti dentro e su alcuni meccanismi e pratiche sociali e politiche non prive di conseguenze, che la pandemia ha evidenziato. E non solo per esercizio critico radicale, che pure non sarebbe da poco, ma perché “in una popolazione in rapida crescita, con molti individui che vivono addensati e sono esposti a nuovi patogeni, l’arrivo di una nuova pandemia è solo questione di tempo (D. Quammen, Spillover, pp. 299-300)”. Abbiamo imparato che quella da Sars-CoV-2 è una zoonosi, ossia una malattia in grado di effettuare il famoso salto di specie dal vivente animale a quello umano.

 

Quello in corso è solo l’ultimo di una serie di incidenti dovuti all’appropriazione, da parte degli umani, dei corpi di animali, sia “selvatici”, che “da reddito” e dei territori che abitano. Sebbene questo esercizio nei confronti dei corpi animali e delle loro Umwelten abbia avuto inizio già nel neolitico, l’estensione egemonica e planetaria del capitalismo ha drammaticamente accelerato questo processo, con l’ausilio di un efficiente apparato di tecnologie. Lo specismo, inteso come insieme di dispositivi che permettono all’Umano di sfruttare e mettere impunemente a morte l’Animale (v. M. Filippi, Questioni di specie, 2007), fornisce schiere di corpi animali pronti ad essere messi a profitto e a morte, li alimenta e se ne fa alimentare, non molto diversamente da ciò che accade per il razzismo e per l’eteropatriarcato. La crescita sia degli umani che degli animali allevati intensivamente, quella esasperata dei consumi, la devastazione ambientale e la velocità globalizzata dei mezzi di spostamento creano la tempesta perfetta. Un battito d’ali di un virus a Wuhan provoca quello che vediamo nel resto del mondo. 

 

Le pandemie zoonotiche e il riscaldamento globale sono fenomeni naturalculturali, ossia prodotti dall’Umano su quel materiale che è l’atmosfera, i microbi, gli atomi. E proprio le zoonosi (lo sono anche Ebola, AIDS, le altre Sars, l’influenza aviaria) non rispettano il sacro (e quanto mai arbitrario) confine tra Animale e Umano, diffondendo il contagio per eccellenza, quello che proviene da “animali selvatici” e “animali da reddito”, animali demoniaci, secondo Deleuze e Guattari, i cui patogeni sono in grado “di far delirare i continenti, le culture, le posizioni sociali (Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, 1980)”.

 

L’antropocentrismo e la sua macchina bio-necro-politica funzionano, dunque, efficacemente, salvo incidenti, come l’attuale pandemia, che ci ricordano che gli “altri” (i dannati della terra, le vittime di fame, guerra, epidemie), la carne del mondo, compresa quella dell’Animale, di cui l’altra metà avvantaggiata si appropria, possono facilmente diventare “noi”. Il virus, pura vita immanente, occupata solo dal contagiare, è indifferente ai nostri codici e alle nostre classificazioni, eppure potrebbe, o dovrebbe, portarci a rivederle. Ma il nuovo Leviatano che pure intuisce la minaccia della propria possibile fine, non muore mai, semmai “si iberna (G. Mann, J. Wainwhrait, Il nuovo leviatano, 2018)”. E si rigenera attraverso il sacrificio ciclico dei (soliti) sacrificabili, rilanciando il proprio progetto di significazione, o, per dirla in altri termini, sopravvive in pace e in guerra grazie a uno stato di guerra perenne, che sia ad alta o a bassa intensità. 

 

La pandemia è certamente un problema sanitario ma è rapidamente diventato un problema sociale (per chi ha occhi per vedere) che colpisce drammaticamente gli invisibili, esistenze talmente marginali che spariscono. Queste vite sono più sacrificabili, rese tali da quella forma di biopolitica che è la pratica della biolegittimità che la pandemia ha evidenziato. Migranti irregolari e richiedenti asilo, soggetti che hanno perso il lavoro o che hanno continuato a lavorare in presenza, già colpiti da svantaggi facilmente immaginabili, che sono fattori di rischio per il Sars-CoV-2, detenuti. Non tutte le vite sono uguali, nonostante il tanto dichiarato valore della vita, di ogni vita. Per non parlare delle “ferite morali (A. Honneth)”, altrettanto invisibili: quelle inflitte al rispetto e alla stima di sé di chi ha perso il lavoro e non è in condizioni di provvedere alla sussistenza di sé e dei propri cari.

 

Se l’informazione sul nuovo coronavirus, un po’ come durante l’influenza spagnola all’indomani della prima guerra mondiale, ha adottato un linguaggio “bellico”, costellato di termini come “nemico invisibile”, “strage”, “guerra”, “ecatombe”, con l’effetto di aggiungere paura alla paura, le immagini che riguardano la pandemia minacciano un’altra versione del confine tra “noi” e “loro”, quella spettacolarizzata. Il godimento (non l’anestesia) legato alla visione quotidiana dei morti, degli ospedali che esplodono, della desolazione e della povertà che aumenta, non solo chiede sempre di più, come ogni sintomo che si rispetti. Introduce il dubbio che non siano più “loro”, l’(abituale) eccezione che ci fa sentire al sicuro, i soliti di cui scorrono le immagini video: di norma migranti morti in mare o recuperati in extremis, vittime di carestie, guerre, catastrofi naturali. Siamo “noi” o la possibilità reale che quel “loro” lo diventi, lo sia già diventato, che adesso spunta scandalosamente dai nostri teleschermi. 

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