A caccia di scarabei

“Quanto sono felici i fanciulli e quanto li compiangono gli adulti quando non hanno sufficiente saggezza per diventare di nuovo fanciulli”. Così scrisse Charles Nodier (1780-1844), entomologo e ispiratore del movimento romantico, nel racconto Serafina del 1832 (tradotto col titolo Ricordi di gioventù, edito da Sonzogno nel 1928) ricordando gli anni giovanili trascorsi sui monti del Giura e sui Vosgi. Forse la felicità si realizza pienamente in occasioni che coincidono con un periodo anteriore all’adolescenza, autentica “età dell’oro” mitizzata poi in epoca adulta. In quel tempo fitto di meraviglie in cui si formano i tratti del carattere trovai anch’io numerosi splendidi insetti, alcuni tra i quali si chiamano per l'appunto Carabi. 

Nel corso della storia umana questi Coleotteri, specialmente se dorati, hanno colpito l’immaginazione di collezionisti, ricercatori e scrittori, in un intreccio di numerose storie. Il “racconto di racconti” che ne è nato è composto da frammenti di tali occasioni, affiorate dal fondo della mia memoria nell’ozioso fissare una nuvola o uno spicchio di muro giallo, frammenti che la bufera della vita attiva avrebbe impedito di riordinare. Con l’occhio dell’entomologo ho ricomposto le impressioni di svariate cacce entomologiche, a partire da una passeggiata autunnale in cerca del Carabus (Archicarbus) rossii. Durante l’ascesa – tradizionalmente condotta in solitaria – alla vetta del Monte Ceceri, in prossimità di Fiesole, lungo un percorso d’una decina di chilometri, segnato da una moltitudine di quelle che il padre dell’ecologia Uexküll definisce “marche percettive”, punti di riferimento familiari, ho enumerato le specie, gli scrittori che si sono occupati di loro e le trascorse esperienze d’entomologo dilettante quando, all’età che fu di Nodier, son giunto anch’io ai campi e alle foreste, nell’atto di cacciare, cominciando in quel tempo le collezioni. 

 

A ogni passo mi sono imbattuto in una scoperta, m’è sembrato di camminare in un paese di meraviglie. Non esiste un’espressione che possa significare la gioia di quelle “innocenti usurpazioni della scienza su la natura ribelle e misteriosa”. Coloro che non le hanno vissute in prima persona avrebbero difficoltà a comprendere tali emozioni. Proprio come accadde al narratore francese, cerco di testimoniare  il fremito instabile della prima visione del carabo zampettante nell’ombra umida d’una quercia abbattuta, dentro la quale stava a riposo “abbagliante come il carbonchio caduto dal pennoncello o dal turbante del Gran Mogollo”, e di come, abbacinato dalla sua luce emersa dall’oscurità della materia, di contro mi tremasse la mano con una tale emozione che dovetti cercare più di afferrarlo prima di riuscire a entrarne finalmente in possesso…”

 

Passaggio al bosco

 

Poiché siamo come tronchi nella neve.

In apparenza, essi vi stanno appena adagiati sopra, lievemente,

e non dovrebbe bastare che una minuscola spinta per smuoverli via.

E invece no, non ci si riesce, perché aderiscono saldamente al terreno.

Ma, attenti: anche questa è soltanto un’apparenza!

Franz Kafka, Gli alberi

 

Un giorno di fine novembre, dissipatosi il nebbione, s’è rivelata una mattina luminosa e forse tiepida. I fiori degli asteri son già tutti secchi lungo il sentiero e delle nappe di cardi spinosi che furono color cinabro restano solo gli involucri, strutture grigie o marroni, ancor più belle in quanto essenziali nelle loro raggere di lunghe brattee aculeate. I pappi si sono spampanati, lasciando liberi gli acheni che mostrano simulacri di una forma archetipica: la punta di uno strale. A tratti dal sottobosco, tra l’erba rorida di rugiada, sulle ripe della strada inghiaiata che porta al cimitero, spuntano opalescenti, se viste in controluce, le silique delle spettrali lunarie. I campi incolti gialleggiano di graminacee vizze, i clivi son sereni, i colli glauchi. Alle Cave di Maiano, pochi chilometri da Fiesole, in mezzo a lame di scuri cipressi, il profilo cilestrino del monte Ceceri è sfiorato dal riverbero dei raggi di sole autunnale. Qualche refolo freddo soffia a tratti, piega le cime aguzze facendo cricchiare i rami più alti. Vengo scosso da brividi acerbi mentre attraverso a piedi la cipresseta accanto al fienile dove ho parcheggiato lo scooter. Vestito con una giacca scozzese di lana pettinata a quadri blu e azzurro, – all’occhiello una spilla metallica d’una farfalla primaverile, la gialla Gonepteryx rhamni (Linnaeus, 1758) detta comunemente Cedroncella –, porto pantaloni color beige in velluto a coste sottili, camicia bianca e scarpe di camoscio con para di gomma, già un poco lorda di fango. 

