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Il furto delle ossa di Dante

Verso Paradiso

Chi la conosce la storia delle ossa di Dante? Di come furono abilmente trafugate e nascoste dai frati della basilica ravennate di San Francesco, in una notte del 1519, per non consegnarle alla delegazione del papa Leone X e dei fiorentini che volevano riportarle in patria? La vicenda ha il sapore di un thriller politico-religioso, con risvolti burleschi: i francescani contro il Vaticano! I francescani ladri delle ossa! Delle “brave persone”, così li definiva sogghignando mio padre, divertendosi e divertendomi nel raccontarmene la storia, quando ero poco più che un bambino. 

 

Storia che cominciava così: a metà del Trecento, Firenze e Ravenna nutrono verso il poeta sentimenti opposti, per la prima Dante rimane un fuorilegge, la seconda lo venera come lo scrittore che ha onorato la città con la sua presenza. Le copie della Commedia circolano ormai in tutta Italia, e sono diverse le famiglie fiorentine che apprendono di avere un amico o un parente relegato “all’inferno” da quel nemico della patria. Come perdonarlo? Si tenta di cancellare la memoria del “traditore”, ma invano. La fama di Dante cresce: a 40 anni dalla morte, Boccaccio scrive il Trattatello in laude di Dante, in cui rimprovera aspramente Firenze: ma come, dopo tutti questi anni, ancora non hai richiesto a Ravenna le ossa del tuo più grande figlio? Di lui che, nonostante le sofferenze che gli hai inflitto, si è sempre chiamato “fiorentino”? Dante è il segno tangibile della tua gloria: dimmi, di quale altra gloria disponi? I tuoi mercanti? Le tue ricchezze? E d’altronde, anche se lo richiedessi indietro, Ravenna non te lo darebbe. Ravenna, “molto più per età veneranda di te”, sarà la “perpetua guardiana di così fatto tesoro”. 

 

Ma qualcosa comincia a cambiare, col passare delle generazioni, e quel rimprovero comincia ad avere effetto: Boccaccio viene chiamato dal Comune di Firenze a tenere una pubblica lettura dell’Inferno. È il segno ufficiale che il condannato a morte può essere riabilitato, e il suo capolavoro diventa un vanto per l’intera città. È arrivato il momento di fare quel che suggeriva Boccaccio: richiedere a Ravenna il corpo del poeta. La prima richiesta fiorentina è del 1377. La risposta? Picche. Non se ne parla. I ravennati sono inflessibili: Dante è nostro

 

Ostensione delle ossa di Dante presso il Quadrarco di Braccioforte di Ravenna, 1865.


Ma Firenze non si rassegna, e continuerà a chiedere imperterrita il corpo di quel suo figlio che sta diventando sempre più importante: in fondo quel minuscolo sacello fatto costruire dai De Polenta nel 1321 è una vergogna! Ce lo riportiamo a casa, e gli costruiremo un sepolcro come si deve. Ma i ravennati non sentono ragioni. Non cedono neanche davanti alla proposta indecente dei priori fiorentini di “comprarle”, le ossa, con una cospicua somma in fiorini d’oro: come se avessero un prezzo, quelle sante reliquie! Passa più di un secolo, arriviamo ai primi del Cinquecento. La Romagna è da poco sotto il dominio pontificio, i fiorentini si rifanno sotto: sanno che possono contare su un loro papa, Leone X, un Medici. E Leone X si vede recapitare a Roma un Memoriale, firmato da autorevoli dotti che chiedono a Sua Santità di esaudire il desiderio di tutti i fiorentini: che Dante ritorni sulle rive dell’Arno! Alla testa del gruppo Michelangelo Buonarroti, che conosce a memoria la Divina Commedia: abituato a farsi supplicare dai pontefici per concedere i suoi favori di artista, ora è lui a supplicare il papa di fargli realizzare il sogno di un grandioso mausoleo per Dante Alighieri, altro che quella ridicola, “odiosa” tomba ravennate. Leone X dà il suo assenso, ma a patto che siano i fiorentini a compiere materialmente l’impresa. E in più, conoscendo bene la focosità dei romagnoli, suggerisce di andare a riprendersi le ossa di notte, non di giorno, per evitare tumulti e incidenti. E tutto infatti avviene in una gelida notte d’inverno, una specie di furto col beneplacito delle autorità. È il 1519. Quando però la delegazione fiorentina, protetta dalle guardie papali, penetra nel sepolcro e scoperchia il sarcofago, dentro… non trova niente! Le ossa non ci sono! Qualcosa la trovano, a dire il vero: tre piccole falangi di un dito. Immaginiamoci le facce di quegli accademici: possono forse tornare a Firenze con un mezzo dito di Dante? Lo lasciano lì, scornati, e una volta a Firenze non riveleranno a nessuno il fallimento della gloriosa impresa.

