Il dente del pregiudizio

Tra i testi che il nostro amatissimo Aldo Zargani ci aveva lasciato in lettura e per l’eventuale pubblicazione dei suoi scritti, che poi in parte abbiamo raccolto nell’ebook La fortezza della pace che potete gratuitamente scaricare qui, c’era questa introduzione a un libro a cui stava pensando dal titolo “Il dente del pregiudizio”. 

La pubblichiamo qui, nel primo anniversario della sua scomparsa che ci ha lasciato un vuoto che difficilmente riusciremo a colmare.

 

C’era una volta un bimbo con i sensi di milioni di anni prima adatti per qualche savana dell’Africa piena di bestiole da mangiare o esserne mangiati. Il bimbo piccolo nel 1939 si trovava in cucina con la sua mamma, orgogliosa del progresso della civiltà che aveva svelato le verità nascoste. 

La mamma, armata di forchetta, infilzava un’arancia, accendeva una candela e simulava alla bell’e meglio il sistema copernicano. Era la Terra, che si muoveva, “la Ter-ra”, e la mamma armeggiava con l’arancia: “Vedi tesoro mio?”. Il Sole-candela non si muoveva, l’ombra sì, e anche la luce e l’arancia. Cambiavano le stagioni e le ore del giorno e della notte, ma il moccolo-Sole restava immobile sulla tavola di marmo. 

E poi la mamma batteva il piedino sul pavimento e, a mani alzate, con voce ferma, declamava la scoperta di Galileo, la splendida verità che la Chiesa crudele del ‘600 voleva che nessuno sapesse: “Eppur si muove!”.

 

 

Purtroppo però tutto stava già divenendo incomprensibile, la vita normale più ancora delle cose celesti, ma la povera mamma ancora non se ne avvedeva.

Addio Tolomeo, Copernico, Newton, addio mondo felice con un lampadario su nel cielo per illuminare il giorno e uno per schiarire la notte (Genesi, 1, 17-18). Su Marte c’erano ancora i Canali che dimostravano alla mamma quant’era ben organizzata, meglio certo di noi torinesi, la gente strana di lassù. Troppo organizzata, pericolosa, avida di invadere il nostro fertile e umido Pianeta, declamava alla radio americana Orson Welles. Paura e pericolo: ma veniva proprio dal cielo la ferocia imminente?

Sì. Nel 1940 tutto è divenuto un enigma, e il papà, caporale 1914-18, spiega l’ingannevole luce dei bengala che scendono belli piano piano giù dal cielo con i paracadute e accendono di mille soli il nero della notte: “Corri di fretta in cantina, stupidino, perché dopo i bengala, quegli aerei lassù ci buttano le bombe. Respira col nasino, se no ti becchi la polmonite con questo freddo. Devi sapere che noi, nel Carso, quando succedeva così…”.

 

Anton Cechov ha scritto un tremendo monologo intitolato “Fa male il tabacco”. Sembra da ridere e invece fa paura. Un signore russo dall’apparenza normale tiene una conferenza sui danni del tabacco. E questo ci allarma fin dal principio: ma come, nella Russia autocratica degli Zar, nel Paese della servitù della gleba, si svolgevano già campagne contro il fumo? Comunque il punto non è questo, è che il povero conferenziere cade vittima di un Gedankenexperiment – esperimenti mentali: vedrete poi che cosa sono, se già non lo sapeste – e infatti il miserello fin dall'inizio della sua conferenza proferisce la sua e nostra condanna: 

 

“Se si prende una mosca e la si mette in una tabacchiera, la mosca muore perché il tabacco fa male”.

Lui parla in via di ipotesi, e si capisce che non ammazzerebbe neppure una mosca. Perde il filo del discorso e si lamenta senza pudore della sua condizione di vita: lui fuma come un turco, la moglie non vuole, allora lui fuma di nascosto ma è scoperto dalla moglie che lo tormenta, lo opprime, lo umilia, lo picchia. La mosca è dunque lui, il conferenziere, si accorge il pubblico tremante. Ma quando, squassato dai singulti, si allontana farfugliando, ogni spettatore si sente una mosca morta nella tabacchiera.

I Gedankenexperiment. Sono un trionfo del pensiero, il tentativo di portare il metodo filosofico nella scienza, ma presentano una caratteristica orribile: portano quasi sempre male tanto che chi li inventa finisce… nella tabacchiera.

 

 

Robert Brown, botanico inglese vissuto un secolo prima del nostro oratore russo, si mise a fare uno stranissimo esperimento: preso un pizzico di polline, lo sparse su una gocciolina d’acqua. Stupito, vide, al microscopio, che i granellini gialli danzavano qua e là. Allietato dal pensiero che il polline fecondatore fosse vivo e si muovesse come fanno gli spermatozoi coi loro codini, se ne andò a riposare. 

