Jacques Schiffrin. Un editore in esilio

Nel 1931 esce a Parigi il primo volume della “Bibliothèque de la Pléiade”. È identico a quelli che conosciamo oggi: copertina in pelle, decorazioni in oro, papier bible, caratteri Garamond, il fiore all’occhiello dell’editoria francese. Il suo fondatore però non è francese “de souche”, e neanche di prima generazione. La sua storia racconta gran parte del ‘900 e attraversa geograficamente il mondo di quel “secolo breve”.

Jacques Schiffrin. Un éditeur en exil è infatti il titolo del volume di Amos Reichman pubblicato, con un’introduzione di Robert O. Paxton, dalle edizioni Seuil, nella bella collana “La librairie du XXIème siècle”.

Jacques Schiffrin, Yacha all’epoca, era nato nel 1892 a Baku in Azerbaigian, negli anni della “corsa all’oro nero”. Suo padre, Saveli Schiffrin, arrivato dall’Ucraina – all’epoca questa regione era dotata di uno statuto speciale per gli ebrei – amico dei fratelli Nobel, compra gli scarti delle raffinerie di petrolio e produce il catrame per gran parte dell’impero zarista. 

Jacques Schiffrin, come molti ebrei russi, andrà a studiare in Svizzera e da lì seguirà gli avvenimenti della Prima guerra mondiale e poi della Rivoluzione d’ottobre. La Russia ormai è sempre più lontana da lui. Da Ginevra andrà a Firenze, come segretario dello storico dell’arte, Bernard Berenson, lituano naturalizzato statunitense, e poi a Marsiglia dove come un personaggio di Dostoevskij vincerà al casinò e arriverà finalmente a Parigi. 

 

 

Nella capitale francese inizia la sua avventura di editore. 

Amos Reichman nel suo libro racconta questa storia mettendo in rilievo quella che è la peculiarità della vita di quest’uomo, un cosmopolitismo intellettuale – ma non solo intellettuale – che lo mette al centro di una rete che passa da Lenin al filosofo indiano Rabindranath Tagore, a Peggy Guggenheim, allo stampatore russo in esilio Pouterman, Curtius, Gide, Scriabine, e poi Varian Fry, Chagall, Jeff Last, Victoria Ocampo e via dicendo.

La collana da lui creata può essere considerata proprio come la sintesi di questo cosmopolitismo intellettuale. 

 

I volumi sono piccoli e maneggevoli, adatti per chi deve viaggiare. Le prime pubblicità per i librai li consigliano come tascabili per il mare (non potendo consigliarli per scappare dall’Europa in crisi): “Vacanze! Mostrate ai vostri clienti i primi sei volumi della Bibliothèque reliée de la Pléiade”. I titoli scelti non seguono un criterio preciso. Non appartengono a un’epoca, a un paese, a un genere ma sono un pantheon letterario di ciò che viene considerato fondamentale. Il primo autore pubblicato è Charles Baudelaire all’epoca troppo scandaloso per rientrare nei canoni della storia letteraria. Subito dopo verranno pubblicati E. A. Poe, Stendhal, Cervantes, il Journal di Gide, Histoires et Chroniqueurs du Moyen Age e altri ancora.

Schiffrin crea una sorta di patrimonio portatile con tutto quello che c’è da salvare dall’orrore che incombe.

 

A Parigi impara il mestiere di editore, prima lavorando per i libri d’arte di Henri Piazza e poi con la propria casa editrice Les Éditions de la Pléiade. I primi titoli saranno quelli degli autori russi che fanno parte del suo bagaglio di esiliato: Puskin con La dama di picche, tradotto da lui e dal grande scrittore, ormai suo caro amico, André Gide, le illustrazioni sono di Vassili Choukhaeff, poi Gogol tradotto da Boris De Schloetzer, anche lui in esilio, traduttore anche per Gallimard e in contatto con il filosofo russo Leon Chestov, che sarà poi pubblicato sempre da Schiffrin. Incontrerà l’intellettuale Charles Du Bos e insieme lanceranno una collana di autori francesi: “Écrits intimes”. Ma la sua operazione editoriale più importante resta la collana “Bibliothèque de la Pléiade”, inaugurata nel 1931.