 

Erano venuti come ladri, e da ladri più furbi sono stati gabbati. I francescani, che da quasi due secoli erano i custodi del sacello posizionato nell’oratorio accanto alla loro basilica, intuendo che prima o poi il papa Medici avrebbe concesso ai fiorentini il trasferimento delle ossa, passano all’azione. Quando, non lo sappiamo: ma certo prima dell’arrivo della delegazione fiorentina, probabilmente di notte, al lume delle torce. Non entrano nel sacello, ma, dall’interno del convento, sfondano il muro sul quale è addossato il sarcofago: alcuni di loro lavorano col martello, cercando di non fare troppo rumore, altri cantano inni sacri per coprirli. Ecco, ci sono: hanno davanti le ossa del divino poeta. Le mani tremano, le labbra mormorano una preghiera. Non c’è tempo da perdere. Bisogna mettere in salvo quelle reliquie, e far ritornare il muro e il sarcofago alla normalità, in modo che nessuno, per ora, se ne accorga. Ripongono le ossa in una cassa e la vanno a nascondere, forse nella biblioteca del convento, forse la murano da qualche altra parte. I francescani, la notte in cui i fiorentini tenteranno il colpaccio, fingeranno di dormire, e chiederanno perdono a Dio di aver disobbedito al pontefice in persona. Ma ormai Dante è nelle loro mani, e ci resterà per più di tre secoli. Sì, perché a nessuno converrà rivelare che quel sepolcro è vuoto: non ai fiorentini, che ci farebbero una ben magra figura, non ai francescani, che ammetterebbero la loro colpa, e nemmeno al papa Leone X che, preso da ben altri problemi, non ascolta le sue suppliche dei suoi compatrioti di aprire inchieste e mettere sotto tortura chi ha trafugato lo scheletro del poeta.

 

E così per tre secoli a quella tomba si andò in pellegrinaggio, pensando di onorare i resti mortali del “sommo poeta”. Guicciardini, Ariosto, Tasso, Alfieri, Foscolo, Leopardi, Byron, Oscar Wilde e altri ancora, con toni più o meno commossi. Nel frattempo, di generazione in generazione, i ladri continuavano a trasmettersi il segreto. Il vecchio abate del convento rivela al suo successore il luogo dove è nascosta la cassa con le ossa, e gli consegna la responsabilità di quella custodia clandestina. Dante, quei ladri, se lo sentivano fratello: il ritratto del santo di Assisi, nell’ XI canto del Paradiso, è tra le pagine più abbacinanti della Commedia

 

Purgatorio, Teatro delle Albe, passaggio davanti al Quadrarco di Braccioforte, 2019, © Silvia Lelli.


Nel 1810 Napoleone sopprime l’ordine francescano, e i frati dovettero abbandonare la basilica e il chiostro. E le ossa di Dante? Il mondo continuava a immaginarle dentro il sarcofago che tutti andavano a onorare, all’interno del tempietto neoclassico costruito a fine Settecento dall’architetto Camillo Morigia. Si arriva così al 1865, sesto centenario della nascita dell’Alighieri. L’Italia è unita, e il fervore delle celebrazioni si sposa bene alla retorica risorgimentale: si eseguono quindi dei lavori di restauro e abbellimento della “zona dantesca”. Una leggenda circolava in città, che proprio da quelle parti fosse nascosto un tesoro. Un muratore, Pio di Luigi Feletti, sta dando di martello su un muretto: sente il suono secco della pietra, spera di aver trovato il mitico tesoro, allora dà un gran colpo che sfascia la parete e gli fa cadere in grembo una cassetta di legno. Ci guarda dentro: niente tesoro, solo polvere e ossa. Gran delusione, e una sonora bestemmia in dialetto. Fa per gettare il tutto su un mucchio di rifiuti, quando uno studente nei paraggi, Anastasio Matteucci, lo ferma: c’è uno scritto in quella cassetta! È un’iscrizione targata 3 giugno 1677, ad opera del superiore francescano Antonio Santi. Poche parole, vergate sul legno: Dantis ossa / A me Fre Antonio Santi / Hic posita. Ovvero: Le ossa di Dante / Da me Fra Antonio Santi / Qui poste. Possiamo immaginare il terremoto: erano state ritrovate le ossa che il mondo intero aveva sempre creduto dentro al sepolcro, era stato ritrovato quel che si pensava non fosse mai andato perso: uno scheletro pressoché intero, di color rosso scuro, ben conservato. Cui mancavano tre piccole falangi di un dito.

 

Nel 1921, sesto centenario della morte, Ravenna è meta di pellegrini che vengono da tutto il mondo a onorare “l’altissimo poeta”. Nel 1921 c’è anche l’ultima richiesta, da parte dei fiorentini e del Comune di Firenze, di riportare in patria le ossa. È detta quasi sottovoce. Questa volta non ci credono nemmeno loro.

 

Perché irridere al Medioevo sulla questione delle reliquie? Il termine latino “reliquiae” significa resti: è un’ossessione, quella per ciò che resta e che non scompare nell’abisso del nulla, da cui i moderni non sono immuni. La tazza di porcellana su cui Lady Gaga, nel corso di un tour in Giappone, aveva posato le labbra per sorseggiare del tè, venne messa in vendita on line, e in cinque giorni l’asta ebbe termine: la tazza arrivò al compratore per quattro milioni di yen, circa 40.000 euro. E analoga venerazione hanno i capelli di Elvis Presley, un vestituccio appartenuto a Marilyn Monroe che ne conserva l’odore, e così via. Vanno forte anche oggi, le reliquie.  

 

Il mese scorso abbiamo prodotto il corto cinematografico ULISSE XXVI ispirato al canto XXVI dell’Inferno. A co-produrlo è stata l’Associazione degli Italianisti, che lo ha presentato al convegno Dante e altri classici: da Petrarca a Soyinka. Lo abbiamo girato nella cripta della chiesa ravennate di Santa Maria in Porto, dove un tempo seppellivano i monaci. A un tratto, affiorante dalla sabbia del sotterraneo, è spuntata una tibia. Un osso anonimo, appartenuto a un essere umano di chissà quale secolo addietro, un essere umano che non era né un sommo poeta, né una cantante famosa. Quella tibia senza valore, avvolta nel mistero e nella sabbia, ha strappato qualche commento malinconico prima che ricominciassero le riprese. L’abbiamo lasciata lì.

 

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Paradiso, Giovanni di Paolo, 1440 ca.