La città vecchia di Taranto

Quando sulla statale da Brindisi arrivo nei pressi di Taranto, lunghe colonne di fumo si ergono sui campi di grano. Bruciano le stoppie, una pratica arcaica vietata per legge ma che secondo i contadini sterilizza i terreni da infestanti e parassiti, elimina i residui colturali dei cereali e fertilizza ogni cosa con uno strato di cenere. È così che nell’aria in Puglia s’avverte un po’ dappertutto, generalmente al tramonto, quest’odore di terra bruciata, per cui il giorno dopo quei quadrati gialli abbacinanti divengono fazzoletti neri, come se fosse avvenuta una guerra o un saccheggio. Volgendo a Taranto queste immagini evocano molteplici significati, soprattutto allungando lo sguardo verso altre colonne di fumo, quelle imperturbabili e lente delle ciminiere. Durante la seconda guerra punica, quando Taranto si ribellò ai romani aprendo le proprie porte ad Annibale e ai cartaginesi, il tradimento le costò nel 209 a.C. l’assedio e il saccheggio da parte di Roma, mentre i tarantini furono venduti come schiavi. Allo stesso modo molte cose oggi lasciano pensare a Taranto come una città tacitamente sotto assedio, vittima di un ennesimo saccheggio. 

 

Tutto infatti, nella città dei due mari, pare reggersi sulla sottile ambiguità di chi sa governare in equilibrio di fronte alle molteplici dualità che si manifestano: rinascere o morire; salute o lavoro; ambiente o fabbrica; partire o restare; ricostruire o distruggere. Non a caso, appena entro in città, un cartellone beffardo, firmato dal Comune di Taranto, s’impone su un palazzo grigio, sventrato e diroccato recitando lo slogan: «Stiamo seminando la rinascita.» 

 

Ph Pierfrancesco Lafratta.


Passeggiando sul lungomare di Via Garibaldi, è sempre affascinante osservare l’isola della Città Vecchia dalla marina, per vederla erigersi e abbarbicarsi nei suoi diroccamenti, nei suoi palazzi vuoti e inselvatichiti. In questi anni in città si è discusso molto di risanamento, o meglio di rinascita della Città Vecchia. I giornali locali riportano, quasi fosse un affare imperdibile, l’opportunità di acquistare stabili alla modica cifra di 1€. Ed è forse proprio questa propaganda ossessiva che mi spinge a ripercorrere questi luoghi con il timore che rinascita presupponga una morte, una ripartenza, un azzeramento di ciò che viveva prima. 

 

Inoltrandomi, getto lo sguardo tra gli anfratti della Via di Mezzo, oltre la fitta boscaglia di puntelli arrugginiti. Mi sono sempre chiesto – per me figlio della città nuova, compromesso da uno sguardo falsato ed estraneo a quello di un’abitante dell’isola – cosa nasconde il buio nei vicoli, gli interni dei palazzi sventrati. Penso al lungo legame con la precarietà di questi luoghi in cui già tra gli anni Settanta e Ottanta dell’Ottocento s’imponeva a proprietari disinteressati e in fuga verso la città nuova l’obbligo di puntellare gli stabili pericolanti. Nel 1861 Taranto nel suo centro storico, ovvero la Città Vecchia, contava 24.833 abitanti, tutti concentrati all’interno delle mura, su un’estensione di 24 ettari. Bisogna aggiungere però che circa la metà del territorio urbano era occupato da edifici religiosi. Le condizioni di vita erano pessime. A differenza di altre città della Puglia infatti, in cui durante il periodo murattiano si era potuto costruire al di fuori delle mura medievali, Taranto ha avuto uno sviluppo diverso. Sotto il dominio militare della marina, prima con i francesi e poi con i Borboni, si vietò l’espansione e la formazione di un nuovo borgo – oltre le mura appunto – per ragioni di difesa. Solo quando la città, nel 1865 si liberò dalle antiche servitù militari, tutte le attenzioni politiche locali si concentrarono sull’espansione urbana e per oltre vent’anni le questioni legate al tema di recupero della città vecchia furono accantonate. La media e alta borghesia finalmente riuscirono a emigrare verso la città nuova.

