Il vulcano, il castello, fuori dalla laguna

Come è l’Italia post pandemia? Ansiosa di recuperare il tempo perso, di dare vita a cose per troppo tempo rimandate, rimaste in sospeso, tante. Nel teatro è così: tra giugno e luglio sembra tu possa vedere tutto quello che ti è stato negato durante l’autunno, l’inverno, la primavera. Viaggi, tra festival e prime di singoli spettacoli, da un capo all’altro della penisola. È un mordi e fuggi di immagini che si sovrappongono, ma è anche un modo per tastare il polso a un Paese che vuole riprendersi senza avere ancora imparato la lezione della necessità della lentezza, di fare meno e fare meglio; con qualche felice sorpresa che fa sperare. 

 

Il murale al teatro Verga di Catania.


Catania: Franco Scaldati, Pinocchio

 

La Grande Madre la chiamano, l’Etna: i marciapiedi e le strade sono pieni della cenere eruttata. La sera si vedono zampilli di fuoco. Nutrimento e distruzione. Le case della città sono come sbiadite, con i colori sporcati, slavati dalla cenere. Percorrendo strade lunghissime arriviamo al teatro Verga, la sede dello Stabile. Cubi grigi, uno incastrato nell’altro, in un quartiere di semiperiferia. Ma qualcosa sta cambiando nel Teatro Stabile, con la direzione di Laura Sicignano. I muri esterni sono diventati coloratissimi grazie a un gruppo di sedici artiste, guidate da Lidia Giordano, in un fantastico omaggio alla madre, l’attrice Mariella Lo Giudice, bandiera della scena catanese scomparsa una decina di anni fa. Hanno dipinto un murale con gatti rosa che mettono in salvo bambine minacciate da aculei, con farfalle, colibrì e altri animali, con un cammeo, fiori, tanti fiori, e il volto della madre attrice. Irrompono i colori dal grigio della terra dalla cenere nutrita. È un simbolo di rinascita, per un teatro che prima dell’arrivo di Sicignano era uno dei più dissestati d’Italia.

 

Qualcosa di simile vediamo la sera in un cortile del centro settecentesco, in uno spettacolo costruito su un testo inedito di Franco Scaldati, un suo Pinocchio in palermitano stretto. Nel pomeriggio alcune conversazioni hanno fatto il punto su questo poeta che lasciò, morendo nel 2013, più di 60 opere tra testi e copioni, scritture anomale in cui spesso a una parola, magari ripetuta più volte, è dedicata un’intera pagina. Scaldati amava il frammento, i suoi erano i testi mai conclusi, come la saga di Totò e Vicè, barboni e anime magiche provenienti da qualche aldilà. Scaldati era demiurgo di una lingua in cui il dialetto esplorava le proprie radici più arcaiche diventando raschio, sprofondamento negli abissi dei suoni, del sistema sanguigno e delle ossa, ricerca dell’origine, violenza e volo, sospensione, pneuma pulsante di corporeità, desiderio, mancanze.

 

Pinocchio da Scaldati, regia di Livia Gionfreda.


Così è questo Pinocchio, ricomposto e riscritto con acuta e colorata delicatezza dalla regista Livia Gionfrida, una carriera in continente, molto lavoro in carcere, un recente ritorno nella sua Sicilia. Ancora i colori e la cenere. La storia di Pinocchio inizia con un’invocazione al poeta, Scaldati, di cui si sente l’assenza in un mondo di “munnizza”. Diventa una recita della compagnia di Mangiafoco, che arriva su un carretto come quella della Contessa dei Giganti della montagna. Anche qui si tratta di un viaggio fantastico, fantasmatico, di fantasmi ritornanti, di voci già sentite, che gridano lo slogamento dei corpi. Geppetto è un povero pazzo, la follia forma la realtà secondo le proprie deformazioni e mancanze. Vorticano il desiderio di paternità, la fuga, i precetti morali, il desiderio di vivere, grilli, fate mature e molto magiche, galline che vengono dal regno dei morti, infinite seduzioni. Certe scene drammatiche sono raccontate come avverrebbe in un crocicchio di rione, come chiacchiere rese enfatiche, gridate e epiche, come pettegolezzi ad alta voce pieni di spavento o indignazione. Pulsano la magia, le botte, il sussurro, la fame e perfino il cannibalismo che tutti pratichiamo, ‘mangiando’ i figli, digerendo i padri e le madri, introiettando gli altri per essere altri in un colorato Paese dei Balocchi fatto di abiti teatrali. Infinite sono le morti, come quella nella pancia del pescecane, e le riemersioni alla luce, lo strepito, il silenzio, la luna. 

