John Prine, songwriter's songwriter

“He never was anything but humble and gracious” 

Ted Kooser, US Poet Laureate

 

L’autore degli autori

 

Nei giorni immediatamente successivi alla morte, avvenuta il 7 aprile 2020 a causa del Covid-19, una delle espressioni più utilizzate, nei necrologi e negli articoli, per definire John Prine è stata “writer’s writer” o “songwriter’s songwriter”. Pitchfork ha addirittura intitolato il lungo editoriale di commiato Remebering John Prine, The Ultimate Songwriter’s Songwriter. Questa espressione, nel mondo anglofono, si riferisce a cantautori poco noti al grande pubblico ma molto apprezzati dagli altri cantautori. Nel caso di John Prine, tuttavia, risulta certo stringente ma alquanto riduttiva se limitata al mondo della canzone. Il suo impatto sulla cultura americana può essere compreso solo entro un perimetro più vasto. La platea di persone che riconoscono nella poetica di John Prine un punto di riferimento fondamentale della loro formazione è composta da scrittori, attori, registi teatrali e cinematografici, autori e presentatori televisivi, pittori e scultori. Prine è stato “writer’s writer” nel senso letterale del termine, un “autore degli autori” che ha influenzato tutte le forme della scrittura statunitense degli ultimi decenni. Per questa ragione proveremo a presentare il suo percorso a partire da una angolazione insolita, ossia da una vicenda letteraria poco nota e solo accidentalmente riportata nei libri e negli articoli dedicati a John Prine. Ma che può aiutare a capire come mai Bonnie Raitt, quando lo incontrò per la prima volta, disse di aver avuto la sensazione di avere di fronte Mark Twain in persona. O perché in una intervista all’Huffington Post nel 2009 Bob Dylan – notoriamente avaro di parole e apprezzamenti per i suoi contemporanei – lo indicò come uno dei suoi autori preferiti, per poi aggiungere una osservazione squisitamente letteraria: “il materiale di Prine è puro esistenzialismo proustiano. Midwestern mindtrips all’ennesima potenza. E scrive canzoni meravigliose”.

 

 

Il rinascimento poetico del Midwest 

 

Ted Kooser è uno dei più importanti poeti statunitensi viventi. Vincitore del premio Pulitzer e, per ben quattro volte, del prestigioso Pushcart Prize. Assieme ad altri giovani poeti fu, tra gli anni sessanta e settanta, figura di spicco del Midwest Poetry Reinassance, un movimento letterario che, in rottura con la poesia americana immediatamente precedente, individuava nuovi oggetti e geografie (la vita rurale nel Midwest) e un nuovo linguaggio, colloquiale, mutuato dall’oralità della vita quotidiana della working class, fruibile anche dai lettori meno avvezzi alla poesia. “Let Us Now Praise Rusty Tractors” (“facciamo dunque l’elogio dei trattori arrugginiti”) scriveva ironicamente Kooser, scherzando sul versetto biblico – contenuto nel Libro del Siracide – “Let Us Now Praise Famous Men” (“facciamo dunque l’elogio degli uomini illustri) che dà anche il titolo al famoso libro fotografico di James Agee e Walker Evans sulla miseria dei coltivatori di cotone nelle aree povere degli Stati Uniti durante la grande depressione.

Ma il riconoscimento più importante per Kooser arrivò nell’ottobre del 2004, quando fu nominato United States Poet Laureate, ossia “poeta ufficiale degli Stati Uniti”. Chi riceve questa carica biennale ha il mandato, da parte della Library Of Congress, di promuovere la conoscenza e l’apprezzamento della poesia americana mediante iniziative pubbliche ed editoriali di vario genere.