 

 

La città vecchia è – a partire da questo periodo – il luogo in cui risiedeva il ceto maggiormente colpito dalla formazione di un mercato nazionale, ovvero: i pescatori, gli scaricatori di porto, i mitilicoltori, operai e piccoli artigiani legati al mondo della pesca. Inoltre a incombere su di loro vi era il crescente inquinamento delle acque del Mar Piccolo a causa dei lavori di costruzione dell’Arsenale militare e della sua messa in funzione. L’immigrazione, dovuta principalmente proprio all’Arsenale militare e proveniente dai comuni rurali limitrofi, insieme ai tradizionali abitanti della città come pescatori e mitilicoltori, poneva il grande problema degli alloggi. Infatti questi non potevano permettersi di andare ad abitare nel nuovo borgo e di conseguenza erano costretti a risiedere nella zona già satura di via Garibaldi e nel corpo della città antica dove si adattavano scantinati e si costruivano sopraelevazioni in un’area sprovvista di fognature e dunque con un sottosuolo altamente inquinato.

In seguito, negli anni a partire dal 1951, la Città Vecchia ha vissuto una diaspora davvero imponente. I quartieri periferici di Tamburi, Paolo VI "case bianche", Salinella e Tramontone hanno accolto i cittadini costretti a trasferirvisi dalle operazioni di risanamento e dal progressivo e pericoloso degrado delle abitazioni. Basterebbe leggere il bellissimo reportage di Tommaso Fiore dal titolo “Taranto non vuole morire”, contenuto in Il cafone all’inferno (Einaudi 1956) per comprendere quanto fosse grave la situazione già all’epoca:

 

«Raggiungo via di Mezzo e mi ritrovo sempre fra gli stessi vichi, con gli stessi archi e le stesse nasse, fra le stesse creature, la stessa miseria, la stessa pena e la stessa vita immutabile, senza senso; incontro anche la stessa donna con la vergogna del naso mancante. Ma non mi riesce di orizzontarmi. Questo vico Abbastante l’ho già visto, ne son sicuro. O il vico Zippro che segue? No, questo è tutto puntellato da travi. […] Ma anche l’arco che segue, che si chiama Rosario, è tutto puntellato e non so più dove guardare: in quel momento un bambino mi attraversa la strada rotolandosi nudo ai miei piedi e piagnucolando. Mentre sollevo gli occhi a un muro che minaccia di arrivarmi addosso, una vecchia mi grida perché lo senta bene: – Il governo non ha mai fatto niente, non farà mai niente –.»

 

Ph Pierfrancesco Lafratta.


Raggiungo Massimiliano Cassandro, ingegnere di Taranto impegnato nel progetto, commissionato dal Comune, per l’avvio di un piano di Social Housing denominato “Casa+”, di cui fanno parte il gruppo Kcity e gli arch. Laura Rubino, Gabriella Verardi e Michele Loiacono, che interverrà su circa 20mila metri quadri nel cuore della Città Vecchia di Taranto con l’obiettivo di favorire un ritorno alla residenzialità stabile grazie ad una dotazione pubblica di 20 milioni di euro, impegnati per far leva su un partenariato con investitori pubblici e privati. Il progetto avrà luogo nella zona più compromessa dal punto di vista strutturale – a ridosso del salto di quota dell’isola, un cuore dimenticato ed interdetto da decenni – che vede edifici crollati o che versano in stato di totale abbandono e degrado. Si tratta infatti di 5000 metri quadri di superfici crollate, 4200 pericolanti, dove poter recuperare 150 nuovi alloggi per nuove comunità di residenti a cui si aggiungono 3000 metri quadri di superfici complessive da riservare a nuovi servizi. Massimo è uno di quei giovani che dopo aver studiato e lavorato al nord ha preferito tornare al Sud, nella sua città di origine: 

