Figli d’arte Cuticchio: innovare la tradizione

È alto e imponente, con i lunghi capelli e la barba bianchi: somiglia a Carlo Magno, a Garibaldi, a Mangiafuoco (forse a Omero). Mimmo Cuticchio ha rinnovato la tradizione dei pupi siciliani con spettacoli insieme epici e moderni, aggiungendo altre storie al repertorio dei Reali di Francia.

Ha raccontato per anni le storie di Orlando il prode, il fedele, l’eroe tutto di un pezzo; di Rinaldo il ribelle, il furbo, il donnaiolo; di Astolfo, il cugino inglese strampalato, che arriva fin sulla luna a cavallo dell’Ippogrifo; di Ruggiero, di Bradamante, del giusto imperatore Carlo Magno e di Gano il vile traditore, contro cui era facile che gli spettatori lanciassero improperi o addirittura le scarpe (una volta a Gela uno comprò Gano dal puparo, lo appese a un albero e gli sparò con la lupara). Li ha fatti scontrare, secondo tradizione, con i pagani con la mezzaluna e le vesti ricercate, Ferraù, Marsilio e Agramante, Rodomonte e Gradasso. 

 

Ha introdotto nei suoi spettacoli il cunto, una narrazione di storie ispirate al ciclo di Carlo Magno che si teneva nelle piazzette di Palermo aiutandosi solo con un bastone o con una spada. Della tradizione ha conservato il fascino e la musicalità, la capacità di spezzare il racconto in frammenti ansimanti, sincopati, che portano lo spettatore come nell’occhio delle battaglie, in una specie di virtuosistico, impressionante zoom auditivo che ingrandisce i particolari. Poi a queste storie ne ha aggiunte altre, da Omero e da molte altre fonti, quelle di Achille, di Ulisse, di Enea, di san Francesco, di Cagliostro, di Aladino, di Macbeth, di Don Giovanni, di Gesualdo da Venosa, di Medusa, e perfino una sulla crisi del mondo dei pupi e dei pupari nel dopoguerra, quando arrivano altri divertimenti, i fumetti, il cinema, la televisione, e l’Opra dei pupi diventa un triste intrattenimento per turisti, apparentemente senza una prospettiva. 

In molti spettacoli ha rivelato gli attori (gli opranti, i manianti), aprendo le quinte del teatrino che li nascondono, aggiungendo con questo svelamento fascino attraverso la sproporzione. I manovratori appaiono allora come forze che giocano col destino dei pupi, li fanno muovere a loro piacere, li fanno scontrare, volare, morire; all’improvviso simili a giganti, dopo che ci avevano abituato alle dimensioni ridotte del teatrino come fosse la proporzione della realtà, al loro confronto fanno sembrare piccole quelle marionette di legno pesante, fragili nonostante le loro armature.

Ora questo genio che ha rinnovato lo spettacolo popolare celebra i cinquant’anni di attività della sua compagnia Figli d’arte Cuticchio con una rassegna di video di alcuni dei lavori più significativi realizzati. Saranno trasmessi dall’8 aprile al 10 giugno su Italiafestival o su Ray Play, online alle 18.30 ogni giovedì e poi disponibili on demand (vedi il calendario in fondo all’articolo).

 

Un’immagine da Eneide.


“Sono nato in tournée nel 1948” ci racconta. “Mio padre Giacomo fino al 1969 portò il ciclo dei Paladini di Francia in tutta la Sicilia Occidentale. La nostra era una casa-teatro. Si fermava tre o quattro mesi in un posto, poi si spostava per far ‘riposare la piazza’. Sono diventato grande in mezzo ai pupi: loro per me sono fratelli, sono nati e cresciuti con me e io con loro. Io parlo con i pupi, ballo con i pupi”. 

“La mia prima parte a tre anni è stata quella dell’angelo che recita una preghiera quando muoiono i paladini. Dai sei ai dieci anni ho suonato il piano a cilindro: devi stare attento ai gesti, agli occhi, ai colpi di piede dell’oprante; impari a conoscere un linguaggio antico fatto di segni e suoni. Sono quindi passato a riporre cavalli, centauri, draghi, a fare i fuochi per i diavoli, a dare voce alle donne. Sono diventato aiutante a quindici anni”.