Immagino che uno scoiattolo si sia da poco assopito nella tana, rincantucciato nel tronco cavo. La terra si sta per addormentare, svelando la realtà di un orizzonte di colline ispide, cinto da brume leggere. Per ripararmi indosso pure un cappotto di cotone a doppiopetto e una sciarpa di pashmina. Sono venuto in questo posto vicino a Fiesole, sulle colline a Nord di Firenze, per ritrovare un Coleottero che so essere piuttosto frequente nella stagione autunnale. Si tratta di un carabide del genere Carabus, dal nome Carabus (Archicarabus) rossii Dejean, 1826. Mentre sgrano tra le mani gialle pagliette denticolate e ispide, nello scalare dei diversi piani della campagna, dominati a tratti dal rosso mattone delle foglie secche, si stagliano convesse le chiome più alte degli alberi, gli ombrelli sempreverdi dei pini. Osservo qua e là altri esili cipressi, simbolici e giotteschi. Per il resto, dietro la montatura nera dei miei occhiali, il bosco pare dipinto a pennellate dense, scaglie friabili o squame lanose. 

 

Presentandosi in alcune popolazioni snello e allungato, talvolta tozzo, l’archicarabo ha un aspetto variabile. Comunque – rassicurano i libri di testo – la taglia è sempre compresa tra i due e i tre centimetri, mentre il colore è bruno-nero, coi margini del pronoto e delle elitre venati di riflessi dorati, rameici, blu o verdi. Ha antenne nere e lunghe che, se tirate indietro, arrivano alle elitre. I lobi posteriori del pronoto sono allungati, coi margini rotondi, le fossette basali profonde. Le elitre, ovali, sono allungate e un po’ ristrette in avanti, generalmente più larghe nelle femmine. La scultura del dorso convesso non è uniforme, varia molto a seconda della popolazione, ed è interrotta a intervalli regolari, profondamente punteggiata secondo uno schema preciso, detto in termini entomologici “catenulazione”. 

Le zampe sono nere, l'edeago corto e robusto. 

 

Mi accingo a una meticolosa ricerca mentre incedo ai margini incerti tra campo e bosco, attento a schivare le pozze per non schizzare di fango gli abiti. Con lo zaino in spalla il mondo appare diverso, dotato di una dimensione in più, considerando la costruzione dell’immagine complessiva di questo paesaggio addomesticato da secoli che si mostra in una luce chiara, mosso e fatto vibrare con un’orchestrazione ampia nel cielo. I raggi di sole della tarda mattina sembrano solidificare le forme della natura. Percepisco la zavorra che batte sulle spalle, allentati gli spallacci. In una doppia tasca porto un piccolo libro e l’eterogenea attrezzatura entomologica: due paia di pinze, tre provette (due grandi vuote e una piccola con segatura intrisa d’etere), un sacchetto da freezer e una scatola di metallo. Il set limitato e preciso di oggetti che mi serve per entrare in relazione con l’ambiente. La tessitura cromatica delle colline si mescola in un’armonia di toni. Porterò campioni di natura selvaggia nella mia casa cittadina per osservarli durante la notte e disegnarne i contorni, ricalcandone il profilo. Per il resto, a differenza del traffico urbano che brulica più in basso nella valle, intorno a me è un silenzio solcato a tratti dai sibili del vento e dall’eco di spari oltre il poggio più lontano dove forse un cinghiale braccato sta fuggendo. 

Anche il carabo è fonte di cibo per il cinghiale, mentre l’albero è rifugio per lo scoiattolo e il picchio. Mi muovo nel folto dedalo dei punti di vista fra loro in armonia ma anche contraddittori, talvolta decisamente contrastanti.