 

Un rosone di luminarie di festa sale e scende e colloca in una dimensione lontana e interamente vicina, barocca e di paese, una lingua fatta di materia, che fa smarrire (ma anche sognare) i forestieri, come un blues. Come una lamentazione dell’Albergheria, fuoco che minaccia di bruciare il fragile legno, acque per rinfrescarsi o per affogare. Con una compagnia di attori bravi (leggi qui la locandina), riuniti da diverse parti della Sicilia. Questo è il progetto nuovo dello Stabile di Catania: drammaturgie dell’Isola, in dialetto e in lingua, per cercare di comporre un mosaico vivente di un luogo unico, nutrito di diversità. Se penso all’identità siciliana (c’è un assessorato così intitolato alla Regione Sicilia) mi viene in mente la Cappella Palatina di Palermo, fatta splendente da mani arabe, romane, bizantine, normanne; oggi qui vedo il murale delle artiste, costituito di disegni intarsiati uno dentro l’altro, stili diversi che si incrociano e dialogano, intrecciati in un unicum, con quella cenere che sporca, che può farti scivolare per strada, ma nutre la terra, la rende colorata germogliatrice. 

 

Sergio, di e con Francesca Sarteanesi.


Castiglioncello e Rosignano Marittimo: Inequilibrio

 

A Castiglioncello anche Armunia è in rinnovamento, ormai da un paio di anni. La sede operativa è stata trasferita nel vecchio castello e residenza vescovile di Rosignano, sulle colline. Il castello Pasquini a Castiglioncello è stato ristrutturato: doveva diventare spazio esclusivamente espositivo, ma si è visto che il teatro gli fa bene, lo tiene vivo tutto l’anno. E allora il progetto sulle residenze, basato sulla cura di artisti di teatro e di danza soprattutto italiani, si è ampliato. Di danza su “doppiozero” ha già parlato Attilio Scarpellini. Io racconto Sergio, nuovo spettacolo di Francesca Sarteanesi pieno del trattenuto umorismo acre di una brava autrice e interprete che ha abbandonato da qualche tempo gli Omini. 

Arrivare al festival non è facile: il navigatore mi manda in mezzo alla campagna, a Castiglioncello di Lucca. Rettifico la rotta di furia verso il mare, passo davanti a Rosignano, arrivo al castello Pasquini. Ma lo spettacolo è in collina: non c’è problema, ti aspettano, questo è un festival ‘familiare’. 

Sergio è l’assenza, la risposta che non arriva mai, è il tentativo della donna di riempire i vuoti lasciati da un uomo distratto. Non è mai tragedia, è imbarazzo, distanza incolmabile, incrinatura, vergogna. Non è urlo, rabbia. È rassegnazione della vita trascinata di una Giuliana qualsiasi, “pallosa”, che perfino gli amici fuggono. Con calzetti e vestitino Francesca Sarteanesi, immobilizzata nel grigio personaggio, muove solo la parola e il volto desolato, piattamente molto espressivo.

 

I sette contro Tebe secondo i Sacchi di Sabbia.