 

«La situazione in cui attualmente versa la città vecchia – drasticamente spopolata rispetto al passato – è rappresentata da questo diffuso stato di abbandono e degrado dell’ambiente fisico e sociale. Un processo avviatosi negli anni della seconda industrializzazione, quando le trasformazioni economiche, urbane e sociali inducono una sorta di separazione fra le due Taranto, quella vecchia e quella nuova, e si consolida l’idea dell’isola come luogo insano e pericoloso, della città vecchia come problema sociale determinando pregiudizi divisi tuttora presenti. Oggi la popolazione residente in Città Vecchia è di appena 3000 abitanti ed assieme ai residenti sono scomparsi i servizi essenziali, i servizi sanitari, i mercati di zona e le attività commerciali. Anche l’indotto legato alla pesca e alla mitilicoltura che fino a 20-30 anni fa era ancora fiorente e che caratterizzava l’anima dell’isola, oggi si è ridotto a poche unità di pescherie, posizionate lungo Via Garibaldi. Così i lounge bar ed i B&B hanno lentamente soppiantato il mercato ittico, modificando l’identità dei luoghi in un graduale processo di omologazione dettato dalle richieste del settore turistico.»

 

«Allo stesso tempo però, si osservano oggi alcuni germi di autentica vitalità e riscatto legati soprattutto alla presenza dell’Università e alla ripresa del turismo. In un decennio l’insediamento della sede universitaria ha cambiato il volto di Piazza castello e del primo tratto di via Duomo, diventando il primo attrattore culturale che ha funzionato ancora prima dell’inizio delle attività. La semplice notizia che a Taranto vecchia dovesse aprire una sede universitaria ha avuto l’effetto di attirare alcuni giovani “pionieri” che hanno scommesso sul vivere in questi luoghi, scardinando i pregiudizi di cui era ostaggio il quartiere. Osservando oggi il centro storico di Taranto si ha la percezione di un luogo che pur palesando numerosi problemi, ha margini di crescita più elevati rispetto agli altri quartieri di Taranto ma che ha bisogno di importanti sforzi di visione per evitare che questa crescita contribuisca a rendere ancora più inabitabile l’isola, trasformandola in un luogo di consumo e non di produzione di cultura, comunità, innovazione, saperi e di una rinnovata idea di vivere la città.» 

 

Ph Pierfrancesco Lafratta.


A partire dal 2015 è stato previsto che l’attuazione degli interventi necessari a risolvere le criticità della città e dell’area di Taranto a livello ambientale, socioeconomico e di riqualificazione urbana, sia disciplinata da uno specifico Contratto Istituzionale di Sviluppo, il cui soggetto attuatore è INVITALIA che individua tra gli obiettivi prioritari da perseguire anche quello della rigenerazione urbana. Attraverso questo “strumento di attuazione rafforzata” coordinato da un Tavolo Istituzionale composto dalle Amministrazioni locali e nazionali quali ad esempio MIC (ex MIBACT), Min. Difesa, MIT, Comune di Taranto, Regione Puglia – attraverso fondi relativi a vecchi interventi programmati dalle precedenti amministrazioni ed ancora non realizzati e insieme a quelli nuovi – la città, secondo le parole del sindaco Rinaldo Melucci: «è ormai una stazione appaltante da un miliardo di euro». Una eccezionale dotazione finanziaria mai avuta in precedenza, una straordinaria occasione.

 

Attraverso l’art. 8 del D.L. 1/2015 “Disposizioni urgenti per l'esercizio di imprese di interesse strategico nazionale in crisi e per lo sviluppo della città e dell'area di Taranto” il Governo ha previsto che il Comune di Taranto integrasse il progetto presentato per il Piano Nazionale delle Città con un Piano di interventi per la riqualificazione e la valorizzazione della Città Vecchia. A questo è seguito un concorso internazionale di idee per il recupero, la riqualificazione e la valorizzazione a cui hanno partecipato numerosi studi nazionali ed internazionali con l’obiettivo di individuare una strategia di sviluppo e definire il piano di interventi. 