 

I boschi sorgono ovunque ci sia un dubbio. Camminando mi domando per quale motivo i manuali entomologici dedicati ai Coleotteri inizino coi Carabus, così come l’enumerazione dei Lepidotteri principia coi Papilionidi e prosegue poi con le Pieridi. Formare il mondo significa sempre compiere una violenza, stabilendo priorità e gerarchie spesso imposte col solo esercizio della forza o della consuetudine (così come l’ambiente circostante si può formare con grazia oppure devastare). I Carabi sono tra i più ambiti dai collezionisti, che ne fanno incetta, riservando un posto d’onore a questi esseri simili a monili, come dice il nome di uno dei più noti tra quelli della fauna transalpina, per il loro splendore e per la ricchezza di dettagli della scultura delle elitre. Ma dubito sia questa la motivazione del primato. Cosa corrisponde, nell’immaginario umano, alla forma del carabo? Se in una sedia vediamo il sedersi, nella scala il salire o lo scendere, che cosa identifico nella loro forma oblunga? Molti vi vedono solo insetti scuri e senza alcuna attrattiva. Scarafaggi. Nell’immagine del carabo io scorgo invece riflesso il mondo intero, una tonalità cosmica.

 

Nell’ordine tassonomico potrebbero venir prima gli Scarabeidi o i Buprestidi, oppure gli Elateridi. Invece in cima alla lista c’è sempre la famiglia dei Carabidi. Prima di loro viene annoverata solo una sparuta congerie di insetti più arcaici e relitti, simili a fossili viventi, gli Archostemata, e poi i mirmecofili Paussus, nel numero di una sola specie in Italia, il Paussus (Edaphopaussus) favieri Fairmaire, 1851. Prime nella famiglia dei Carabidi stanno le feroci ed eleganti Cicindele e, subito dopo, i Carabus. Che torni a cercare quest’insetto proprio per via di tale priorità alfabetica? La domanda mi colpisce mentre il vento appare e scompare nel silenzio. 

 

Daniele Verucchi, Carabus (Limnocarabus) clathratus ssp. antonelli

 

La famiglia dei Carabidi, diffusi in tutto il mondo, annovera tra le 20.000 e le 40.000 specie, a seconda dei criteri tassonomici del catalogo che si decide di consultare. Fanno parte della superfamiglia Caraboidea, comprendente anche Cicindelidi, Paussidi, Risodidi, Ditiscidi, Girinidi. La famiglia venne descritta dall’abate Latreille nel 1802. Fanno parte del Sottordine Adephaga Schellenberg, 1806 (dal greco ἀδηφάγος, adephagos, "ingordo") e si distinguono dagli altri coleotteri (Polyphaga) in base a particolari caratteristiche del protorace e del primo segmento dell'addome. Ulteriori caratteristiche sono il pronoto separato dalle pleure dalle suture notopleurali, i trocanteri generalmente espansi e le cosce posteriori saldate al metasterno. Tuttavia non è necessario essere un entomologo per distinguere un carabo. La differenza con gli altri insetti è evidente anche per l’occhio di un bambino. 

 

I Carabi sono predatori, per lo più legati alla vita acquatica, organismi indicatori del livello di inquinamento in quanto rilevano lo stato dei nutrienti dei suoli forestali e della biodiversità di un determinato luogo. Presentano una decisa vicarianza stagionale e una netta suddivisione dei territori vitali, suddividendosi tempi e spazi di competizione: è difficile trovare due o più specie sullo stesso territorio. Nel corso dei secoli gli entomologi si sono affannati a creare generi e sottogeneri in maniera discutibile, battezzando nuove specie sulla base di caratteri infinitesimi, per il solo vanto di potersi dedicare la scoperta, per far entrare il proprio nome e cognome nei cataloghi e avere la vana illusione di diventare per un lasso di tempo brevissimo quasi come immortali. Proprio sui Carabidi, più che in altre famiglie di coleotteri, si sono scatenate guerre tra entomologi di varie nazioni per le revisioni tassonomiche, creando nuovi sottogeneri in base al DNA. La fauna italiana annovera circa 1300 specie, appartenenti a 127 generi. “Entità geofile”, passano solo parte della loro esistenza nel legno deperente;  come predatori di chiocciole, lumache, lombrichi e altri invertebrati svolgono un ruolo importante nella regolazione dei processi di decomposizione della materia organica.