Poi venne la ribellione al padre: a Parigi fuggì dalla compagnia; in seguito frequentò una scuola di teatro a Roma, recitò per alcune stagioni in compagnie di prosa, si mise a bottega da un costruttore di pupi, Peppino Celano, da cui imparò anche il cunto. Era una ricerca della propria arte, l’inquietudine per uno spettacolo, quello dei pupi, che si stava avvilendo in repliche per comitive di turisti, sempre uguale a sé stesso.

 

Guerrieri dell’Ira di Achille.


“A venticinque anni mi staccai definitivamente da mio padre. Aprii il primo teatrino, per prova, a Trabbia, un paese sul mare vicino a Palermo. Si radunava, anche da località vicine, un pubblico di pescatori. Mio padre mi aveva incoraggiato: vai a fare il ciclo dei Paladini di Francia per gli appassionati, gli spettacoli a puntate (trecentosettantuno nei canovacci dei Cuticchio, fino alla morte di Rinaldo e di Carlo Magno, ndr). Non mi presentavo come teatro di Mimmo Cuticchio. Mi aiutavano mio fratello Guido (l’altro fratello, Nino, arriverà dopo); poi ho inserito le mie sorelle, Anna, Piera e Rosa. Ci chiamammo Figli d’arte Cuticchio, una sigla che stava a indicare anche un lavoro di gruppo. Dopo tre mesi a Trabbia tornai a Palermo: ogni tanto aiutavo mio padre, poi d’inverno iniziai a fare spettacoli nelle scuole, e d’estate a qualche festival dell’Unità”. Gli spettatori doveva conquistarseli. Non aveva finanziamenti pubblici: il teatro si sosteneva con i biglietti pagati dai ragazzi, prima a cinquanta lire, poi a cento. “Andavo classe per classe, organizzavo recite nelle palestre, nelle aule, perfino nei corridoi se non c’erano saloni adatti. Quando arrivava il caldo montavo fuori il teatrino”.

 

Cunto e musica: Mimmo Cuticchio, il figlio Giacomo e l’ensemble strumentale al Quirinale.


Questa vita nomade dura fino al 1973. Cuticchio si costruisce da sé i pupi (ancora oggi: vederlo lavorare, con una concentrazione quasi mistica a creare questi ‘fratelli’, è uno spettacolo antico e affascinante). Continuano le discussioni con il padre, che aveva paura togliesse al suo teatrino il pubblico di turisti. “Ma a me i turisti non mi interessavano. Decisi di avere i miei pupi e di dargli un tetto. Era il 1973. Trovai un magazzino in via Bara all’Olivella, vicino alla chiesetta di S. Maria dell’Itria, nel centro storico. Allora era una zona semiabbandonata della città, degradata, che gli abitanti cercavano di abbandonare”. Oggi in quella strada, proprio di fronte al teatro Massimo, c’è sempre il teatrino della Compagnia. E troviamo il laboratorio, il museo e la casa della famiglia. La strada è rinata, anche grazie a Cuticchio e alla infaticabile Elisa Puleo, organizzatrice e donna di relazioni, che accompagna e protegge la concentrazione artistica totale del marito e dà praticabilità ai suoi visionari progetti. In questa strada la compagnia ha ambientato varie edizioni di un festival di tutte le arti popolari e di strada, La macchina dei sogni, esportato anche in altre località. Dopo il teatrino, in via Bara sono sorti luoghi di ristoro, botteghe artigiane, attività commerciali. 

 

Un’immagine da Don Giovanni.


Continua Cuticchio: “Aprimmo quindi la sala nel vecchio magazzino vicino all’antico porto arabo. Intanto continuava il lavoro nelle scuole. Non potevo tornare tutti gli anni con le stesse storie. Gli insegnanti mi chiedevano se avevo qualcosa di nuovo e dovevo far fronte alla concorrenza di clown, prestigiatori, giocolieri, animatori… Mi misi a leggere alcuni libri di testo delle medie e scoprii che studiavano l’Iliade, l’Odissea e altri poemi. Dal 1974 iniziai a costruire i pupi per queste altre storie, e ci sono voluti molti anni. Integravo le nuove figure con paggetti della tradizione. Il lavoro più impegnativo è stato sbalzare le armature. L’Iliade è quasi diventata un’Odissea, tanto ci ho lavorato”.