 

Da qui Massimo mi spiega che «al centro del piano di housing sociale presentato c’è l’idea che, per cogliere la sfida rappresentata dal tornare ad abitare la città vecchia, una casa non basti. La domanda di residenzialità è infatti quasi del tutto assente. È necessario invece qualificare un’offerta specifica di spazi per l’abitare per costruire una domanda, cogliendo alcune scommesse aperte e puntando alla costruzione di comunità di residenti capaci di integrarsi, collaborare e partecipare a un vero e proprio processo di rigenerazione. Il recupero di Taranto vecchia non è quindi un tema di scala edilizia affrontabile esclusivamente con l’avvio di nuovi cantieri ma urbano nel senso più ampio, dove umanità, storia, tradizioni, cultura, educazione, economia civile, turismo e partecipazione si intrecciano inevitabilmente.» Qualcosa dunque che vada in continuità con la strada già tracciata dal Piano particolareggiato per il risanamento ed il restauro conservativo della Città Vecchia di Taranto stilato e illustrato nel 1971 dall’architetto Franco Blandino in cui già si faceva più volte riferimento a: «l’impegno nel non tener disgiunti gli aspetti socio-demografici da quelli tecnico-architettonici, poiché è stato assunto fin dall’inizio come valido il postulato fondamentale che la conservazione dell’antico complesso edilizio è legata alla conservazione del suo contenuto sociale.» 

 

Eppure però le amministrazioni locali non sempre seguono questa direzione. Da qualche tempo ad esempio, l’isola è divenuta meta di turismo crocieristico e quasi esclusivamente per l’occasione viene ripulita e agghindata nelle sue vie principali. Così mentre orde di turisti attraversano uno dei pochi luoghi che nonostante tutto si è conservato nella sua complessa autenticità, capendone poco e nulla, gli abitanti vivono l’ennesima colonizzazione senza beneficio. Taranto città militare, uno degli appellativi colonizzanti che l’hanno caratterizzata per secoli, prima di giungere ad essere Taranto città industriale, molto prima della grande fabbrica siderurgica; Taranto sempre città degli altri, della Marina, dell’industria, delle esigenze dello Stato; Taranto che ora si prepara ad essere città del turismo ad ogni costo e in qualsiasi modo. 

 

Lo dimostrano il numero importante di bed and breakfast sorti in questi anni e l’iniziativa, come già accennato, delle case a un euro che mal si accompagna alle politiche di housing sociale. Questa svendita corre il rischio di rendere ancora più complessa e scomoda la residenzialità stabile, svalutando ulteriormente il patrimonio immobiliare di valore e significato; incentivando esclusivamente gli unici investimenti attualmente redditizi, ovvero le strutture ricettive; e replicando infine modelli di sviluppo rilevatisi altrove insostenibili in assenza di visione e regolamentazione. 

 

Ma gentrificare e rendere un luogo utile al turismo di massa significa snaturare un tessuto sociale, sostituendo l’abitante con il turista. Come hanno scritto Vito Teti e Domenico Cersosimo su Doppiozero: «Vendere una casa “a un euro” è sotto il profilo simbolico svendere memoria comunitaria, svalorizzare il costrutto familiare e sociale incorporato in ogni singola casa, svalutare le case dei “restanti”, dei residenti che hanno continuato a vivere nel paese, a curare e manutenere le loro abitazioni e il vicolo, gli infissi e gli alberi, le facciate e gli affetti, il tetto e le relazioni di vicinato. Vendere una casa “a un euro” sembra uno slogan rivolto più alla vita degli immobili che a quella delle persone, più ad attivare micro-circuiti edilizi che a riabitare, più a vagheggiare fughe-singhiozzo da città invivibili che a costruire nuovi legami comunitari.»