 

La prima preoccupazione di Kooser, appena ricevuto l’incarico, fu quella di cercare il modo di entrare in contatto con il cantautore John Prine per proporgli una lezione-intervista nello storico Coolidge Auditorium della Library Of Congress. L’evento si tenne il 9 marzo 2005, il video è ancora disponibile in rete. A scanso di equivoci, non si trattò di una scelta ‘eccentrica’, o provocatoria. Non vi fu polemica come nel caso del Nobel per letteratura a Bob Dylan. Kooser era profondamente convinto che John Prine avesse rappresentato un punto alto e imprescindibile della poesia americana del secondo novecento. “Ha svolto un lavoro migliore nel rispecchiare l’arte degli anni sessanta e settanta di qualunque nostro poeta ufficiale” dichiarò all’epoca “e nessuno dei nostri poeti ha scritto qualcosa di meglio di Sam Stone riguardo il Vietnam”.

Le parole di Kooser non sono una esagerazione. Se il rinascimento poetico del Midwest si consumò nell’arco di dieci anni, l’opera di John Prine – che con quel movimento condivideva immaginari, geografie e tratti stilistici – era destinata ad avere un’influenza di lungo periodo sulla musica e sulla letteratura statunitense. In altre parole, Kooser riconosce a Prine di essere riuscito a realizzare gli intenti di quel movimento meglio degli stessi protagonisti. Una affermazione forte, se si considera che a formularla non è un critico musicale, bensì il poeta di spicco, nonché fondatore, di quel movimento.

 

 

Dal Midwest ai Pink Floyd

 

John Prine nacque nel 1946 a Maywood, Illinois, in una famiglia originaria del Kentucky. Il padre era un operaio e sindacalista dell’industria della birra – era impiegato presso l’America Can Company, l’azienda che inventò la birra in lattina – e grande amante della country music. A 14 anni iniziò a suonare la chitarra, apprendendo i rudimenti del Travis Picking e le basi dell’accompagnamento Bluegrass. Ma la propensione alla scrittura si manifestò fin da subito, mettendo in secondo piano lo studio dello strumento. “Dopo aver imparato le prime canzoni, ho trovato più facile scriverne di mie piuttosto che cercare di imparare quelle che mi piacevano di più” raccontò a Kooser nel 2005. Di fatto, nei successivi sessant’anni, Prine ha continuato a comporre utilizzando i medesimi ed essenziali elementi musicali: i famosi tre accordi e un semplice pattern di fingerstyle o di bluegrass strumming. Dal primo all’ultimo dei suoi 18 album.

 

Alla fine degli anni sessanta, dopo un breve periodo nell’esercito, Prine si stabilì a Chicago, dove lavorava come postino e, a tempo perso, continuava a scrivere canzoni. Nel 1971, grazie all’interessamento di Kris Kristofferson, dodici di queste canzoni furono pubblicate nel suo primo album, omonimo. Fu subito chiaro che non si trattava di un semplice debutto di un acerbo cantautore del Midwest. Era qualcosa di completamente diverso. Una sequenza di capolavori con uno stile di scrittura innovativo e minimale. In pochissimo tempo molti di questi brani divennero famosi grazie ad altri artisti. Carly Simon, John Denver e Bonnie Raitt incisero Angel From Montgomery; Swamp Dogg, Bob Gibson, Al Kooper e altri fecero conoscere al mondo Sam Stone; e Paradise divenne in tempo record uno standard bluegrass che ancora oggi è suonato in ogni bluegrass festival del mondo.

Kooser ricorda bene l’uscita del disco e il primo ascolto: “l’ho messo sul giradischi appena arrivato a casa e ho capito subito che si trattava di un autore veramente originale, senza eguali, e un autentico poeta del popolo americano”. 

 

 

Lo stupore di Kooser fu certamente amplificato dalla risonanza con il movimento letterario che lo vedeva coinvolto. Per le ambientazioni geografiche e sociali. E perché le canzoni di Prine non hanno il linguaggio complesso, verboso e sperimentale di molti cantautori dell’epoca, figli della grande trasformazione culturale giovanile degli anni sessanta nonché “eredi ideali” della Beat Generation. Al contrario, Prine riesce ad ottenere magnifici risultati poetici e narrativi attraverso un sapiente utilizzo del registro informale tipico della lingua parlata. I suoi protagonisti non sono outsiders, eccentrici o ribelli, bensì gente comune, vite ordinarie che, nelle canzoni di Prine, esprimono inattese profondità e complessità esistenziali.