Intanto aveva letto e riletto i due poemi omerici, tanto da diventarne padrone come delle storie dei Reali di Francia: “Volendo avrei potuto farli a puntate, ma in realtà mi chiedevano spettacoli conclusi di un’ora, un’ora e un quarto. Ho trasformato l’Iliade in una storia di attualità. Ci ho inserito spunti comici. Volevo conquistare un pubblico nuovo”. 

 

La ricerca continua con altre storie, come quella di Cagliostro: “Era palermitano, alchimista e un po’ truffaldino. Eravamo negli anni della P2, si parlava di massoneria e Cagliostro era stato in relazione con l’associazione segreta. A Palermo avevamo i Beati Paoli. Cagliostro era l’ideale per ragionare su un potere occulto. Nello spettacolo c’erano effetti speciali, come quando, prima che fosse ghigliottinato, facevo uscire la sua anima e la facevo trasmigrare nel monaco che lo stava confessando. Era un effetto ingenuo, ma proveniva da un patrimonio popolare, dove le cose sono o bianche o nere. Ebbe successo”.

Così Cuticchio studia e traduce in canovaccio altre storie: quella di Coriolano di Shakespeare, di Scanderbeg, l’eroe albanese (in Sicilia ci sono molti discendenti degli albanesi fuggiti davanti alla minaccia turca). “Cominciai a lavorare sui canovacci, ne scrissi di nuovi, per verificare se avevo capito la tecnica tradizionale: la storia di santa Genoveffa, la Passione di Cristo... Creavo canovacci e poi li completavo in copioni, perché l’improvvisazione va bene, ma più cose scrivi, meno errori fai. Così ho sempre agito in seguito: quando voglio immaginare senza freni prendo appunti; quando mi sono ben bene ubriacato dei testi, scrivo”.

 

Un’immagine da O a Palermo o all’inferno.


Poi arriva il cunto, e anche qui Cuticchio ci narra una storia tra la tradizione, la sua necessità di innovarla, il fascino che quella tradizione comunque suscita in generazioni sradicate, senza riferimenti culturali forti. 

“Viene in Sicilia l’Odin Teatret. Eugenio Barba e i suoi dovevano montare Il Milione e cercavano spunti nei territori. Organizzano un incontro a Trappeto, nella sede dove lavorava Danilo Dolci, con l’Università di Palermo. Convocano vari teatranti siciliani. Io mi trovo a parlare con Barba e con Nando Taviani dei pupi. Temevo pensassero fosse un teatro antico. Il giorno dopo mi porto la spada e provo, timidamente, di fronte a tanto pubblico, a fare il cunto, come lo avevo imparato da Celano e come lo facevo qualche volta nelle scuole o a feste dell’Unità. Per Barba e i gruppi del Terzo teatro fu una scoperta.

 

Qualcuno disse: noi mandiamo gli attori in India a studiare il Kathakali e Cuticchio a due passi da noi fa una cosa unica. Ero intimidito, ma sapevo anche che il cunto, con le sue accelerazioni ritmiche, i ragazzi li catturava. Taviani mi lanciò una sfida: sapresti raccontare in questo modo una storia non tradizionale? Non l’avevo mai fatto, ma il giorno dopo mi comprai i giornali per provare a narrare un fatto di attualità. Ma non trovai nulla di interessante. Il giorno andai dietro la parata dell’Odin per le strade di Trappeto, con attori che si calavano dai balconi, che correvano su trampoli, si arrampicavano, duellavano… Io li seguivo, dietro Barba, con i suoi tipici sandali, e Taviani, pure con i sandali. Tornammo nel borgo di Dolci, ed ero ancora senza storia. Ero preoccupato. Poi mi sono fatto aiutare a spostare un tavolo, vi sono salito sopra e ho iniziato a raccontare la parata, inventandomi una mia storia”. Durò una ventina di minuti, con parti comiche e parti drammatiche. “Capii che potevo raccontare altre storie oltre a quelle trasmessemi da Celano. Potevo usare un linguaggio contemporaneo. Potevo far volare i personaggi, farli vivere a modo mio. Mi ero tuffato e avevo imparato a nuotare”. 