E invece aveva fatto saltare il mondo. Albert Einstein, all’inizio del 1900, dimostrò che i granellini di polline danzano a casaccio perché spintonati dalle molecole dell’acqua che tremolano per via degli atomi che tremolano per via del calore: i moti browniani. Il peggio era compiuto. Finivamo come mosche nelle tabacchiere perché tutto tremola, e, quando uno si mette, si scoprì poi, a sbirciare un atomo, siccome tremola anche il suo corpo, la realtà diviene come minimo “imprecisa” (indeterminata, si dovrebbe dire). Come mai? Secondo metodi molto accurati, Verner Karl Heisenberg dimostrò il principio di indeterminazione: basta guardare un elettrone e lui, quasi se ne accorgesse, cambia per sempre il suo comportamento e non si potrà mai più sapere dove si trova (se si è calcolata la sua velocità), oppure quanto va veloce (se si è sbirciata la sua posizione). E da quel momento ci troviamo come catapultati in un universo differente da quel che era prima, perché in quello di prima c’era un elettrone che era stato guardato. E nemmeno lo sa ovviamente, quella particella, ma si comporta come se lo sapesse, perché, per guardarlo, avevamo dovuto colpirlo con almeno un fotone.

 

Calcoli molto accurati, ma quasi incredibili, anzi non creduti affatto quando furono formulati, con il rapidissimo progresso tecnologico vennero verificati mediante esperimenti di precisione assoluta. Anche Heisenberg finì nella tabacchiera, e noi con lui: in un mondo incerto, pur sottoposti alla inesorabile legge di causa ed effetto, ci muoviamo a casaccio, spinti da precisissime cause che tuttavia non possiamo evitare, e nemmeno prevedere: questi sono i limiti della conoscenza umana.

Imprigionati nell’ondeggiamento, uomini e donne creativi e laboriosi, e dubbiosi, dedicano, con tenace fatica, la loro intera vita alle evoluzioni della conoscenza. Ma come fanno quegli scienziati, santo Cielo, se tutto trema? Se tutto è indeterminato? Lo fanno perché la conoscenza serve per sopravvivere. Gli scienziati continuano, moderni sciamani, a cercare tracce per noi nella savana della realtà.

 

 

Attorno a questo continuo evolversi di ciò che si sa, si aggira la grande nebbia di frammenti, citazioni, slogan, sentimenti, pregiudizi, credenze, opinioni, mitologie, superstizioni, sospetti, introspezioni, esperienze, pettegolezzi, teorie, reminiscenze della propria religione perduta, preconcetti, approssimazioni, errori… 

Quella nube di polline instabile, osiamo chiamarla lo “Scibile Umano”: è forse la conoscenza collettiva? il nostro vero Io? Ma esistono davvero? Marcel Proust, al solo intingere una madeleine nel tè, si mise alla ricerca del suo Tempo perduto. Di solito però quando io mangio una madeleine penso a Marcel Proust. Ma chi non ha letto il famoso e interminabile romanzo, non è vero che pensi a nulla. Pensa invece anche lui, credo, a Marcel Proust, ma non lo sa. Sapore è un sostantivo molto simile al verbo sapere: sarà un caso? È una questione complessa, da prendere cum grano salis.

 

I grani della conoscenza sono stati chiamati “memi”, e questo è avvenuto in un esperimento mentale di Richard Dawkins, ateo professo, amico mio (ma lui non lo sa). Sono particelle fertili che, trasportate dal vento potente e infinito, approssimativo e indeterminato, del linguaggio, s’intingono nei cervelli, germinano nei neuroni, crescono in quelle piante strane che si chiamano idee, giuste o sbagliate che siano; e queste piante ideali, quando fioriscono, si mettono a loro volta a buttar fuori pollini nuovi che finiscono dovunque. Il pensiero è esposto a tifoni e terremoti, così forti da non credere, ma alcuni memi persistono: “Signora mia, non ci sono più le mezze stagioni!”, “La politica è una cosa sporca”. 

Il polline si infiltra anche dentro le pagine dei libri, anche nel pensiero dei Sapienti, perfino in quelli del lontano passato. I Sofisti dell’antica Grecia, i poveri geniali, innocui e allegri Sofisti, i primi inventori dei quiz, divennero irriconoscibili, sepolti dalla valanga di pollini malevoli germinata dai Dialoghi di Platone, il quale finse di non ricordare che Socrate si faceva sì beffe dei Sofisti, ma era un Sofista, Socrate, mica un Presocratico… 

 

 

E sotto la nebbia dei memi si nascondono paludi asfissianti. Ne sa qualcosa Aristotele, l’inventore della filosofia naturale, che finì rinchiuso nella tabacchiera dell’ipse dixit. E Marx allora? Quel Marx che ancora in vita profetizzò angosciato dai pollini che intravedeva nel futuro: “Io non sono marxista!”. Peggio ancora toccò a Euclide che finì incatenato con i suoi adepti sui banchi delle scuole primarie: “Il volum della sfera qual è? Quattroterzipigrecoerretre!”. Per non parlare di Sigmund Freud da cent’anni accasciato nelle poltrone dei salotti: “Senta, professore, secondo me mio marito si trova in pieno nella fase sadico-anale”. 