 

Le voci narranti sono spesso rese attraverso la prima persona singolare, ma lo sguardo di Prine non si confonde mai con esse. A differenza di Springsteen – altro eccelso narratore dell’America proletaria e grande fan di John Prine – la voce narrante e l’autore implicito, per usare una definizione di Umberto Eco, restano ben distinti. Lo sguardo di Prine ha un tratto più riflessivo che emotivo/partecipato riguardo i personaggi e le vicende delle sue canzoni. È come se, seduto in un diner di provincia, Prine osservasse la scena dal tavolo accanto. Con la medesima comprensione, compassione e sospensione del giudizio che pochi anni dopo la letteratura statunitense scoprirà in Raymond Carver.

Eppure sarebbe semplicistico e mistificante fare di Prine il Carver della musica americana. Tanto quanto ridurlo agli stilemi e ai contenuti del Midwest Poetry Reinnassance. L’ironia e la leggerezza di Prine non sono rintracciabile nei racconti di Carver. Così come l’universalità della sua riflessione sulla condizione umana è difficilmente circoscrivibile all’interno degli Stati Uniti medio occidentali.

 

Di fatto la poetica di Prine, che pure si muoveva musicalmente in un territorio limitrofo a quello della country music, colpì musicisti e scrittori di tutto il mondo, anche quelli apparentemente più lontani. Un esempio eloquente è Roger Waters, ammiratore di lunga data di John Prine, al punto che utilizzò la melodia di Sam Stone per l’intro di The Post War Dream, la canzone che apre l’album The Final Cut dei Pink Floyd (1983). Sempre Waters, nel 2008, intervistato da World Magazine a proposito dell’influenza dei Pink Floyd sulle band britanniche contemporanee, diede una risposta decisamente inaspettata: “a dire il vero non ascolto i Radiohead. I loro album non mi emozionano nel modo in cui, ad esempio, mi emoziona John Prine. La sua musica è straordinariamente espressiva. Viaggia sullo stesso aereo di Neil Young e John Lennon”.

Forse è il caso di guardare con occhi diversi al Midwest di John Prine. Non si tratta della riscoperta dell’America minore e della sua romantizzazione – trappola in cui sono caduti centinaia di cantautori non solo statunitensi. E che conduce nella maggior parte dei casi all’estetizzazione compiaciuta di una condizione sociale che, anziché combattere, si finisce per ammantare di una ingannevole patina di autenticità.

 

Niente di tutto ciò nelle canzoni di Prine. Al centro della sua poetica non c’è una geografia, reale o letteraria, bensì la condizione umana. Raccontata attraverso una combinazione di pietas e humor che ricorda, più che Carver, il romanziere Kurt Vonnegut. “He chronicled the human condition”, ha scritto il New York Times il giorno della sua morte.

 

 

Persino gli ubriachi

 

Un altro aspetto che rende eccezionale quel primo disco del 1971 è la compiutezza stilistica. Contiene già tutti gli elementi musicali e testuali della poetica di John Prine, le coordinate entro cui si muoverà per il resto della sua carriera. Lo stesso discorso vale per il personalissimo stile interpretativo, per la sua modalità di eseguire i brani dal vivo e di intrattenere il pubblico. A confermarlo è una curiosa recensione che diede avvio alla sua carriera cambiandogli per sempre la vita.

L’8 ottobre del 1970 il noto critico cinematografico Roger Ebert, dopo una proiezione in cui vendevano pop-corn eccessivamente salati, entrò in cerca di una birra fresca al Fifth Peg, un piccolo folk club di Chicago dove l’allora sconosciuto John Prine si stava esibendo. In pochi minuti si rese conto di star assistendo a qualcosa di speciale e unico. Il giorno successivo, nonostante solitamente non si occupasse di musica, scrisse un articolo sul Chicago Sun Times intitolato “Singing Mailman Who Delivers A Powerful Message In A Few Words” (Il postino cantante che consegna un messaggio potente in poche parole). “Da quel giorno” ricorda Prine “non c’è più stata una sedia vuota a un mio show”.