La collana riscuote subito un enorme successo ma le conseguenze della crisi del ’29 mettono in difficoltà molti piccoli editori che saranno costretti a chiudere, come racconta Pascal Fouché nella Histoire de l’édition française curata da Roger Chartier. Schiffrin sostenuto da Gide venderà la collana alla Gallimard allora ancora NRF (Nouvelle Revue Française), la direzione però rimarrà a lui. Gide nei suoi diari ricorda: «Questa collana, creata e diretta con tanta intelligenza da Schiffrin, per la quale sia io che Jean Schlumberger abbiamo dovuto insistere tanto per farla adottare» (traduzione, come tutte le successive dell’autrice).

 

 

Il colophon fino al ’40 riporterà: “Sous la direction de Jacques Schiffrin”. 

La storia incalza, nel ’36 Schiffrin parte con Gide per quello che diventerà il Retour de Russie, in Francia c’è il Fronte popolare, gli accordi di Palazzo Matignon, in Spagna scoppia la guerra civile. 

Nell’ottobre del ’36, di ritorno dall’Unione sovietica, Schiffrin scrive a Gide: «Caro amico, da quando siete partito non smetto di pensare al vostro libro. E più ci penso più sono tormentato e preoccupato. Scusate se ve ne parlo ancora ma stasera volevo farvi parte delle mie preoccupazioni: vengo dagli Champs Elysées dove ho incrociato ogni due passi, poliziotti anti sommossa, gendarmi, agenti, in massa: servizio d’ordine in seguito ai tafferugli provocati al Parc des Princes (sapete dai giornali di cosa si tratta). A Parigi regna un gran nervosismo. Tutti si aspettano che succeda qualcosa. E il pensiero che il vostro libro verrà usato come una terribile arma mi torna alla mente in maniera bruciante… Sapete quanto condivido il vostro sentimento e le vostre reazioni a seguito del nostro viaggio, ma non è forse troppo pericoloso ora come ora mettere sulla bilancia il peso terribile della vostra testimonianza? Sapete che gli uomini sono presi tra due poli. Nessuno o quasi vede le sfumature. È o fascismo o comunismo».

E Schiffrin di certo non era filo-sovietico.

 

Con la “drôle de guerre” Schiffrin, acquisita ormai la nazionalità francese, viene arruolato e però con l’arrivo dei nazisti, viene allontanato dalla Gallimard in quanto ebreo.

«Ci sono tre poteri forti in Francia: il comunismo, le grandi banche e la NRF» ripeteva l’ambasciatore tedesco Otto Abetz. La Gallimard viene quindi subito “arianizzata”, Drieu de la Rochelle diventa il direttore della rivista NRF, Schiffrin allontanato e al suo posto come direttore della Pléiade ci sarà Jean Paulhan che nell’ufficio accanto a de La Rochelle riuscirà a portare avanti una resistenza clandestina.

L’editore russo-francese, ma ormai considerato un senza patria, perde così la sua creatura e non la riavrà mai più.

Fuggito nella “zona libera” Schiffrin tenta di lasciare l’Europa in guerra e portare in salvo la sua famiglia. A Parigi si è sposato con Simone Heymann e nel ’35 è nato André Schiffrin, che diventerà a sua volta un importante editore. Nel Sud della Francia si troverà come molti altri alla ricerca di innumerevoli visti e di una nave che salpi per il nuovo mondo: 

«Da quando siamo a Marsiglia, siamo sottoposti a un nuovo tipo di tortura: le cose si fanno, poi si disfano poi si rifanno più volte nella stessa giornata: quando una pratica è riuscita, e crediamo di avere tutto quello che è necessario (visto, biglietti, passaporti, ecc.) per prendere la nave, il passo successivo fallisce e tutto è perduto! Faccio prodigi di energia, d’immaginazione e di non so cosa, per cercare di salvare quello che mi sembra irrimediabilmente perso o impossibile; mi trascino per strada con la speranza di incontrare qualcuno che conosca qualcuno ecc.