Non è vero, non è vero, che l’evoluzione si interruppe con l’avvento dell’uomo perché continua invece spietata nel cervello di ognuno di noi: miliardi di connessioni debbono morire per via dei nuovi memi che s’intrufolano a miriadi. E arrivano quando lo vuole il Caso; nuove idee, nuovi miliardi di connessioni si accendono nei nostri cervelli per sopravvivere, se possono. È la legge della Necessità che comprende ogni cosa, anche il nostro pensiero. 

 

Detto in parole povere: cambiamo sempre idea, ma non sappiamo di averla cambiata e quando lo sappiamo, non sappiamo neppure perché. 

Per l’imprevidenza di Platone – l’inventore dei più pericolosi Gedankenexperiment nei quali poi cascarono Stoici e Cristiani, e anche noi – ci siamo addirittura confusi sull’esistenza dentro il nostro corpo mortale di un’anima immortale. Un esperimento mentale perdurato circa 24 secoli! 

Una delle caratteristiche più preoccupanti di Platone, è che lui non solo si inventava un esperimento mentale dietro l’altro, ma li scriveva anche in modo affascinante: l’auriga che non sa guidare la biga alata finisce fuori sterzo nell’Iperuranio perché è trascinato verso il basso dal Cavallo Nero delle passioni, cosicché, quando si schianta a terra (sul Po, fra Abano Terme e Montegrotto – ma forse questo è un altro mito –) ha dimenticato la vera realtà, non si sa più raccapezzare, ha un vago sentore del mondo vero che un tempo, quando volava, conosceva, ma non riesce, non riesce più a ricordarlo: la ragione umana è fatta di incertezza e approssimazione, come mi dicono gli aridi scienziati che mi accusano di usare impropriamente il termine Gedankenexperiment. 

 

 

Ci siamo accorti infine che l’idea universale ed eterna, lassù nell’Iperuranio, la reminiscenza perfetta e perduta dei gatti, altro non era che la parola gatto, con le infinite varianti aggettivali della gattità: soriano, nero, meditativo, aggressivo, sornione, randagio… e anche la passione per i gatti, quella delle gattare…

Platone immaginò poi il suo più malvagio esperimento mentale, o metafora, o anzi mito come si usava dire: nella sua dannata ipotesi siamo incatenati in una caverna e la realtà che vediamo altro non è che ombre imprecise di ciò che sta fuori. Siamo sprangati dentro fin dalla nascita e nemmeno possiamo voltarci indietro a guardare. Sembrava che peggio di così non si potesse andare, ma ahimè, al peggio non c’è fine. 

 

Nella prima metà del secolo scorso, il fisico Erwin Schrödinger, al solo scopo di canzonare la neonata meccanica quantistica – che non riesce a descrivere in che modo gli atomi agiscano sugli oggetti – inventò il più spaventoso Gedankenexperiment. C’è un gatto, chiuso in una scatola, una specie di camera a gas con un’ampolla di Ziklon B che si rompe solo quando casualmente e per conto suo un determinato atomo di uranio si disgrega; allora, quando si rompe l’ampolla il povero micetto muore. Ebbene, noi non abbiamo la più pallida idea di quando quel singolo atomo si disgrega, e perciò possiamo sapere se il gatto è vivo o morto solo aprendo la scatola. Insomma, in base alla meccanica quantistica che Schrödinger sperava di sbeffeggiare, se la scatola è chiusa, il gatto ci risulta trovarsi nell’impossibile condizione di essere né vivo né morto.

 

Calcoli successivi, raffinati esperimenti (senza far morire gatti per fortuna), hanno dimostrato, così mi assicurano, che la beffa di Schrödinger è finita proprio male, come quasi tutti gli esperimenti mentali: se non si apre la scatola, il gatto è davvero in uno stato indeterminato, e il povero Schrödinger finirà anche lui nella tabacchiera!

Eravamo gatti né vivi né morti, precipitati dal cielo, incatenati in una vecchia caverna, finché non ne siamo usciti con molta fatica “a riveder le stelle” a XVII secolo inoltrato, con fior di cannocchiali. E adesso la nuova scienza cognitiva ci insegna che, se si chiude un gatto in una scatola, quello, se è vivo, miagola, santiddio, miagola… Anche un bambino può capire se il gatto è vivo o morto.

 

Quanto tempo ci vorrà, per ora non lo so e neppure me lo immagino, per intuire che cos’è l’incessante terremoto della mente innescato dalla meccanica quantistica? Adesso finalmente non c’è più il dualismo anima-corpo, non c’è più quello fra spirito e materia, che tanti lutti indussero agli Achei.

Mi dicono che un altro dualismo sta per essere abbattuto, quello che divideva il cervello dal corpo. E sembra che anche la sacra barriera fra uomini e animali crollerà: di recente pare che qualche naturalista abbia avvistato una combriccola di delfini dispettosi che gettava pietre, senza motivo, a certe povere foche appisolate in spiaggia.

Nelle pagine successive c’è un racconto che non è un esperimento mentale: memoria, realtà, pensieri, emozioni se ne vanno per i fatti loro senza alcuna preoccupazione, nemmeno per il lettore. 

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fotografia di Dino Ignani