 

Cadute per terra sul muschio verde giacciono alcune splendenti bacche rosse che, nel riverbero di una lama di sole, si manifestano essere frutti di corbezzolo, scialbi ma commestibili. I carabi del genere Carabus ammaliano l’entomologo per via delle tenaglie vigorose, oppure perché sono predatori aggressivi, veloci e notturni con dei riflessi metallici e sculture tanto elaborate sulla loro loricata chitina che non si potrebbero immaginare senza averle viste dal vivo. Ma quale è la forma agente, quale l’archetipo che colpisce l’immaginazione, in queste forme? L’entomologo e scrittore tedesco ha dato la sua spiegazione in alcune pagine del suo libro per me più rappresentativo, dal titolo Cacce sottili. Mi perdo in queste oziose divagazioni e, invece di cercare carabi sulle Alpi o i Pirenei, m’aggiro fra le frasche del paesaggio prossimo a dove abito. Una terra tosca dove scorgo polle affioranti, rocce nude che brillano al sole, mentre la strada sterrata piega verso sinistra, costeggiando un muro di pietra sbreccato a tratti che marca distintamente l’inizio, di là da quello, di un bosco di lecci, un fondo privato, probabilmente adibito anticamente a riserva di caccia o a parco neo-medievale. Tra muri di recinzione in pietra scorgo la Villa di Maiano, antica proprietà della nobile famiglia dei Pazzi. Disorientato dal succedersi delle forme ripasso i fondamenti di tassonomia entomologica, stilando mentalmente il catalogo dei Carabi presenti in Toscana così come la elencavo da ragazzo, quando la ripetizione di nomi latini inanellava una lenta litania, concatenazione di sillabe e di consonanti:

 

Calosoma sycophanta

Calosoma maderae

Carabus clathratus antonellii 

Carabus granulatus interstitialis 

Carabus alysidotus 

Archicarabus rossii 

Carabus cancellatus emarginatus 

Carabus glabratus 

Tomocarabus convexus paganetti 

Procrustes coriaceus 

Megodontus violaceus picenus 

Macrothorax morbillosus costantinus

Cychrus italicus 

 

Oggi la lista sarebbe assai diversa: sono stati battezzati nuovi generi mentre altri hanno cambiato nome. Ma la recita di allora, incompleta e parziale, il ruminare quei suoni familiari, diventa poesia, un ammaliante incantesimo. Ciascun verso evoca le corrispettive forme del coleottero e ogni specie identifica una porzione di territorio coi corrispettivi ricordi. 

 

Daniele Verucchi, Calosoma sycophanta   Daniele Verucchi, Calosoma sycophanta

 

Come in un racconto di Giovanni Papini, durante l’infanzia mio padre m’accompagnava spesso in cerca d’insetti in questi luoghi intorno a Firenze. S’andava via assieme alla mamma, che portava con sé una rivista da leggere per ingannare la noia, la tarda mattina o dopo pranzo nei fine settimana percorrendo certe strade solitarie fuori mano, in Serpiolle, a Montespertoli o a Maiano, dove si camminava adagio, alzando sassi o scortecciando tronchi, sempre col retino in spalla, evitando accuratamente d’incontrare persone. Io ero quasi sempre soprappensiero — pensavo solo agli insetti e al modo per trovarli, col mio carattere scontroso ruminavo già allora precoci disappunti verso il mondo o abbozzi contorti d’idee sul futuro. Cercavo coleotteri e immaginavo le loro esistenze fra gli anfratti dei muri umidi – istoriati di licheni gialli e con le scolature nere e luccicanti delle feritoie – in cui la strada era incassata. Tra le fronde dei pallidi olivi sfilavano i rosai nani, non curati, con le rose selvatiche pallide e mezze che spampanavano giù nel fossetto, costellate da qualche comune scarabeo floricolo come la piccola e graziosa Oxythyrea funesta, nera con le macchioline bianche, o dalle verdissime Cetonia aurata nella sottospecie pisana, come insufflate nel vetro di bottiglia ed ebbre di polline. Ogni tanto i muri si aprivano e succedevano le alte siepi bianche di Cornus sanguinea, e quelle prunose di rovo nere di more alla fine dell’estate. Più lontano ancora, da dove sentivo abbaiare un cane, sparivano muri e siepi, il viottolo massicciato saliva tra i cipressi o gli abeti, sotto le valli solcate e i prati bagnati. Oltre i fondi di nebbia appariva l’illusione dell’infinito.