 

D’estate fu invitato a fare parti di connessione col cunto a una Tosca itinerante con pupazzoni al Festival di Santarcangelo: era il 1980. L’anno successivo fu ospite d’onore a un convegno a Livorno sulle tecniche della narrazione, insieme a Wim Wenders, Giuliano Scabia, Marisa Fabbri, Luca Ronconi e altri. E poi il cunto lo ha inserito nei suoi spettacoli con i pupi, spesso su un ampio palcoscenico, col teatrino al centro, ma con attori che rompono la quadratura tradizionale, con pupazzoni, danzatori... Col cunto ha raccontato, in un’altra Santarcangelo, la finale dei mondiali del 1998 tra Francia e Brasile. “E di calcio non sapevo nulla”, ricorda. Molto altro ha narrato.

 

Un’immagine da Visita guidata all’Opera dei pupi.


Gli spettacoli che si vedranno in streaming quasi sempre mescolano elementi. Accanto al Gran duello tra Rinaldo e Orlando per la bella Angelica e ad altre pièce tradizionali, nella serie si potranno vedere lavori ispirati all’Iliade e all’Eneide, Don Giovanni all’opera dei pupi da Molière e Mozart (vari sono gli spettacoli in cui ha affrontato titoli noti dell’opera lirica), Aladino di tutti i colori e O a Palermo o all’inferno, sull’epopea garibaldina in Sicilia. 

Non ci sarà L’urlo del mostro, l’Odissea e in particolare l’episodio di Polifemo, in cui il teatrino perde le quinte e rivela il puparo come Polifemo che fa strazio dei corpi delle povere marionette (con questo spettacolo vinse un premio Ubu). Ma si vedrà un altro dei lavori più intensi della lunga carriera di questo artista, che ogni giorno interroga la tradizione in cui è nato come una parte di sé, come una cosa viva. È Visita guidata all’Opera dei pupi, ambientato a Palermo nel dopoguerra, nel laboratorio di un puparo che vede finire la propria arte per mancanza di spettatori, a poco a poco impazzisce e si trasfigura nell’episodio della pazzia di Orlando, un lavoro lacerante, bellissimo, senza quinte, nel retropalco del teatrino, nella psiche del puparo. 

 

Molto bella è pure una delle ultime creazioni, un ponte verso il futuro, Medusa, tragedia in musica su libretto in versi di Luca Ferracane, scritta dal figlio Giacomo Cuticchio, lo stesso nome del padre di Mimmo. Giacomo è un raffinato musicista quarantenne di oggi che mescola barocco, postmoderno e minimalismo. È pianista e compositore diplomato al conservatorio, ma è anche oprante aiutante del padre, negli spettacoli moderni e in quelli tradizionali. È lui il ponte verso il futuro, per fare continuare la tradizione, per rinnovarla, capendo come può contribuire – con la sua poesia, la sua profonda intelligenza, la sua antica sapienza narrativa e teatrale – a saziare l’antica fame di storie che continuiamo sempre ad avere e che troppo spesso si accontenta di banalità senza spessore. 

 

Un’immagine da Medusa.


Il calendario degli streaming:

8 aprile: Gran duello di Orlando e Rinaldo per amore della bella Angelica, su Italiafestival 

15 aprile: Visita guidata all’Opera dei pupi, su Ray Play

22 aprile: Don Giovanni all’Opera dei pupi, su Ray Play

29 aprile: Aladino di tutti i colori, su Ray Play

6 maggio: O a Palermo o all’inferno, su Italiafestival

13 maggio: A singolar tenzone, su Ray Play  

20 maggio: La pazzia di Orlandi, su Italiafestival 

27 maggio: Medusa, su Ray Play   

3 giugno: L’ira di Achille, su Italiafestival   

10 giugno: La fuga di Enea e la ricerca di una nuova patria, su Italiafestival

 

L’ultima fotografia, da La pazzia di Orlando, è di Marco Caselli Nirmal.

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