 

Dalla discesa Vasto, verso la marina, mi è possibile osservare l’enorme contrasto tra gli edifici antichi e le case popolari di edilizia fascista. Prima della costruzione di queste case, dalla terrazza di palazzo Saracino, un pomeriggio del 7 settembre 1934 si affacciò Benito Mussolini. Poco prima aveva tenuto un solenne discorso dal balcone del nuovo Palazzo del Governo nella città nuova sotto una folla che lo acclamava e ringraziava per aver dato anni prima alla città l’autonomia e la dignità di capoluogo. Nelle sue mani brandiva un piccone da muratore che aveva impresso sulla testa di ferro l’iscrizione “Dux, post fata resurgo” (dopo la morte mi rialzo). 

Oltrepassando l’isola della Città Vecchia e risalendo il quartiere Tamburi mi inoltro lungo il perimetro della fabbrica dove la situazione mi pare – anche qui – immobile da anni. La polvere rossa di minerale inonda le strade sino al porto mercantile, probabilmente piovendo dai nastri trasportatori che, appunto, portano la materia prima sino alla fabbrica. Passo l’ormai celebre cimitero “rosa”, le mastodontiche coperture dei parchi minerali, grandi come 28 campi da calcio e alte come un palazzo di 25 piani. E da qui mi spingo sino alle case bianche di Paolo VI, dove gli uomini e le donne mi danno l’impressione di essere abitanti di una città a parte, lontanissima, in cui io sono – ancora una volta – lo straniero che proviene dalla città. 

 

Ciò che mi appare evidente, al termine di questa giornata, è che a Taranto – come altrove al sud – le classi dirigenti inseguono, pur di esistere in questo tipo di mondo, un’economia che avvelena comunità, culture e tradizioni con forme predatrici, costringendole lentamente a scomparire. 

Così come non basta una casa per convincere a trasferirsi in Città Vecchia, non bastano forse le disponibilità milionarie a disposizione delle amministrazioni per far rivivere l’isola, soprattutto se queste sono spese esclusivamente sulle infrastrutture fisiche dimenticando perché queste siano state abbandonate. Trascurare la memoria dei luoghi, non incentivare processi di cura e affezione, non investire e scommettere sulla consapevolezza civica e su una “cittadinanza intelligente”, considerando i cittadini semplici consumatori di città e non meritevoli di essere inclusi nei processi di trasformazione del territorio come soggetti attivi, ha già determinato fallimenti in passato e rappresenta forse uno dei più grandi limiti dell’attuale politica locale.

 

In questo senso la probabilità che nei prossimi anni la città vecchia di Taranto e il suo patrimonio d’identità e comunità non esistano più è molto alto. 

Mi tornano alla mente le parole di Roberto Nistri, storico e intellettuale tarantino, nel suo Tarentinità un’identità residuale (Scorpione Editrice 2012): «Sulle sponde tarantine due volte il mare e la terra si toccano, lungo coste e confini che ben rappresentano la duplicità propria del Mediterraneo, luogo sorgivo di un pensiero capace di contenere le contraddizioni più acute, senza mai giungere, per fortuna, ad una quietistica e cimiteriale reductio ad unum. Questa è la cifra più consona a una città duale come Taranto, da sempre estranea ad ogni tentazione integralista. Ma è proprio questo prezioso ‘’sapere di confine’’ che ha dovuto misurarsi con l’altra pulsione, tipicamente latina, dello sconfinamento ad libitum: un dislocamento perpetuo, sostenuto dal mito della ‘’rinascita periodica’’, matrice di una altalenante de/reidentificazione. Nel corso del tempo tale pulsione ha operato reattivamente nei confronti di secolari servaggi, per essere poi, nell’età contemporanea, manipolata ed eterodiretta dal pensiero unico di poteri monocratici che hanno reso la città povera di bellezza».

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