 

Una o due volte la fortuna mi è venuta incontro, degli amici che non vedevo da vent’anni che conoscevano qualcuno in un comitato, di un consolato, prefettura, ecc. E ora siamo a questo punto: stamattina alle nove tutto sembrava perduto, ora sono le undici e uno squillo mi ha appena informato che forse un’altra telefonata domattina ci fornirà una soluzione. Così fino all’ultimo momento…», scrive a Gide nel maggio del 1941.

Chiamerà in aiuto i Gallimard chiedendo dei soldi in prestito per scappare, ma senza successo. È Gide che andrà in suo soccorso.

Finalmente la famiglia Schiffrin riuscirà a imbarcarsi e dopo una tappa a Casablanca arriverà a New York. Qui Jacques Schiffrin riprenderà il suo mestiere insieme a un altro editore in esilio, Kurt Wolf, il primo editore di Kafka in Germania. Insieme daranno vita a una nuova casa editrice, la Pantheon Books, che farà conoscere ai lettori americani Herman Broch, Vercors, Jacques Maritain e altri. 

Schiffrin in esilio sogna di tornare a Parigi e di riprendere la direzione della sua collana. I “Gallimards” lo rassicurano ma in realtà lo allontanano, non c’è più posto per lui ormai a rue Sebastien Bottin. Nel ’49 Schiffrin scrive a Gide: «Ho scritto a Raymond per chiedergli se mi avrebbe ripreso alla NRF – “Pléiade”. Risposta: “Non potendo offrirmi un posto alla mia altezza (sic!), preferisce non offrirmi niente.” Intanto la “Pléiade” ha fatto guadagnare e fa guadagnare loro milioni – a me nulla! Il colpo è noto!»

Nel 1950 Jacques Schiffrin muore a New York di enfisema polmonare. 

 

 

Al funerale Kurt Wolff ricorderà l’amico e collega: «Di fronte alla tragedia della morte di Jacques Schiffrin, mi tornano in mente le parole di Charles Péguy: “On ne meurt pas de sa maladie, on meurt de toute sa vie.” Una settimana prima di morire, Jacques Schiffrin diceva a un amico: “Je suis mort il y a dix ans.” Ed era la verità Jacques non è stato solamente vittima della sua malattia ma anche della nostra epoca crudele.»

Da allora pochi omaggi sono stati fatti a questo editore, la sua storia di certo non rende onore alla Gallimard. 

Nel 2005 finalmente la decisione della casa editrice della Pléiade di pubblicare la corrispondenza tra Gide e Schiffrin, due pilastri della sua storia. 

 

Oggi il libro di Amos Reichman gli rende finalmente omaggio e ricostruisce ancora un pezzo della complicata e contradditoria storia culturale francese del ‘900. Schiffrin poco prima di morire aveva polemizzato con il suo maestro Gide, Gide che lo aveva sempre aiutato e salvato in tutte le difficoltà, per le dichiarazioni, pubblicate proprio nel Journal Pléiade a proposito della letteratura ebraica: «dalla quale è esclusa qualsiasi idea di nobiltà. È una letteratura avvilente.»

Forse l’unica lacuna nella ricostruzione di Amos Reichman è non aver raccontato la passione di Schiffrin nel fare i libri. Editore in tutto e per tutto, non ha mai scritto niente, ma la sua attenzione per i volumi e la loro fattura è totale. Durante il conflitto e nonostante le difficoltà della Francia occupata e della smobilitazione, Schiffrin continua a correggere e rivedere le bozze, i refusi, la grafica, la carta usata, in un continuo scambio epistolare con gli stampatori e gli autori. I libri sono la sua salvezza. Nel ’46, già malato e in esilio, scrive a Gide, citando Baudelaire: “Bisogna lavorare se non per gusto almeno per disperazione perché in fin dei conti lavorare è meno noioso che divertirsi”.

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