I sette contro Tebe di Eschilo sono riletti dai Sacchi di Sabbia con la regia di Massimiliano Civica nella corte del castello di Rosignano, che fu fattoria del vescovo; un castello addomesticato, con muri antichi, una chiesa, appartamenti, il sacrista alla finestra. La tragedia è lutto, ma le donne del coro, due lamentatrici, in realtà uomini en travesti, non ne possono più di piangere, piangere. Un nuovo conflitto entra in scena: tra pura tragedia e forma commedia, congeniale con studiate sgangheratezze all’umorismo della compagnia pisana. Il tragico viene smontato e poi irrompe, congelando la risata, che torna a sradicare il lutto, in un contrasto tra le popolane prefiche lamentatrici, la corifea e l’autore in persona, allampanato, abbigliato con una vecchia zimarra. Il soggetto diviene una godibile riflessione su come raccontare una storia, in conflitto e mescolanza tra linguaggio elevato e inflessioni dialettali campane, con leggerezza e perfino ‘goliardia’, nel senso di smottamento dalla classicità paludata, dalla curialità tragica. La guerra e i suoi orrori diventano conflitto tra pupazzetti di pezza, con scudi che sembrano bersagli, fino alla reciproca uccisione dei due fratelli figli di Edipo, Eteocle e Polinice, archetipi dell’odio insito nell’abbraccio e dell’abbraccio nell’odio. 

Nel castello sono stati ricavati ambienti per uffici, due sale prova e teatrali, stanze per residenze: spazi per la creazione.

 

Nel lago del cor di Danio Manfredini.


Venezia: un festival al tempo del G20

 

Manca qualcosa nella città, che rispetto al deserto dell’anno scorso pure va riempendosi. Mancano giapponesi, cinesi, americani. La Biennale Teatro, la prima di ricci/forte, assegna il Leone d’oro a Krzysztof Warwiloski e quello d’argento a Kae Tempest, nella linea di un teatro delle emozioni, delle grandi costruzioni sceniche, della poesia esistenziale e combattiva. Ma si deve rimodulare a causa del G20 che crea zone di non accesso proprio negli spazi dell’Arsenale, tradizionalmente il centro del festival. 

Assisto a Nel lago del cor di Danio Manfredini. “Non riesco a vedere più niente. Sto per morire… magari vedo il cielo per l’ultima volta…”. Una sconnessa torre di guardia, un angelo grigio guardiano, un cangiante fondale di stelle poi di corpi, di volti schizzati dal segno meraviglioso dell’attore artista. Manfredini è in costume da carcerato, con una maschera che immobilizza il volto. L’inizio di prigionia esistenziale, metafisica, si rivela presto uno spettacolo sull’orrore del lager. Nuvole, terre, volti, corpi scheletrici, contorti scorrono proiettati sul fondale, con improvvise eruzioni di colore. La iniziale sensazione di disagio e di oppressione si riversa nella memoria storica, avviandosi su sentieri già parecchio battuti. Lo spettacolo è dilatato, senza la forza di altri lavori di Danio. La sua voce entra sempre dentro, ma è come se scavasse, se ferisse meno, prevedibilmente patetica nel ricordo, con danze che sembrano leggère, distanti. Si canta, nonostante tutto, motivi americani amati, oppure struggenti canzoni italiane, mentre nel fondale cieli e terre diventano piogge di neve, grigi di nuvole e polvere, blue argentina di dissolvimento. 

 

Il colore blue è la cifra unificante del festival e del monumentale ingombrante catalogo rigonfio di programmi di sala. Ricci/forte vogliono tornare a guardare il blue nelle sue infinite sfumature, richiedendo agli artisti, nei materiali pubblicati, dichiarazioni di atmosfera, graffi e ripiegamenti personali. Con le sue trecento pagine questo librone prova a unificare un festival disperso, anche a causa del G20. Diventa diario, cronaca, registrazione anche occasionale di tensioni, in un’estate in cui tutto vuole esplodere dopo mesi di contenimento. Giustappone diversità che chiedono ascolto, registrazione, in un momento in cui è difficile guardare il futuro. Le strade dell’arte, della vita, delle relazioni appaiono ancora incerte, confuse.

 

Un teatro è un teatro è un teatro è un teatro di Filippo Andreatta.