 

Compiere ogni gesto ha un costo e il trovarmi qui, disertando la vita sociale della necessità, appare l’unico modo per celebrare queste forme e questi nomi. Vagabondo da solo tralascio scambi o bilanci in cerca di un varco per passare dalla parte del bosco, in un “altrove” entomologico. Qui spero di incontrare l’Archicarabus rossii, endemismo italiano che popola tutta la penisola. Ignoro quale sia stato il processo di speciazione, in quale era geologica sia avvenuto, quale fosse l’ipotetico carabo originario da cui si è evoluta, per discendenza di mutazioni progressive, tale specie (che è affine a alysidotus ma più primitiva, leggo da qualche parte, sia da un punto di vista morfologico che ecologico). Le stazioni di cattura più settentrionali sono in Piemonte, tra Torino e Savona, quelle più meridionali in Calabria e Sicilia. Si trova in pianura e in montagna, fino a duemila metri. Si rinviene abitualmente – così dicono i manuali – sotto le pietre, nei prati, i campi e i boschi. Lungo la dorsale appenninica si è distinto in diverse popolazioni per lungo tempo isolate tra sé, tanto da dare forma a numerose varianti, come la pirazzolii di taglia assai più piccola rispetto alla forma tipica (prevalente in Abruzzo), oppure la forma castaneipennis che presenta esemplari “rufini”, o molte altre varianti descritte in base alla scultura delle elitre, più o meno regolare. Tali suddivisioni in varianti e aberrazioni sono giustamente considerate superflue dalla scienza. 

 

Durante tale romitaggio entomologico annoto nella mente la concentrica complessità di dettagli dei “paesaggi minimi”, nome coniato dall’importante entomologo Mario Sturani (1906-1978) torinese d’adozione – giacché nacque ad Ancona – amico e compagno di scuola di Cesare Pavese. Divulgatore scientifico e al contempo anche pittore e ceramista di professione in una ditta che fabbricava soprammobili da salotto, Sturani si specializzò in carabi e, attratto dalle minute forme della natura, raccolse nel libro intitolato appunto Paesaggi minimi svariate sue tempere a colori a soggetto entomologico (il volume è stato pubblicato in mille esemplari, dei quali possiedo il numero 304, con l’esergo tratto da Piero Calamandrei: “Dunque, amico / non mi dar del matto / se quando vado per i monti / parlo ad alta voce ai fiori / ed alle farfalle: / credi tu di esser meno matto / quando parli cogli uomini / nella speranza che quelli / ti rispondano?”).

 

La maggior parte dei Carabus popola luoghi di montagna. Come ovvio quindi la biodiversità maggiore si riscontra sulla catena alpina o lungo la dorsale appenninica. In Italia sono presenti degli endemismi, oltre all’Archicarabus rossii, alcuni dei quali molto rari e perciò apprezzati dai collezionisti. In Sardegna e in Corsica è presente l’Eurycarabus genei, che appare quasi una forma insulare del rossii (secondo alcuni specialisti le due specie presenterebbero legami filogenetici, pur appartenendo a due sottogeneri differenti); in Abruzzo, sul Gran Sasso, s’aggira tra le pietre il butterato cavernosus; la Sicilia – tra i fitti boschi dei Nebrodi e delle Madonie – custodisce il nero e depresso Macrothorax planatus, mentre il “famigerato” Eurycarabus famini, pur raro, si trova anche in Nord Africa. Sull’arco alpino ciascun quadrante di cime ha, in pratica, la propria specie dedicata di Orinocarabus. Sulle Alpi Cozie abita l’enigmatico Platycarabus cychroides, dal pronoto stretto ed allungato e i lucidi riflessi verdi metallizzati tirati a specchio. Infine, in una valle in provincia di Biella, sopravvive il carabo che, a detta di molti entomologi, è il più bello del mondo, il Chrysocarabus olympiae

 

Tommaso Lisa è autore, oltre a libri di poesie e di critica letteraria, di Memorie dal sottobosco. Un coleottero dei funghi , Exorma, 2021

Le illustrazioni sono di Daniele Verucchi.

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Daniele Verucchi, Olympiae