 

Oltre ad aver lanciato John Prine, quella recensione ha il merito di offrire una descrizione puntuale della sua forza espressiva dal vivo, della sua capacità, a fronte di limitate capacità esecutive, di catturare e incantare qualunque platea: “si presenta sul palco con una tale modestia che pare sia lì per caso. Canta in modo piuttosto rilassato, suona bene la chitarra ma nulla di ché. Inizia piano. Ma dopo una o due canzoni persino gli ubriachi in sala iniziano ad ascoltare i suoi versi. E a quel punto sei suo”.

Di nuovo al centro del magnetismo di John Prine troviamo le parole delle sue canzoni. E la loro eterogeneità rispetto a quelle dei suoi contemporanei. Oggi è difficile comprendere quanto, all’epoca, fosse dirompente la scrittura di Prine. Anche perché la sua grammatica, nei decenni successivi, è ampiamente penetrata all’interno della musica d’autore statunitense. Ma non fu affatto difficile per Ebert, che per primo ne riconobbe l‘eccezionalità: “Le canzoni di Prine sono tutte originali, esegue solo sue composizioni. E non hanno nulla a che vedere con l’opera della maggior parte dei giovani cantautori di oggi, che sembrano specializzati in tributi narcisistici a loro stessi”.

 

Anche quando Prine affrontava tematiche classiche della sua generazione, come la guerra del Vietnam, il risultato era qualcosa di completamente diverso dai suoi omologhi. “Sam Stone” scrisse Ebert “racconta l’America degli ultimi 20 anni meglio di tutte quelle lagne pacifiste a adolescenziali in salsa acid-rock”.

Qualche anno più tardi il critico cinematografico ricordò, dopo aver ascoltato quella canzone, di aver detto ai suoi commensali: “È il migliore cantautore americano vivente. È, non, sarà. Quella canzone è una eccezionale short story.’

“Short story”, ossia il racconto breve, la forma letteraria che, da Allan Poe in avanti, ha rappresentato uno dei generi più importanti nella letteratura statunitense.

In sintesi, la carriera di John Prine è iniziata con un noto critico cinematografico che, folgorato dalle parole di una canzone, la descrisse come un “eccezionale racconto breve”. A dimostrazione che la scrittura di Prine, il suo essere writer’s writer, ha ecceduto fin dal principio i confini della forma canzone. Sebbene lui, per tutta la sua carriera, non abbia mai desiderato esprimersi in altro modo: “Se avessi voluto fare il poeta, scriverei poesie” disse a Kooser nella famosa lezione-intervista “ma io non so cosa sia la poesia. Non scrivo poesie ma testi di canzoni. Qualunque sia il soggetto, cerco di raccontarlo nel modo migliore che riesco, ma sempre all’interno dei confini della canzone. E non cerco di scrivere come se le mie canzoni fossero poesie musicate. Per me sono cose molto differenti”.

 

In questa ostinazione a scrivere entro una forma e un codice molto vincolanti sta il segreto di John Prine. Perché, contrariamente a quanto si è portati spontaneamente a pensare, l’innovazione creativa raramente avviene mediante la rimozione – illusoria – di vincoli o limitazioni. Lo slancio sperimentale e avanguardistico, che esalta la libertà assoluta, si risolve nella maggior parte dei casi nella riproposizione inconsapevole dei propri preconcetti. Inchioda l’autore a ciò che già conosce. La storia della popular music del novecento lo dimostra. Molti grandi innovatori non avevano l’intenzione di innovare. Anzi, guardavano al passato. Dylan iniziò cercando di emulare i suoi idoli prebellici. Gli Stones volevano suonare come Muddy Waters, i Beatles come Chuck Berry.

Così è stato per John Prine. La scelta di scrivere dentro la forma canzone classica, anziché cercare di superarla, è stata, riprendendo un verso di Valery caro a Fortini, come una di quelle “catene che danno le ali”, una costrizione necessaria al raggiungimento di maggiori libertà.

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