Il festival è fatto anche di azioni site-specific in luoghi vari e di creazioni dei laboratori, dei college. Ma qui ci concentriamo sugli spettacoli. Un teatro è un teatro è un teatro è un teatro proclama Filippo Andreatta nel lavoro presentato al Goldoni. Nel bianco e nero dominante all’inizio non ci sono attori in scena: solo fondali, schermi, siparietti, fondalini, quinte, velari trasparenti, americane, tralicci con e senza fari che salgono e scendono, che geometricamente disegnano, segmentano e amplificano lo spazio vuoto del palcoscenico. Fari come occhi ci scrutano. Poi irrompono colori. La voragine del palcoscenico si trasforma in caverna platonica dove una voce salmodiante motivi del medievale Magister Perotinus interrompe fasce sonore cullanti, spezzate a loro volta da improvvisi salti e accelerazioni. Il teatro, la macchina teatrale è protagonista, luogo di apparizioni, fino al trionfo di barocchi fondali con scene boscherecce. Cos’è il teatro? È azione, storie, trame, mimesi, personaggi, trasposizione, catastrofe, catarsi, tradizione, avanguardia, innovazione, intrattenimento? La risposta è ispirata ai famosi versi sulla rosa di Gertrude Stein; e anche, visivamente, alla seconda parte di M.#10 Marseille della Raffaello Sanzio, anche se lì il palcoscenico diventava una tavolozza per ridisegnare Rothko dopo un primo atto tra realtà naturalistica e incerta impressione su lastra fotografica, impressione di realtà. La risposta attesa arriva nei titoli di coda, ma già la conoscevamo dall’inizio: Un teatro è un teatro è un teatro è un teatro.

 

Hard To Be a God di Kornél Mundruczó.


Per Hard To Be a God dell’ungherese Kornél Mundruczó bisogna spostarsi nel parco Albanese di Bissuola, a Mestre. Kornél Mundruczó, al festival di Cannes con Evolution, è regista di cinema e maestro di un teatro iperrealista e immaginifico, capace di spostare dalle aspettative e di rivoluzionare lo sguardo. Lo abbiamo già visto al Santarcangelo diretto da Ermanna Montanari nel 2011 e a Vie Festival di Ert nel 2019, con spettacoli imponenti. L’ambientazione nel parco è giustificata dalla scenografia: due camion fermi, disposti a elle, in un angolo del vasto spazio. Si scambiano carne umana. Sotto la copertura di una sartoria mobile, il camion frontale offre prostitute per un set di violenti film hard porno. L’intento sarebbe quello di far uscire allo scoperto un padre che ha stuprato e ucciso la figlia, diventando poi un famoso e stimato uomo politico. Il fratello della ragazza e il bambino nato dallo stupro, ora grande e abbastanza autistico, vogliono vendetta. E sull’altro atroce camion, tra copertoni formanti una scenografia oscura, allestiscono un set per rivivere la scena primaria dello stupro e della morte, per smascherare l’uomo. Ma le cose, in questo spettacolo del 2010, agli esordi del potere di Orbán in Ungheria, vanno sempre a finire male. La violenza scappa di mano e la storia assume truci tinte splatter. Le prostitute vengono torturate, ferite, uccise; i figli ripetono i crimini dei padri, senza possibilità di redenzione, spezzando fragili vittime. 

Un medico certifica la salute delle donne, perché tutto deve essere ‘controllato’, sano, non infetto (i virus vanno tenuti lontani). In realtà non è un medico, ma un inviato da un altro pianeta, che segue un misterioso esperimento. Vorrebbe intervenire, ma come un Dio è inadatto a mutare il corso degli avvenimenti che ha messo in moto, impotente di fronte al libero arbitrio che porta gli umani alla degradazione. 

Pur con qualche oscurità è uno spettacolo che dietro l’impressione di realtà apre fessure e crepacci di delirio, di metafisica, di considerazioni politiche sulla violenza nell’Est Europa, in Paesi come l’Ungheria, una violenza da cui non siamo esenti neppure a Ovest. In un parco, su rimorchi, nei flussi mentali di un’Europa inquieta e crudele.

Facendo ritorno a Venezia, in pullman e poi in motoscafo, la nazionale italiana di calcio vince contro la Spagna ai rigori. 

 

Nell’ultima immagine un altro momento di Hard To Be a God. Le foto dei tre spettacoli della Biennale sono di Andrea Avezzù.

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